Il gatto mi ha mangiato i libri

Parole, storie, immaginario e laicità intellettuale

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Guevara, Houellebecq, Loach: l’importanza di suscitare domande

"Ha scritto un altro post sul blog! Di nuovo fanfaluche tra il politico e il narratologico! Prendetelo subito!"

“Ha scritto un altro post sul blog! Di nuovo fanfaluche tra il politico e il narratologico! Prendetelo subito!”

Sto leggendo contemporaneamente La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq e il Diario boliviano di Ernesto “Che” Guevara. Cominciati insieme, dopo un’incursione nella solita biblioteca, scelti abbinati perché già pensavo che si equilibrassero. E in effetti lo fanno, almeno nella mia testa.

Alle gesta del comandante Ernesto Guevara mi sono interessato dopo aver visto i due film di Soderbergh e Benicio Del Toro; mi hanno liberato da quell’immagine sfocata che avevo del “Che”, molto da pugno-chiuso-al-concerto-dei-Modena-City-Ramblers, residuo della scuola superiore quando ancora i sedicenni ribelli portavano le magliette rosse (ora portano quelle nere, ma è un’altra storia, da raccontare al limite un’altra volta). Di taglio secco, quasi documentaristico, raccontano la figura carismatica e intellettuale del Che senza dimenticare quanto lui fosse un fautore acceso della lotta armata. Nonché stretto sodale di un certo Fidel Castro. Due elementi sufficienti a farmi, diciamola così, prendere il personaggio con il beneficio di inventario. Ma comunque ritenendolo affascinante per la scelta, fatta una rivoluzione, di andarne a fare un’altra in Bolivia – lasciandoci le penne.

Houellebecq invece è un intellettuale contemporaneo nel più puro senso dell’espressione. Lo leggo, mi piace, e mi sta anche sulle palle. È inconfondibile quella intelligenza crudele, tanto lucida da essere inumana, che mi dicono riescano ad avere gli uomini di pensiero in Francia (senza l’umorismo britannico, e quel po’ di tolleranza ed empatia in più che dovremmo avere, dicono, noi latini). Se Piattaforma era già impietoso nel ritrarre i rapporti tra i sessi in Occidente e la necessità endemica del turismo sessuale (secondo lui, chiaro), qui con il trucchetto fantascientifico di un’umanità del futuro che ne racconta una del passato può letteralmente estraniarsi e seminare sentenze. Brillanti e acute. Ma, verrebbe da dire, questo signore si ricorda di appartenere alla razza umana, vero? Mi suggerisce anche un parallelo con il nostro Cesare Pavese, quella sua ossessione per il rischio degli artisti di raccontare la vita senza viverla.

Leggendo, i due libri si compensano. Perché Houellebecq sfiora la genialità inumana, mentre il Che è schietto e lucidissimo nel raccontare e valutare giorno per giorno i passi della sua guerriglia; e l’impatto emotivo è tanto più forte perché leggendo so che si tratta della cronaca istantanea di qualcosa che stava succedendo sul momento. Per la precisione di qualcuno che aveva scelto di mettere a rischio la propria vita e quella degli altri per un ideale di libertà – quello che la sua forma mentis lo aveva portato a credere essere l’ideale di libertà, se proprio dobbiamo essere cinici. Ma mi ritrovo a pendere un briciolo dal lato di Guevara, fosse solo perché in quello che scrive credeva fino in fondo, la storia ce l’ha dimostrata. Mentre un buon comunicatore può, come da proverbio, predicare meglio di come razzola (non so se sia così per Houellebecq).

Nella strana coppia di letture mi mancava però la sintesi tra i due estremi e l’ho trovata questa sera, guardando Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Pur non conoscendo così bene la storia della lotta armata per l’indipendenza dell’Irlanda dalla Gran Bretagna, l’ho trovato soprattutto un film di personaggi. E di domande lasciate aperte. Approfondisce la vicenda umana di due fratelli. Damien, medico, sta per andarsene a Londra da civile quando per una serie di ragioni aderisce alla ribellione. Teddy, testa calda, guida i rivoltosi ma alla proposta di un trattato di pace con l’Inghilterra ne diventa un fautore, vestendo presto la divisa del nuovo stato e diventandone un “poliziotto” che combatte gli ex compagni rimasti “irredentisti”.

Senza giudicare, ma mostrando la sequenza degli eventi, Loach ti sbatte in faccia una questione molto complessa: è meglio accettare un compromesso (la politica, dopotutto, è questo) per permettere a persone di vivere e fermare la violenza, oppure bisogna continuare a combattere, quando le disuguaglianze sociali ed etniche rimangono tali, anche a costo di perdere la propria vita e mettere a rischio quelle degli altri?

Ai miei occhi Loach non ha bisogno di essere stato direttemente coinvolto nella lotta armata, per darmi un messaggio che io percepisca come “ben comunicato” ma anche “vero”. Se in questo film trovo una posizione di sintesi, è per quanto bene è raccontata la storia, ma anche le ferite che apre davanti alla macchina da presa, rendendone parte lo spettatore ricettivo.

Al di là di tutte le valutazioni estetiche, i giudizi dei posteri e le contestualizzazioni, forse il vero senso ultimo di un’opera d’arte – e dell’intellettuale che la crea – è suscitare domande. Certo, bisogna aver la forza di accettare l’incertezza del dubbio; ed evitare le risposte preconfezionate, ma in linea di massima bugiarde, che ci propinano i custodi dello status quo.

Tornare a dire qualcosa di sinistra, comprensibile e senza vergognarsi

“Ho visto falsi dei, dei malvagi e aspiranti dei, ma mai un sistema che ha aspirato a diventare divinità unica e inattaccabile” disse il Dottore

Il più grande inganno del capitalismo è stato convincerci che sia l’unico sistema possibile. Mi emerge questa parafrasi di un celebre detto (sul diavolo) al termine, pochi minuti fa, della lettura del saggio Capitalismo tossico di Marco Bertorello e Danilo Corradi, edizioni Alegre. Sì, per gli amanti della precisione, scrivo questo post di domenica pomeriggio ma ne programmerò l’uscita, per pure ragioni di SEO-friendliness. E la seconda riflessione, tanto per divagare ulteriormente, è che su un blog di solito non trovano posto siffatte invenzioni linguistiche (mica ciccioli) perché si va sempre troppo di corsa per usare bene l’italiano. O sono io che ho un rapporto disfunzionale con la velocità, nel senso che magari la applico, ne sono soggetto in quanto utente e presunto autore su web 2.0, ma la detesto?

Quest’anno al Salone del Libro di Torino, dopo essere stato due giorni in rappresentanza dalle parti del Parco Culturale Piemonte Paesaggio Umano, sono tornato su di lunedì pomeriggio per farmi un giro con calma tra gli stand dei piccoli editori, per spiluccarne comodamente il catalogo e fare qualche acquisto, meglio ancora se scontato. E ho fatto scorta di nuove letture: curiosamente, visto che non è stata una scelta meditata, in prevalenza pressoché assoluta libri di saggistica (6 su 7). Un titolo per editore che scoprivo e di cui mi fermavo allo stand.

Ho scoperto che ci sono parecchi nuovi, di fatto, o nuovi per me, piccoli editori che si occupano proprio di questo. Libri di saggistica, su temi importanti del presente, quasi sempre con tesi e spunti controcorrente rispetto a quanto esce per i grandi editori. La cosa mi stupisce ma fino a un certo punto. Perché Internet sarà pure il luogo della condivisione delle informazioni, ma si va sempre dannatamente di fretta. Forse i tablet-muniti leggono un po’ di più su tablet, ma a schermo, non c’è storia, la lettura non è un piacere. Mentre un libro cartaceo è un libro cartaceo. Lo leggi all’aperto senza preoccuparti delle condizioni di luce, torni indietro e leggi con più attenzione i concetti complessi. Datemi pure dell’Indietrista, zio Fred sarà fiero di me (this is sooooo sci-fi old school nerd). Quindi suppongo che la presenza di più libri stampati di approfondimento sia un’esigenza sentita anche da chi desidera diffondere informazioni, e lo fa diventando (anche) editore tradizionale.

Da due di questi titoli è scattata la strana connessione di cui vado a trattare, e da cui è emersa la frase a effetto di inzio post. L’altro, oltre al libro citato, è La bisaccia del giornalista di Fausto Pellegrini (Dissensi). Che, mi scusi Pellegrini per la critica, è una lettura piacevole e giustamente militante, ma un po’ disordinata. Avrò perso un po’ il filo io, ma mi è mancata la tesi centrale del libro; che piuttosto, mi sembra un (ottimo, perarltro) excursus personale sull’informazione e i nodi cruciali da tenere d’occhio mentre le cose accelerano sempre più per colpa del velocissimo web 2.0. Sempre lì a prenderemela con la velocità, sono recidivo. E quanto agli scopi, forse l’excursus era proprio il proposito del saggio, quindi la critica non sussiste.

Il libro di Pellegrini ha avuto inoltre il pregio di farmi scattare un campanello d’allarme nel cervello. Parlando di giornalisti e di tutele professionali, mi sono ricordato un mio, per fortuna non così preponderante, atteggiamento nei confronti del lavoro. In più di un’occasione nella mia circa-decennale carriera lavorativa tra mondo dell’informazione e dell’editoria, mi è capitato di sbuffare a ogni vincolo e forma associativa di categoria, dicendo tra me: “Lasciatemi lavorare e non rompete le pa**e, posso farcela da solo”. Non in modo radicale, attenzione: sono iscritto all’albo e da quest’anno anche alla Subalpina, ma in linea di massima l’atteggiamento c’era. E sono arrivato a chiedermi: ma non sarà che questo individualismo professionale è un meme tossico, che mi trascino dietro come figlio della mia generazione? La risposta è, chiaramente: peut étre.

La questione è come al solito più complessa di quanto possa trovare spazio su un blog (e con i suoi tempi velooooocci! Bang! Indietrista abbattuto, comandante!). Però contrasta buffamente con un sacco di miei propositi di assessore alla cultura di un minuscolo comune, tra condivisione delle idee (in stile Ted) e necessità scoperta, bene o male, di un confronto pacifico per risolvere le questioni. Tutti concetti che considero ovvi e che ho imparato lungo la strada. Tutti ideali di sinistra, che lo si voglia o meno, che si vergogni di chiamarli tali o meno. Che si identifichi o meno (brrr!) la parola “sinistra” con gli esponenti politici nazionali che la rappresentano.

Qui entra in gioco il testo sul Capitalismo tossico citato in apertura. A differenza di quello di Pellegrini, è veramente efficace nella struttura e nelle tesi. Questo, a danno di un pizzico di difficoltà iniziale (per dire, non si può leggere sul water a qualche pagina per volta, ma richiede un po’ di concentrazione e una lettura continuativa). Che mi abbia suggerito la frase d’apertura l’ho detto. Il perché, chiamiamolo un altro campanello d’allarme. (Epifania fa davvero trooooopppo di sinistra). Perché Bertorelli e Corradi mettono in campo un concetto molto importante, che chiama in campo Orwell – 1984 è sempre più da insegnare a scuola – sul come le strategie economiche dell’Europa, i tagli ai servizi per rientrare nel debito, ci siano stati fatti passare come L’UNICA SOLUZIONE POSSIBILE. Quasi come ci dicesero: perché è il Mercato, figlioli, esiste forse qualcos’altro? E quel che è peggio è che io a questa monumentale balla ci ho pure creduto. Grazia a una giusta dose da parte mia di distrazione e ignoranza, e veicolata con stratagemmi neolinguistici degni del Big Brother originale, ma per un po’ ci sono cascato.

Il libro di Bertorello e Corradi merita una lettura approfondita, senz’altro. Leggendo poi le biografie dei due autori, e dell’autore della postfazione Riccardo Bellofiore, ho scoperto che si tratta di studiosi e docenti “nei dintorni” di un giornale come Il Manifesto, il cui orientamento politico è piuttosto ovvio. Devo ammettere, come nota personale, che questo libro un po’ mi riappacifica con il concetto stesso di “sinistra”, che ultimamente trovavo spesso associato ad autori come i Wu Ming e riviste on line come Carmilla che mi mettono un po’ in difficoltà sia nel leggerle che nel condividerne le idee. Limite mio, chiaramente, ma concediamoci questa ennesima pillola di onestà intellettuale messa in piazza (che altro è il blog?).

Mi riappacifica con il concetto di sinistra non solo perché è un buon libro, ma perché trova una delle sue soluzioni nel concetto di Lavoro. Su cui ho sempre avuto qualche perplessità colpa anche di Quel meme tossico. Eppure il concetto è relativamente semplice: se le multinazionali sfruttano i diversi costi della vita nelle varie nazioni, con delocalizzazioni e “ricatti interni”, un coordinamento sovranazionale dei lavoratori sarebbe tutt’altro che un’idea barbina. Difficile, yep, necessario di qualche rottamazione nelle dirigenze (ah ah ah questa spero che la legga Matteo Renzi) che non parlano inglese e “hanno sempre fatto cosà”. Ma è una direzione interessante. In linea di massima, ripensare il lavoro come dignità, giuste competenze, giusta formazione, giusta velocità – oh, ma è un vizio! – e retribuzione adeguata. Tanto per tenere su un sistema che, eh già, sta crollando e continua a farlo.

Dopotutto è su un certo testo, facile nella scelta delle parole e nella comprensibilità, eppure molto complesso e lento nella stesura, che si legge, in apertura: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Che avessero le idee più chiare di noi, così tanti anni fa?

L’eterna lotta tra tecnica e arte, aka avevano ragione gli yankee

Ricordo della Torino spettrale alle 6 del mattino in un giorno di agosto. Chi dorme o va in vacanza non trova storie!

Los Angeles, Sherwood Oask Experimental College, autunno 2007. Al panel sugli agenti che trattano diritti letterari per il cinema interviene un gruppo di professionisti che dopo la conferenza generale si divide tra i vari tavoli, in modo da permettere un contatto più diretto, domande e curiosità meno frenate dalla timidezza della sala piena. Ho il nitido ricordo di queste due agenti, donne mediamente giovani appartenenti a chissà quale gruppo, a cui qualcuno chiede che tipo di libri cercano. Domanda semplice, e molto utile per tutti noi. E loro rispondono, senza la minima esitazione: good books.

Ricordo anche che era il terzo giorno di full immersion e che tutto quel ciarlare in stile Pro, per i quali è tutto semplice-ma-tanto-voi-non-sarete-mai-dalla-nostra-parte-della-barricata (ehm), mi aveva dato un po’ di nausea. Finii il pomeriggio a lamentarmi con tal James che se costoro tutto quello che sapevano rispondere era che volevano buoni libri… beh, potevano andarsene a quel paese. Era una risposta che non aveva senso.

Ed è una risposta che mi è tornata in mente oggi, dopo alcuni scambi bloggheschi con Davide Mana, con Gianluca Santini e un inciampo a vedere che ne è stato del corso di scrittura di Fabio Bonifacci di cui, lo ammetto, mi sono vergognosamente dimenticato. Credo che sia uno degli effetti secondari del multitasking, dimenticare del tutto qualcosa da un giorno all’altro. Fatto sta che la strana frenesia narratologica di cui è preda Strategie Evolutive, che rimanda in un post di ieri a una coppia di post del giovine Gianluca sui finali dal punto di vista tecnico, di primo acchito mi ha fatto storcere la bocca e coniare un aforismo felino, qualcosa tipo (ma va raffinata):

La narratologia è come le patatine: ti piace quando sei giovane, poi invecchiando ti accorgi il cibo e le storie vere stanno altrove.

Un rapido scambio su Facebook in cui dico al buon Gianluca che, tanto, hai buon scegliere il finale migliore, ma quello che conta non è la tecnica ma la sostanza. Puoi aver studiato tutti i manuali di scrittura che vuoi, ma se non hai una storia da raccontare… beh, semplicemente si vede.

KA-BLAMM! In pratica io sto dicendo che gli unici libri importanti sono i buoni libri. In pochi anni, dall’essere uno che riempiva pagine di teorie di scrittura (cercate indietro in questo blog per credere, ho ancora un sacco di inutili categorie del blog a tema narratologico ormai inutilizzate…) sono andato a parare dritto dritto in quel concetto e quel modo di esprimersi che tanto mi aveva fatto schifo oltreoceano. E quindi chi ha ragione?

Intervallo. Il giuramento del narratore. Terza tappa della mia Strana Connessione.

Al di là di pensare che democristianamente la virtù sta nel mezzo, il punto è davvero che entrambi gli estremi generano mostri. In ordine di tempo l’estremo del “good book” è venuto prima. Se una storia sia degna di essere raccontata è qualcosa al di là delle valutazioni oggettive, o quasi. Porta con sé concetti come Arte e Artista e Autore che tanta rovina hanno fatto all’industria del cinema, dell’editoria e degli altri media nel nostro paese (vero, Francesco?). Ma d’altronde, con la fuffa narratologica ci riempi i manuali e discuti mentre gli altri scrivono libri e sceneggiature e webserie, e alla fine loro pubblicano vendono vengono riconosciuti come Autori e tu te ne stai lì con il cerino e la certezza (?) di saper fare meglio (?).

Però, però, aspetta. Vocabolario. Buon libro non significa Opera d’arte, né tantomeno Capolavoro. Significa una storia ben precisa, con un capo e una coda, con dei personaggi ragionevolmente credibili, che racconti un’ambientazione che l’autore conosce (anche quando se l’è inventata) e mostri la realtà (anche fittizia) da un particolare punto di vista. Tutto questo è oggettivo, seppur filtrato dalla sensibilità di ognuno. E pende molto più dalla parte della ragione rispetto a qualunque balengo che ti venga a contestare la presenza delle “d” eufoniche o la non aderenza a qualche Sacro Canone Costituito. E i secoli, tra l’altro, ci hanno confermato che buona narrazione viene tramandata, mentre le temporanee santificazioni delle pure esibizioni di perizia tecnica (in prosa, nel cinema, in chissà che altro…) non sopravvivono alla loro epoca.

Diavolo di quei dannati Yankee Pros. Alla lunga, avevano ragione loro.

Jean Paul Sartre, George Lucas e l’altro nome dei contenuti extra

"Allora, tu spari per primo. Ah, no, sparo prima io, ma sono un idiota e quindi ti manco. Però è meglio se..." "Muso verde, deciditi per la miseria!"

La serendipità delle letture mi ha portato tra le mani un volumetto degli Oscar Mondadori degli anni Settanta, nella fattispecie le due opere teatrali di Jean Paul Sartre Morti senza tomba e Le mani sporche. Incuriosito da titoli e argomenti, con ampie lacune sulla storia del teatro da colmare e conoscendo l’autore appena di nome, mi sono ritrovato appassionato a divorare due intense e potenti vicende di politica, resistenza, tradimento. Soprattutto del secondo testo mi ha colpito il realismo crudele – ma con narrazione rapidissima, senza un momento vuoto – con cui viene trattata la storia di Hugo, giovane intellettuale del Partito Comunista di un’imprecisata nazione est europea, affiancato al carismatico leader Hoederer come segretario, ma con lo scopo segreto di conquistarsi la sua fiducia e assassinarlo. Realismo crudele e lucidità, da conoscenza diretta, dei meccanismi della politica, tanto più quella “di frontiera” (l’ambientazione è a pochi mesi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale).

Il libro non contiene esclusivamente le due opere teatrali ma anche una cronologia della vita di Jean Paul Sartre, un breve ma ricco testo sul suo pensiero con frammenti dalla biografia della compagna Simone De Beauvoir, in chiusura anche una lunga intervista all’autore realizzata in occasione della riproposizione dell’opera medesima a Torino per il Teatro Stabile nel ’63-’64. Esatto, tutta quella parte di testo che quando ti toccava un Classico in lettura per la Scuola (maiuscole di fastidio) eri felicissimo di poter saltare oppure – se avevi un’insegnante particolarmente sadica – ti toccava studiare. Questa volta, però, con me colpevolmente ignorante su vita, morte e miracoli di Jean Paul Sartre, si è rivelata una lettura molto interessante. Certo, letto a posteriori, dopo essermi gustato le opere. E con quel che di surreale che ti concede vedere trattato l’autore come un vivente – scopro ora da Wikipedia che questo signore è scomparso prima della mia nascita, ma dopo la realizzazione di questo libro.

Con un solo libro, data di morte a parte, sono riuscito così a scoprire un grande autore, filosofo, drammaturgo e a farmi un’idea del pensiero, la biografia e il contesto storico. Tutto grazie a quei testolini extra prima e dopo. E mi capita il pensiero assurdo che siano, in effetti, dei contenuti extra. O quasi, perché c’è una sottile ma decisiva differenza. Che fa scattare un’altra strana connessione.

[sull'intervista finale a Sartre molto da dire, pure. Come per esempio che a tratti, dopo aver letto un testo eccezionale, il suo calarlo in un contesto funzionale/didattico/politico, quasi travisando le emozioni che trasmette e le idee che suggerisce, mi fa venire il voltastomaco. Una concezione della narrazione decisamente calata nel suo tempo, non c'è che dire. Ma non ho un'idea abbastanza chiara di questo per scriverne nel dettaglio - per il bene di tutti]

Già perché martedì sono passato davanti alla Feltrinelli di piazza CLN e, abboccando clamorosamente, ho avuto una piccola acquolina alla vista del nuovo stratosferico cofanetto dell’intera esalogia di Star Wars finally in Blu Ray. In cui, tra l’altro, sono riusciti pure a fare una cover decente che riassume il percorso della famiglia Skywalker senza pacchianate: Anakin bambino con il suo zainetto sulle spalle quando sta per abbandonare Tatooine e Luke ventenne che la vita da contadino del pianeta deserto la vorrebbe tanto abbandonare, e presto in effetti incontrerà Ben Kenobi e tutto il resto. No, non ho fatto nessun acquisto convulso per motivi religiosi. Non ho il lettore di Blu Ray e non me ne frega, ho già la trilogia vera in dvd, ergo non me ne frega un accidente. Però… slurp!

Il servizio su Film Tv incuriosisce sui contenuti extra vecchi e nuovi. Ma non mi interessano, vero? E qui, altro spunto. Che, almeno per me, l’acquisto dei film in dvd incentivato dalla presenza dei contenuti extra è una cosa passata. Come le uova kinder: quando sei piccolo le vuoi per la sorpresina, poi cresci e preferisci la cioccolata. Ormai, complice l’overdose di contenuti, se mi interessa avere un film in dvd, ormai mi interessa a prescindere dal resto dei contenuti che contiene, che magari guarderò, magari no. Ma direi di non poter negare che con l’avvento dei dvd ci sia stata la moda dei contenuti extra – tanto che in vari dvd di produzione minore, finivano per inserire nell’elenco piccole cose tanto per fare numero sul retro della custodia, come il trailer originale, il menù animato, le biografie di registi e attori consistenti di solito in una scheda testuale tirata via e senza fotografie.

Il parallelismo è inevitabile. Pur sembrando un’invenzione recente, i contenuti extra c’erano già nei volumetti Oscar Mondadori anni Sessanta e Settanta. Con una sostanziale differenza: featurette, backstage e altra roba da dvd di blockbuster sono lì per arricchire la visione di altri dettagli, incentivare all’acquisto e poco altro. Lo scopo dei testi integrativi nei libri era, scusate il trombonese, “inserire libro e autore nel rispettivo contesto storico”. C’è, a monte, tutta una consapevolezza dell’importanza culturale di quel testo specifico e del suo autore, che giustificava l’invesimento economico per il contenuto extra. Qualcosa a cui forse, per il cinema, non arriveremo mai. E forse è persino troppo tardi – a livello di economia mondiale – per pensare qualcosa del genere. A meno che…

La Stampa di lunedì 19 settembre, in prima pagina, riporta la notizia della scoperta del pianeta con due soli, subito accostato a Tatooine. Già lo sapevo dal google alert che mi informa di qualsiasi cosa parli di Star Wars, ancora attivo da secoli fa quando gestivo la Guida di Supereva dedicata alla saga di Lucas in parallelo all’uscita del mio libro sullo stesso argomento. Alla news ho personalmente ho dedicato solo i 2 secondi netti necessari per leggere l’intestazione e farmi una risata (non ho aperto il link, per dire). La Stampa invece gli dedica la prima pagina, che rimanda a un paginone interno che parla delle lamentele dei fan per le ulteriori modifiche – il signor Lucas sa bene come far parlare di sé a ogni nuova uscita, e in fondo lo scopo dell’articolo è annunciare l’uscita del cofanetto di cui sopra – acquolina – slurp – ritrovato contegno.

C’è di comicissimo, nella stessa pagina, il box su Tatooine. Grazie ad ampio uso di Wikipedia se non Wookiepedia, parla di numero di abitanti e dei due soli – roba mai saputa anche se per me quella è religione – e poi sbraca citando la principessa Leila (sic) che uccide Jabba the Hutt nel primo film (maddeché? Queste cose le sanno anche gli Ewoks!). Non voglio né mi interessa dire che la stampa generalista, come al solito, scrive delle gran boiate sugli argomenti che noialtri nerd invece abbiamo avuto tempo da perd… ehm, di seguire. Anche perché fino a prova contraria sono anch’io iscritto all’Ordine e vivacchio con la carta stampata. E nessuno può sapere tutto. Però, però, i telegiornali rubano sempre più le notizie dalla rete. Un noto quotidiano nazionale fa la prima pagina con questa roba qua. Non sarà che il vecchietto verde con le grandi orecchie aveva ragione? Sempre in movimento è il futuro.

Chiacchiere intelligenti per le vacanze, alias TED

Cose su cui mi è capitato di riflettere, chiacchiere sempre stimolanti da quella eccezionale invenzione che sono i Ted Talks. Sull’importanza delle reti sociali (e della loro variante digitale, i social network, che sono la stessa cosa ma anche una cosa un po’ diversa), sul contagio delle abitudini ma soprattutto delle idee. Mi ha ricordato anche il riferimento, in Worldchanging, alla possibilità di una minoranza di persone con l’idea giusta di cambiare il mondo – è successo in Sudafrica con l’Apartheid.

Il pulsantino per i sottotitoli in italiano è in basso a sinistra. Enjoy!

Lo spargimento delle idee poi mi rimanda indietro a un’altro brillante e fulminante Ted, che riguarda “Come creare un movimento”.

Russell T. Davies, Angelo Brofferio e la forza nelle opinioni

We believe in the Doctor

Sto divorando il volume The Writer’s Tale: the final chapter, fitto tomo di scambi via mail tra lo sceneggiatore di Doctor Who Russell T. Davies e il giornalista Benjamin Cook in cui si assiste “dal di dentro” alla nascita dal punto di vista della scrittura della quarta stagione e infine degli speciali che segnano la fine dell’era “decimo dottore” con David Tennant. Ieri in biblioteca a Calamandrana ho fatto il moderatore per la presentazione del volume Angelo Brofferio e l’Unità incompiuta, di Laurana Lajolo, piacevole e ricco racconto della vita di uno dei più sottovalutati personaggi del risorgimento italiano. E qualcosa, come scriverebbe Davies, ha fatto click nella mia testa, dando vita a una strana connessione.

A parlare bene del libro di Davies/Cook non bastano gli aggettivi che mi vengono in mente. Se avessi le stellette, sarebbero 10 su 5, ma non è una recensione che mi interessa fare. Basti dire allora che è uno scorcio sorprendentemente sincero, a tratti persino disarmante, eppure venato di irresistibile umorismo british, sull’approccio alla scrittura di una serie televisiva di successo (e unica nel suo genere) da parte di un narratore con i controfiocchi.  Un natural born writer, come mi piace dire a volte, e non uno cresciuto a manuali e termini tecnici – che anzi lui dice detestare, anzi “rifuggire terrorizzato”.

Verso il fondo, nella preproduzione dello speciale The waters of Mars, Davies racconta di come gli “zombi di acqua” che sono i cattivi dell’episodio vengano realizzati come veramente troppo spaventosi. Quindi, il suo intervento per togliere agli attori che li interpretano almeno le lenti a contatto bianche. Un intervento che tra l’altro gli causa anche da parte della troupe critiche di “censura preventiva” (traduco a spanne):

E poi sono andato sul set, per abbassare di intensità le Persone d’Acqua – solo tolto le lenti a contatto, molto meglio – ma alcune persone erano molto ciniche riguardo a questa mia scelta di rendere meno inquietanti i mostri, come se stessi alleviando la pressione, terrorizzato dalla cattiva stampa, e depotenziando l’episodio. E’ vero che la BBC è così spaventata in questi giorni, e che chiunque sta censurando qualsiasi cosa e trattendendosi – ma non è per quello che ero lì, porca miseria! Io penso che quei mostri fossero sbagliati. Nel fondo del mio cuore. Penso che i bambini ne sarebbero stati pietrificati – non spaventati, ma aggrediti da paura e terrore. E quello è sbagliato. E’ il mio lavoro, la mia resposabilità morale, intervenire. Francamente, mi fido del mio giudizio. A volte in questo lavoro, devi stare lì di fronte a un migliaio di persone che ti dicono che ti sbagli, e continuare a credere di avere ragione. Dopodiché sei trattato come un maledetto codardo.

Angelo Brofferio è stato avvocato, giornalista, autore di teatro, compositore (mi piace scherzare sul fatto che era una rockstar dell’epoca). Sempre in prima linea, sempre con opinioni in anticipo sui tempi, come la sua lotta contro la pena di morte, contro i privilegi di aristocrazia e clero, per la cultura pubblica e la stampa libera. Mi sono ritrovato ieri nel corso della presentazione a chiedere a Laurana quanta forza, anche di carattere, sia necessaria per “tenere duro” anche quando ti ritrovi a combattere battaglie giuste, praticamente da solo.

Moltissima forza, è stata ovviamente la risposta. L’eredità che ci ha lasciato è un’esortazione costante al senso critico, il distacco di capire, decidere, e poi non farsi smuovere da nulla (la sua personale accezione del termine bugianèn). Brofferio, decisamente, aveva questa forza di carattere. Russell T. Davies anche, pur se in altri campi. Se seguissi alla lettera le istruzioni molto anglosassoni di uno degli sceneggiatori a un corso americano che non ricordo, ora dovrei appendermi sul muro sopra al pc le immagini di Brofferio e di Davies. Giusto per ricordarmi quanto è importante saper scegliere e saper sostenere a fondo le proprie opinioni. Magari non sarò così letterale, ma è come se l’avessi fatto.

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