La serialità come fonte di dipendenza, un’ipotesi

Questa è l’epoca in cui, più di ogni altra nella modernità e post, sono più diffuse le narrazioni estese e seriali. Lunghi archi narrativi, quasi sempre in continuity serrata, che ti legano emotivamente come spettatore/lettore in modo che tu non diventi, tanto, uno spettatore/lettore a tutto tondo, ma un fruitore di quello specifico prodotto narrativo. Nel peggiore dei casi, solo di quello. L’idea può essere applicata anche al di là del piccolo schermo:

  • la Marvel cinematografica sta portando il suo multiverso al cinema in modo sistematico, al cinema e non solo, facendo bene attenzione a legare narrativamente l’intera produzione, tanto da farci sentire “in difetto” se non vediamo al momento giusto quel dato tassello del puzzle;
  • l’industria dell’interattenimento globale sforna nuove “saghe”, sul modello di Harry Potter ma in fondo anche di Star Wars, pronte a modellarsi attorno alla vita stessa dei fruitori più giovani, facendone esperienza sociale – le fan in coda per il nuovo capitolo di Twilight come quelle che urlavano per i Beatles;
  • anime e manga, che ormai sono indubbiamente universi a sé rispetto al fumetto in generale, come sanno bene i frequentatori delle fiere di settore.

La serialità, l’immersività e l’immediata riconoscibilità di un prodotto diventano importanti quando l’offerta è troppa. Overdose dei contenuti, un simbolo della nostra epoca. Il fruitore distratto, stanco e sovraccarico di proposte si rifugia nel noto, nell’avvolgente, trovandone conforto e soddisfazione (e ignorando tutto il resto).

Non è vero che non ci sia un pubblico per le nuove narrazioni di nuovi autori; il problema è che si è fatto di tutto per rendere quel pubblico un tossicodipendente cerebrale. Consumi, ne vuoi ancora, ma vuoi solo quello. E magari, non sei neanche disposto a pagare per averlo, ma questo è un altro problema.

Il consumatore tossicodipendente perde senso critico, si rifugia in tifoserie, odia e criminalizza chi mette in discussione ciò che, in fondo, non è altro che intrattenimento, uno dei tanti possibili. Psicopatologie del presente, le chiama JG Ballard.

Credo che la vera, decisiva sfida dei nostri anni sia portare più fruitori possibili fuori da questo loop. Ci sono altre narrazioni, altri linguaggi, altre forme mentis, là fuori, che aspettano di essere consumate, per darci un punto di vista alternativo – uno degli innumerevoli – sul mondo. Ogni storia, ogni franchise, ogni serie che sposti un micron più in là lo sguardo del fruitore-tossicodipendente, di suo, sta portando avanti una battaglia cruciale contro il pensiero unico, religioso, politico o chissà che altro, che pretende di dare un’unica e incontrovertibile spiegazione alla realtà.

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2 pensieri su “La serialità come fonte di dipendenza, un’ipotesi

  1. Molto interessante (e stimolante) la tua osservazione. Ci sono almeno altri due aspetti della serialità che vanno considerati, secondo me, uno positivo e uno negativo. Quello negativo è relativo allo sforzo, inteso sia dal punto di vista creativo che da quello economico. La serialità agevola creatività e budget. Creatività perché la serialità si innesta su un “universo” già definito per cui è più semplice innestare nuove storie. Budget, perché le produzioni televisive e cinematografiche sicuramente nella serialità ammortizzano più facilmente costi più elevati. C’è anche un dato positivo, però. La serialità permette di narrare forme più articolate e complesse. Da questo punto di vista la serialità è (anche) un’opportunità narrative. Penso a notevoli serie tv dalla rigida continuity come Breaking Bad o True Detective.

  2. Ben trovato marziano e grazie per il contributo!

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