The Arrival, l’ombra di Crichton e la crisi degli esperti

Nella prima parte di The Arrival viene assemblato un “team di esperti” di due persone, una linguista e un fisico teorico. C’è da risolvere il problema di comunicazione con gli alieni appena sbarcati e c’è bisogno di persone particolarmente preparate; in pratica, servono dei superuomini (maschile neutro) della conoscenza, il meglio del meglio del meglio, per affrontare una sfida sovrumana. La scelta di Louise Banks è giustificata da sue precedenti collaborazioni con i servizi segreti. Ed è già qualcosa: personalmente, la scena mi ha ricordato altri due film. Hanno in comune Michael Crichton.

Tratti da suoi romanzi sono sia Jurassic Park che Sfera, tra l’altro lungometraggi più o meno contemporanei. Nel secondo, la giustificazione narrativa alla scelta dei membri del team (anche lì devono comunicare con un’entità aliena, ma subacquea) è senz’altro la migliore: lo scienziato con il volto di Dustin Hoffman aveva citato nomi di colleghi e amici in una abborracciata relazione per il Governo, da estrarre dal cassetto nell’eventualità (remota) di un contatto extraterrestre.

Jurassic Park è forse l’ultimo (cronologicamente) dei classici franchise-genici; Sfera, rivisto oggi, totalmente risibile; quello di Michael Crichton, mi viene da pensare, forse un nome sparito dai radar troppo presto, a cui dovremmo conferire la coccarda di “scrittore contemporaneo di fantascienza più influente”, parallelo a Stephen King per orrore e fantastico e, al contrario di lui, molto più fortunato quando si è cimentato direttamente con il cinema (eh già: il Westworld primigenio era un film, non un romanzo).

Alan Grant&Co in Jurassic Park si ritrovano in effetti ad affrontare una piccola odissea/fuga/ricerca in ambiente ostile, di cui incidentalmente sono esperti. Dal canto loro, gli scienziati di Sfera e la Jodie Foster di Contact hanno un enigma da dipanare, tramite gli strumenti intellettuali di cui sono dotati in maniera straordinaria. Esperti, insomma, come super-uomini di conoscenza.

E sempre in tema di paragoni con altri film, a colpirmi di più di The Arrival è l’ormai costante incapacità degli Esperti – nella narrazione cinematografica di massa odierna – di risolvere l’enigma all’interno della narrazione senza, per riuscirci, ricondurlo a un qualche trauma familiare individuale. Che questa parte intimista sia raccontata in modo credibile o meno: un altro esempio è Interstellar.

Lo spunto è sorprendente per due ragioni: in primo luogo, perché le uniche storie che il cinema commerciale “di genere” sembra in grado di raccontare oggi, sono quelle dei superuomini (quando non supereroi, avventurieri dallo sfavillante destino già scritto – che palle!); in secondo, perché invece il cinema commerciale “neoclassico”, biografico e/o romantico, non ha avuto problemi a raccontare (The Imitation Game) la storia vera di un superuomo dell’intelligenza, Alan Turing: dandogli il volto di Benedict Cumberbatch e calandolo in un intreccio di impeccabile equilibrio tra dramma, ostacoli (narrativi) da superare e introspezione, in una confezione digeribile da qualsiasi palato.

Anche Jodie Foster in Contact arrivava alla fine della ricerca “intellettuale” attingendo al personale bagaglio emotivo di essere umano. Eppure la struttura generale della narrazione, efficacemente ritmata, appariva equilibrata tra i due elementi (intrigo/introspezione) e, nel complesso, risolta. Vicina a The Imitation Game, ma lontana da The Arrival e Interstellar.

Una prima ipotesi è che ci sia, nella produzione USA contemporanea, una sorta di sacro terrore per film di fantascienza che non diano sufficientemente spazio al dramma umano dei personaggi; e che quindi, in fase di (ri)scrittura degli script, qualcuno forzi sempre la mano e faccia in modo che sia enfatizzata la parte intimista/strappalacrime.

In alternativa, a essere ormai totalmente in crisi potrebbe essere la figura stessa degli Esperti. Crollata la credibilità di molti di loro, tra crac finanziari e rivolgimenti socioeconomici (non previsti? Oppure non ascoltati dai potenti?), la narrazione di massa farebbe fatica a immaginare dei superuomini della conoscenza in grado di affrontare, e vincere, le sfide intellettuali più all’avanguardia; o almeno, avrebbe bisogno di rimarcare la loro componente umana, fragile ed emotiva, a ogni piè sospinto.

Come a dire: abbiamo una fifa tremenda all’idea di raccontare le Persone di Genio (del presente: The Imitation Game è una biografia). Quello che ci spaventa in misura maggiore è che la loro capacità speculativa, di guardare al di là dell’orizzonte, ci porti tanto lontano dal senso comune da mostrarci nuove possibilità, in parte incomprensibili, in parte inumane.

Mentre buttare lì (spoiler camuffato con citazione nerd) una subitanea metamorfosi in un Dottor Manhattan meno blu, ma altrettanto radioattivo, è di gran lunga più facile. Ma, certo, meno soddisfacente.

La serialità come fonte di dipendenza, un’ipotesi

Questa è l’epoca in cui, più di ogni altra nella modernità e post, sono più diffuse le narrazioni estese e seriali. Lunghi archi narrativi, quasi sempre in continuity serrata, che ti legano emotivamente come spettatore/lettore in modo che tu non diventi, tanto, uno spettatore/lettore a tutto tondo, ma un fruitore di quello specifico prodotto narrativo. Nel peggiore dei casi, solo di quello. L’idea può essere applicata anche al di là del piccolo schermo:

  • la Marvel cinematografica sta portando il suo multiverso al cinema in modo sistematico, al cinema e non solo, facendo bene attenzione a legare narrativamente l’intera produzione, tanto da farci sentire “in difetto” se non vediamo al momento giusto quel dato tassello del puzzle;
  • l’industria dell’interattenimento globale sforna nuove “saghe”, sul modello di Harry Potter ma in fondo anche di Star Wars, pronte a modellarsi attorno alla vita stessa dei fruitori più giovani, facendone esperienza sociale – le fan in coda per il nuovo capitolo di Twilight come quelle che urlavano per i Beatles;
  • anime e manga, che ormai sono indubbiamente universi a sé rispetto al fumetto in generale, come sanno bene i frequentatori delle fiere di settore.

La serialità, l’immersività e l’immediata riconoscibilità di un prodotto diventano importanti quando l’offerta è troppa. Overdose dei contenuti, un simbolo della nostra epoca. Il fruitore distratto, stanco e sovraccarico di proposte si rifugia nel noto, nell’avvolgente, trovandone conforto e soddisfazione (e ignorando tutto il resto).

Non è vero che non ci sia un pubblico per le nuove narrazioni di nuovi autori; il problema è che si è fatto di tutto per rendere quel pubblico un tossicodipendente cerebrale. Consumi, ne vuoi ancora, ma vuoi solo quello. E magari, non sei neanche disposto a pagare per averlo, ma questo è un altro problema.

Il consumatore tossicodipendente perde senso critico, si rifugia in tifoserie, odia e criminalizza chi mette in discussione ciò che, in fondo, non è altro che intrattenimento, uno dei tanti possibili. Psicopatologie del presente, le chiama JG Ballard.

Credo che la vera, decisiva sfida dei nostri anni sia portare più fruitori possibili fuori da questo loop. Ci sono altre narrazioni, altri linguaggi, altre forme mentis, là fuori, che aspettano di essere consumate, per darci un punto di vista alternativo – uno degli innumerevoli – sul mondo. Ogni storia, ogni franchise, ogni serie che sposti un micron più in là lo sguardo del fruitore-tossicodipendente, di suo, sta portando avanti una battaglia cruciale contro il pensiero unico, religioso, politico o chissà che altro, che pretende di dare un’unica e incontrovertibile spiegazione alla realtà.