Il mio buon amico Davide Mana si è impegnato pochi giorni fa in una passeggiata con l’eroe, mettendo in dubbio la struttura del “viaggio dell’eroe” su cui mi è capitato di soffermarmi (pure troppo) su queste pagine, e soprattutto il titolare della teoria narratologica che porta questo nome, ovvero Joseph Campbell, e il suo saggio L’eroe dai mille volti. Ho già approfondito l’argomento in senso generale, sia facendo una specie di faq al riguardo, sia un tentativo di spiegazione del viaggio dell’eroe come interfaccia emotiva. E poi, soprattutto negli ultimi tempi, ho continuato a ragionare sulle diverse applicazioni di questa struttura in alcuni film visti o rivisti di recente. Il post di Davide mi offre però l’occasione di mettere letteralmente al muro le teorie citate, sparare qualche domanda critica e vedere che cosa ne sopravvive. Ce n’è abbastanza da dividere la questione in più parti…
Il viaggio dell’eroe uguale Joseph Campbell?
Direi di no. Non esclusivamente. Faccio outing: non ho mai letto L’eroe dai mille volti, prima o poi mi ci dedicherò. Quello che mi è interessato trattare su queste pagine è piuttosto l’applicazione cinematografica di queste teorie, a partire da quanto scritto da Vogler nel saggio intitolato proprio Il viaggio dell’eroe. Quello sì l’ho letto e, come già detto, l’ho trovato noiosetto (ho già scritto di diffidare di chi ve lo cita come sua bibbia?) perché non fa nulla più che compilare un elenco di passaggi mitologici “imprescindibili” per la buona storia.
Anche lì, Vogler ci offre semplicemente delle terminologie efficaci per definire certi momenti di grande risonanza emotiva, nonché gli archetipi dei personaggi (vedi l’imbroglione a cui facevo riferimento sia per School of rock che per Lost). Interessanti strumenti di analisi, nonché mappe utili per orientarsi in una storia casomai ci si perda scrivendola, e niente di più, come fa sempre notare il buon Scott McCloud. Non mi stancherò mai di dire che il viaggio dell’eroe viene prima di Vogler e prima di Campbell: sono gli elementi ricorrenti delle storie mitologiche e nella narrazione epica di tutte le culture umane, che a loro volta riflettono il percorso di crescita e maturazione dell’individuo.
Perché il viaggio dell’eroe è così importante nel cinema?
Un’ipotesi: mi capita spesso di dire che il cinema è troppo costoso per essere scritto da una persona sola. Con un romanzo puoi sbracare e deragliare in quello che racconti, ma magari dirai comunque qualcosa di significativo nel tuo modo di utilizzare la lingua, nei concetti che esprimi. Con un fumetto puoi non avere la minima idea di dove andare a parare, però magari disegni come un novello Massimiliano Frezzato e quindi… wow, sarò felice di sfogliare le pagine da te disegnate.
Il cinema, quello popolare, vive e prospera solo se comunica, se le sue storie agganciano subito chi le guarda – dopotutto, almeno per il sistema sala cinematografica, si sceglie e si paga prima di entrare. Il passaggio attraverso più menti-autori-revisori, che utilizzano un riferimento comune nel viaggio dell’eroe (ma non solo in quello) è utile ad affinare la scrittura cinematografica ed evitare di vanificare le produzioni. Un film senza storia funzionante (non voglio dire originale, o con personaggi dalle psicologie fortissime, o con una tesi eccezionale; intendo semplicemente funzionante) è come una casa senza fondamenta, e questo per fortuna lo capiscono anche i produttori – quasi sempre.
Le teorie di Joseph Campbell sono il template usato da George Lucas per scrivere Star Wars?
Secondo me no. Il primo Guerre Stellari del ’77 era una storia che George Lucas aveva da raccontare: da un lato assemblando elementi rubati da Flash Gordon, da Dune, dal cinema di Kurosawa e dal western Usa, dai film di guerra (e altro che ora mi sfugge); dall’altro un certo tipo di individualità sua molto spiccata, il suo essere una persona mite ma determinata, lucida nel porsi gli obiettivi professionali e solidale con le persone stimate – elementi riversati in Luke Skywalker (Mark Hamill interpretava il personaggio ispirandosi al regista medesimo!).
Far concedere la protagonista femminile (Leia) al coprotagonista (Han) anziché al protagonista (Luke) la dice lunga su un personaggio che sceglie la sua via professionale-mistica anziché il più prosaico appagamento nella conquista della “bella”. E questo, se le biografie non mentono, è molto Lucas, e piuttosto singolare nella narrazione popolare.
L’ammirazione per Joseph Campbell, la creazione del mito moderno in Star Wars eccetera eccetera… è venuto tutto dopo, a successo internazionale raggiunto. E, lo dicono voci più accreditate della mia, proprio quando Lucas ha cominciato a parlare di mitologia a destra e a manca, i suoi film – i prequel – si sono rivelati molto meno interessanti mitologicamente. Vogliamo parlare del peccato mortale di introdurre la predestinazione in un sistema di valori che faceva della libertà di scelta, e di rifiuto della lotta, il suo cardine?
Continua!
Mahttp://ilgattomihamangiatoilibri.wordpress.com/2009/09/01/la-sceneggiatura-come-imbroglio-e-gli-imbroglioni-di-lost/
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