
"...la prossima volta mi porto l'amplificatore dal futuro e poi vedete come vi pettino!..."
Mi prendo una pausa dalle interminabili chiacchiere narratologiche per riportare un parere riguardante la messa in scena della propria storia, originariamente legato al fumetto ma applicabile a tutti i medium in modi diversi. Viene da Scott McCloud, un tipo che Frank Miller ha definito “semplicemente la mente più brillante del fumetto” dopo aver letto i suoi eccezionali lavori di analisi della narrazione per immagini intitolati (in Italia) Capire il fumetto, Reinventare il fumetto e Fare il fumetto. Nel nostro paese li ha pubblicati tutti e tre Pavesio e il terzo l’ho tradotto io. Consigli per gli acquisti e autopromozioni finiscono qui, promesso.
Scott fa notare che le storie hanno un “volume”, nel senso dell’intensità, che può essere alzato e abbassato a piacimento da chi si occupa della messa in scena – nel fumetto il disegnatore, che non necessariamente coincide con lo sceneggiatore e per questo gli autori unici sono avvantaggiati (ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta, per rubare una frase a Michael Ende). Si aumenta il volume-intensità in una storia a fumetti rompendo le gabbie delle vignette, enfatizzando le inquadrature drammatiche e spettacolari, ingrandendo gli effetti sonori, in alcuni casi persino giocando con il font del testo e con i balloon.
Il cinema può fare la stessa cosa rendendo più frenetico il montaggio, facendo crescere la musica di commento, enfatizzando le espressioni e le pose degli attori – e questo ci riconduce alle inquadrature d’effetto, proprio come nel fumetto sebbene sia quest’ultimo ad aver “rubato” dal cinema. In letteratura è tutta questione di lingua, ritmo delle frasi e elementi che si sceglie di omettere/evidenziare.
Una tavola in cui l’intensità è al massimo attira più il lettore di una con il volume basso; idem una scena con esplosioni e immagini da cardiopalma. Vuol forse dire che è meglio fare una storia a fumetti/film con tutte le scene alla massima intensità? Commercialmente, potrebbe sembrare logico. Ma il risultato sarebbe un guazzabuglio assordante e intollerabile – tipo la seconda metà di Transformers 2. Riflettendoci è evidente che se il volume è sempre al massimo tutto ci appare uguale, e quindi meno interessante. E’ come rovinare un intero pranzo preparato da uno chef esperto aggiungendo sale a ogni portata. Quindi rubiamo al lessico culinario anche l’ultima metafora del post: il volume della storia è il suo sale, perciò va usato con moderazione e alzato solo al momento giusto.
Il mio buon amico Davide Mana si è impegnato pochi giorni fa in 


Le tre sepolture, diretto e interpretato da Tommy Lee Jones, è un bell’esempio di un film indipendente americano che non ha bisogno di strutture complesse come il viaggio dell’eroe, ma si accontenta di meccanismi più essenziali per portare avanti la narrazione (e l’interesse dello spettatore). Qualche flashback e un protagonista, il Pete con il volto di T.L. Jones, che ha promesso a un amico che, se fosse morto, l’avrebbe riportato in Messico. In più, un paio di personaggi con mancanze palesi (il poliziotto troppo ottuso e la moglie troppo sola) che incuriosiscono per il loro sviluppo potenziale, su uno script piuttosto originale che sa condurti dove non ti aspetteresti – senza forzature.
