
“Ho un brutto presentimento”. “E perché mai? Siamo in una grotta sterminata, su un pianeta alieno dall’aria irrespirabile e senza casco. Che potrebbe mai andare storto?” “A parte la sceneggiatura, intendi…?”
L’altra sera, quasi per errore, ho visto il film Legion in tivvù. L’ho guardato dall’inizio alla fine, con convinzione via via decrescente, fino allo sbuffo finale di noia. E sì che mi ero ricordato, lungo la strada, di una qualche recensione in rete che lo definiva “Un horror con gli angeli al posto dei vampiri”, e che in pochi minuti la storia ti portava presto alla definizione di un tot di personaggi, un luogo isolato, qualche trucchetto risolutivo saggiamente anticipato (vedi l’accendino di Dennis Quaid), insomma, un tipico genere Assedio – se proprio dobbiamo trovargli un sottogenere. E io, del sub-genre Assedio, ci ho visto parecchi film interessanti, fosse solo l’intera filmografia di John Carpenter. e poi pure un po’ di Rodriguez, quindi mi sono fermato fino in fondo.
Ma no, e pure me l’avevano detto. Era il solito compitino, ma di quelli che oramai capita spesso, anzi quasi sempre di vedere. L’ultima cosa davvero divertente e intrigante capitatami sotto gli occhi, in questi dintorni tematici, è stato se non ricordo male Grindhouse – Planet Terror, appunto di Rodriguez. Che forse bara, perché in potenza è una parodia, esagera volutamente e sapientemente, al contrario della sottrazione che operava come marchio di fabbrica il Carpenter dei tempi d’oro. Ma comunque mi aveva divertito. Qualsiasi cosa ciò significhi: perché non riesco a togliermi dalla testa – anche se sono convinto di sbagliarmi – che in parte sono io a divertirmi meno perché comincio ad avere troppi film, anzi troppe storie, in bagaglio.
Pensavo a questo venerdì, dopo aver visto Prometheus, il nuovo Ridley Scott, ritorno alla fantascienza e compagnia cantante. A chi mi ha chiesto come sia, ho risposto: “E’ un film di fantascienza”. E non è per niente poco, che sia fantascienza, con delle belle astronavi, qualche spunto di filosofia – nel senso di teorie sul senso dell’universo e della vita – dei personaggi non (sempre) ridicoli, un briciolo di base scientifica. E sì che svacca un po’ verso la fine, e non si capisce neanche bene perché sia vietato ai minori di 14 anni (c’è una scena forte, ok, la prima estrazione “live” di un protoxenomorfo dalla pancia della vittima, ma, ehi, è una scena sola in tutto il film!), ma il pensiero migliore che mi viene, a chi parla male di questo film è: non solo io, ma tutti abbiamo visto troppi film. Il bagaglio di storie è troppo pesante, per divertirsi ancora, come la prima volta che vedevamo Star Wars o Ghostbusters o Jurassic Park.
Occhio, non è tutto qui. Un esempio semplice: riguardo all’esplorazione spaziale, mi capitava nei giorni scorsi di pensare che, se le cose rimangono così su questo pianeta, e ci sarà bisogno di nuove risorse da recuperare al di fuori della Terra, non saranno certo i governi ad aver e i soldi per costruire un’astronave e lanciarla tra le stelle; al limite, ce la potrebbero fare le multinazionali. Al che, visto che si parlava di Prometheus, mi è venuto in mente come la Compagnia, fantomatica corporation, sia uno dei fili conduttori – e chiave di lettura metaforica – dell’intera saga di Alien già dal suo imprescindibile esordio dei tardi ’70. Poi il pensiero corre a Steven Spielberg, a come, per Close encounters of the third kind, sia riuscito a girare esattamente il film che voleva, con un budget molto elevato e con un titolo che – racconta lui – solo per miracolo è riuscito a fare accettare da “quelli del marketing”.
Insomma, per ripescare una definizione polverosa proveniente dal mio libro di letteratura del liceo, siamo “nani sulle spalle di giganti”. Gli anni tardi ’70 primi ’80 sono stati per il cinema americano qualcosa di unico e irripetibile. La grammatica, come mi piace dire. Spielberg, Lucas, Carpenter, Ridley Scott. E’ persino troppo facile rifarsi a loro, considerarli i maestri; la loro lezione dovrebbe essere data per scontata, così come un chitarrista che rifa -solo- lo stile di Jimi Hendrix mi fa sbuffare, e non sono così convinto di aver voglia di andare a sentire una cover band dei Led Zeppelin. E badate, sono una delle band della storia del rock – altro periodo di eccezionalità artistica, iniziato nei Sixties – che ancora, più di ogni altra, mi fanno emozionare nel sentirne i brani. Questo non significa che un appassionato di rock possa amare solo gli Zep, e considerare fuffa tutto il resto che ne viene dopo e ne è stato influenzato (tanto per fare tre nomi, Rush, Queen e Aerosmith). C’è la grammatica, e poi c’è un intero alfabeto di fonemi e lettere da esplorare.
Prometheus è un film di fantascienza, figlio del suo tempo. Nè bello nè brutto. Frutto di autori poco ispirati, ammanettati da un dipartimento del marketing che vale più di ogni scelta artistica (“don’t you feel the dark side of storytelling, Luke?”). Quantomeno non è più citazionista, un male necessario, divertente come le barzellette e altrettanto di breve durata. Direi che è quasi ora che si cominci a cercare di raccontare nuove storie, in nuovi modi; considerando la grammatica, le lettere aggiuntive, ma anche, perché no, pure i numeri, se mi passate l’allegoria. Prendendo spunto dalla vita reale per scrivere una storia di genere, e non più ingabbiandosi in una narrazione di archetipi semplificati da altri narratori, che già scopiazzvaano da altri archetipi – che i buchi di sceneggiatura e le inverosimiglianze neanche si notano più, anzi ci costruisci sopra l’intero Lost. Attingendo alla narrazione di altre parti del mondo, ma per davvero, non solo due katane giapponesi e via. Dicendo cose vecchie in modo nuovo, e cose nuove con un linguaggio antico.
E, sì, potrebbe non essere il cinema, il prossimo medium più diffuso per raccontare storie. Any problem?
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