Steve Rogers, Capitan America o cavaliere Jedi?

Per questioni commerciali ma anche di modalità di storytelling, la saga di Star Wars ha fatto scuola e non è difficile ancora oggi trovarne scampoli qua e là nel cinema blockbuster a stelle e strisce. Mi ha stupito però trovare così tanto della creatura di George Lucas in uno degli ormai innumerevoli capitoli del multiverso cinematografico Marvel: Captain America – Winter Soldier.

Tre passaggi, per esemplificare e non sembrare lo pseudocritico che vede cavalieri Jedi ovunque. Ah, beh, piccolo avviso: per ragioni di sintesi ci saranno spoiler.

1. Suggestione dei luoghi: penso al luogo dello scontro finale tra Cap e Bucky, interno di una nave volante e sorta di prigione di vetro su più piani, con molteplici intersezioni e stranezze prospettiche. Un luogo che, da solo, arricchisce quanto avviene sullo schermo di profondità e simbolismi – o quantomeno, rende visivamente molto più ricco il canonico scontro finale. In L’Impero colpisce ancora, la città tra le nubi di Bespin è un suggestivo esempio di sfondo quasi espressionista per una scena particolarmente drammatica (“io sono tuo padre!”); e giochi simili si erano visti prima ancora, in certo cinema di fantascienza, pur senza gli stessi risultati visivi.

2. Esplosione delle sottotrame: non brilla per inventiva, Captain America 2. In determinati passaggi, la scrittura è tanto funzionale all’insieme rendere il film molto prevedibile. Eppure c’è qualcosa che tiene desta l’attenzione, l’ha fatto con me che mi annoio facilmente: la stratificazione dei protagonisti. Nella prima parte, quanto avviene a Nick Fury è quasi più importante della vicenda di Cap; più avanti, anche tirando le fila in vista del finale, rimangono più sottotrame, più personaggi conducono avanti gli eventi e non c’è un unico protagonista. Lo aveva già fatto Lucas, nel ’77, quando aveva affiancato a Han Solo, spalla del giovane eroe Luke Skywalker, un’ulteriore spalla, Chewbacca, e aprendo di fatto la strada quel film su doppio binario narrativo parallelo che è L’Impero colpisce ancora.

3. Redenzione e rifiuto della lotta: Luke Skywalker redime il caduto Anakin Skywalker perché rifiuta la lotta, sul punto di essere ucciso dall’Imperatore smuove la coscienza del padre. Steve Rogers riconosce nel Soldato d’Inverno l’amico fraterno Bucky e si lascia pestare da lui, perché non vuole affrontarlo. E così facendo, getta le basi per una sua redenzione.

Non è un caso se oggi il multiverso Marvel e la saga di Star Wars appartengono entrambi alla Disney. Le radici culturali sono comuni, così come il target di riferimento. Vedremo presto se i nuovi Guerre Stellari sapranno portare avanti questo discorso di narrazione popolare al di là dello standard attuale, oppure se si limiteranno a inserirsi nella media dei prodotti di intrattenimento.

La serialità come fonte di dipendenza, un’ipotesi

Questa è l’epoca in cui, più di ogni altra nella modernità e post, sono più diffuse le narrazioni estese e seriali. Lunghi archi narrativi, quasi sempre in continuity serrata, che ti legano emotivamente come spettatore/lettore in modo che tu non diventi, tanto, uno spettatore/lettore a tutto tondo, ma un fruitore di quello specifico prodotto narrativo. Nel peggiore dei casi, solo di quello. L’idea può essere applicata anche al di là del piccolo schermo:

  • la Marvel cinematografica sta portando il suo multiverso al cinema in modo sistematico, al cinema e non solo, facendo bene attenzione a legare narrativamente l’intera produzione, tanto da farci sentire “in difetto” se non vediamo al momento giusto quel dato tassello del puzzle;
  • l’industria dell’interattenimento globale sforna nuove “saghe”, sul modello di Harry Potter ma in fondo anche di Star Wars, pronte a modellarsi attorno alla vita stessa dei fruitori più giovani, facendone esperienza sociale – le fan in coda per il nuovo capitolo di Twilight come quelle che urlavano per i Beatles;
  • anime e manga, che ormai sono indubbiamente universi a sé rispetto al fumetto in generale, come sanno bene i frequentatori delle fiere di settore.

La serialità, l’immersività e l’immediata riconoscibilità di un prodotto diventano importanti quando l’offerta è troppa. Overdose dei contenuti, un simbolo della nostra epoca. Il fruitore distratto, stanco e sovraccarico di proposte si rifugia nel noto, nell’avvolgente, trovandone conforto e soddisfazione (e ignorando tutto il resto).

Non è vero che non ci sia un pubblico per le nuove narrazioni di nuovi autori; il problema è che si è fatto di tutto per rendere quel pubblico un tossicodipendente cerebrale. Consumi, ne vuoi ancora, ma vuoi solo quello. E magari, non sei neanche disposto a pagare per averlo, ma questo è un altro problema.

Il consumatore tossicodipendente perde senso critico, si rifugia in tifoserie, odia e criminalizza chi mette in discussione ciò che, in fondo, non è altro che intrattenimento, uno dei tanti possibili. Psicopatologie del presente, le chiama JG Ballard.

Credo che la vera, decisiva sfida dei nostri anni sia portare più fruitori possibili fuori da questo loop. Ci sono altre narrazioni, altri linguaggi, altre forme mentis, là fuori, che aspettano di essere consumate, per darci un punto di vista alternativo – uno degli innumerevoli – sul mondo. Ogni storia, ogni franchise, ogni serie che sposti un micron più in là lo sguardo del fruitore-tossicodipendente, di suo, sta portando avanti una battaglia cruciale contro il pensiero unico, religioso, politico o chissà che altro, che pretende di dare un’unica e incontrovertibile spiegazione alla realtà.

Reboot in corso!

Liberarsi del bagaglio inutile è un modo per crescere.

Un blog fermo, senza direzione, non serve a niente.

Non tutto quello che ho scritto qui sopra mi rispecchia ancora. Sono passati anni da quando l’ho aperto. Sarebbe tragico il contrario!

Il gatto mi ha mangiato i libri entra in fase reboot. Si riparte, con le idee un po’ più chiare. Almeno si spera. La nuova tagline è il primo indizio, il resto verrà.