Il gatto mi ha mangiato i libri

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Il trucco del finale annunciato

E’ una tendenza recente, improvvisamente diventata quasi moda. O forse una necessità per fronteggiare chiari limiti di una sceneggiatura? Non azzardo giudizi definitivi, ma una cosa è certa, il fenomeno della battuta “E’ finita” pronunciato da un personaggio per annunciare la chiusura di una storia (o meglio ancora, la risoluzione del suo conflitto centrale) è oramai talmente diffuso da meritare un commento.

I film che lo fanno e che mi vengono in mente al volo sono due. Serenity: lo dice Malcolm Reynolds quando ritorna dai suoi compagni, alla fine di un climax abbastanza efficace da farti temere che che tutti quanti i buoni della storia ci lascino la pelle. Nel primo Le cronache di Narnia lo pronuncia invece il leone Arslan, a fine della battaglia finale – e questo è l’esempio dell’uso negativo. Perché quando la battuta “di spiegazione” diventa necessaria per capire che la storia è finita… beh, direi che qualcosa, nell’impatto emotivo o nella struttura della storia stessa, non va.

I film in cui succede sono infiniti altri, soprattutto blockbuster e soprattutto dell’ultimo decennio. Al suo primo utilizzo doveva trattarsi di una battuta niente male, essenziale e secca, degna di uno Schwarzy o epigono (e probabilmente almeno una volta l’ha detta). Ma ricordo che alla visione in sala di Narnia mi colpì particolarmente perché il film vorrebbe essere un fantasy con battaglie, ma è anche un film della disney, per bambini, così cerca di limitare e nascondere la violenza il più possibile – taglia sequenze, lascia fuori campo, schiva passaggi logici. Al punto che la battuta di Arslan finisce per servire davvero a mettere la parola “fine” all’ultima battaglia.

In fondo, è poi solo un espediente per ottenere chiarezza, e può anche andarmi bene. Almeno finché non metteranno grandi frecce colorate a distinguere i buoni (in bianco) dai cattivi (in nero).

Serenity e un buon modo per evitare l’infodump

Ho rivisto Serenity di Joss Whedon, prosecuzione/versione cinematografica del non fortunatissimo telefilm di fantascienza Firefly, un tassello che tra l’altro manca alla mia cultura cinetelevisiva – un momento o l’altro probabilmente mi deciderò a recuperarlo. Non conoscere i personaggi mi ha dato però, alla prima visione, un interessante punto di vista “esterno” che mi ha fatto apprezzare il film per quello che è: un onesto film di fantascienza, con il ritmo e le sequenze di azione giuste, per atmosfere western e ironia più vicino a Star Wars che a Star Trek.

La seconda visione è di solito quella dell’analisi (che non è detto che sia volontaria, dovrei insegnare al mio cervello a chiedermi almeno il permesso quando mette in funzione gli strumenti critici…) così a rivedere l’incipit quello che in origine mi aveva colpito per la velocità, si è rivelato un efficiente meccanismo per trasmettere tutta una serie di informazioni allo spettatore, cercando di annoiarlo il meno possibile.

Diciamolo pure: Serenity potrebbe essere un infodump continuo – cioè una spiegazione su spiegazione, su spiegazione. Hai un universo intero da introdurre, nonché tutta una serie di personaggi e relazioni già messi in campo (suppongo) con più spazio nella serie televisiva, e che ora vanno accennati almeno per sommi capi. C’è una piccola lezione di sceneggiatura nella prima parte del film, perché il possibile spiegone viene abilmente frammentato in quattro parti:

1) La tipica voce fuori campo che racconta l’universo, secondo cui l’umanità ha colonizzato lo spazio e l’Alleanza è il tipico “impero buono” e gli altri mondi sono cattivi o retrogradi;

2) La scuola, in cui la voce fuori campo si rivela quella di un’insegnante, e un’allieva ribelle di nome River Tam dice che le cose non stanno affatto così. La maestra la ammonisce puntandole contro una matita che…

3) …diventa l’ago nella fronte di una ragazza adolescente, in un luogo da incubo e tra i macchinari. Uno scienziato spiega i poteri medianici della ragazza all’ispettore, lo scienziato manifesta qualche dubbio sull’identità dell’ispettore, l’ispettore aziona qualcosa che uccide le guardie, sfonda il vetro e libera River, dicendole di essere suo fratello. Fuggono…

4) …fermo immagine. Un uomo sta consultando le registrazioni olografiche della fuga di River Tam, salvata dal fratello. Lo scienziato di prima riceve le credenziali del nuovo venuto, che intuiamo una specie di “superagente” dell’Alleanza – i cattivi, insomma. Il superagente, cattivissimo quanto gelido, ammazza gli scienziati e parte alla ricerca di River.

Tra l’altro, da questa prima parte rimangono ancora fuori Malcolm Reynolds e l’equipaggio dell’astronave Serenity, i buoni della storia introdotti subito dopo, ma ehi, abbiamo una preda in fuga (che si rivelerà essere proprio sulla Serenity), un villain intrigante e un opprimente governo tirannico… ce n’è abbastanza per dirci “dentro la storia”.

Rispetto all’Impero di Star Wars, l’Alleanza di Serenity è una tirannide che pratica il controllo mediatico delle informazioni, qualcosa di impensabile nel ’77 ma di scottante attualità oggi. La risoluzione finale consiste infatti nella rivelazione di un terribile segreto tenuto nascosto dalla dittatura. Alla prima visione ricordo che la cosa mi aveva un po’ stonato nell’insieme – cercare di risolvere con uno schiocco di dita l’intero problema dittatoriale della galassia, ma ora mi accorgo che è un po’ la chiave della storia stessa, più vicina al presente. Peccato solo che tra battute simpatiche, sequenze d’azione e colpi di scena graditi, sebbene scontati, la storia non sappia staccarsi del tutto dai suoi modelli, rimanendo più nella dimensione del b movie di qualità (o meglio buon episodio di buon telefilm) che in quella del film vero e proprio.

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