Il gatto mi ha mangiato i libri

Parole, storie, immaginario e laicità intellettuale

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Guevara, Houellebecq, Loach: l’importanza di suscitare domande

"Ha scritto un altro post sul blog! Di nuovo fanfaluche tra il politico e il narratologico! Prendetelo subito!"

“Ha scritto un altro post sul blog! Di nuovo fanfaluche tra il politico e il narratologico! Prendetelo subito!”

Sto leggendo contemporaneamente La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq e il Diario boliviano di Ernesto “Che” Guevara. Cominciati insieme, dopo un’incursione nella solita biblioteca, scelti abbinati perché già pensavo che si equilibrassero. E in effetti lo fanno, almeno nella mia testa.

Alle gesta del comandante Ernesto Guevara mi sono interessato dopo aver visto i due film di Soderbergh e Benicio Del Toro; mi hanno liberato da quell’immagine sfocata che avevo del “Che”, molto da pugno-chiuso-al-concerto-dei-Modena-City-Ramblers, residuo della scuola superiore quando ancora i sedicenni ribelli portavano le magliette rosse (ora portano quelle nere, ma è un’altra storia, da raccontare al limite un’altra volta). Di taglio secco, quasi documentaristico, raccontano la figura carismatica e intellettuale del Che senza dimenticare quanto lui fosse un fautore acceso della lotta armata. Nonché stretto sodale di un certo Fidel Castro. Due elementi sufficienti a farmi, diciamola così, prendere il personaggio con il beneficio di inventario. Ma comunque ritenendolo affascinante per la scelta, fatta una rivoluzione, di andarne a fare un’altra in Bolivia – lasciandoci le penne.

Houellebecq invece è un intellettuale contemporaneo nel più puro senso dell’espressione. Lo leggo, mi piace, e mi sta anche sulle palle. È inconfondibile quella intelligenza crudele, tanto lucida da essere inumana, che mi dicono riescano ad avere gli uomini di pensiero in Francia (senza l’umorismo britannico, e quel po’ di tolleranza ed empatia in più che dovremmo avere, dicono, noi latini). Se Piattaforma era già impietoso nel ritrarre i rapporti tra i sessi in Occidente e la necessità endemica del turismo sessuale (secondo lui, chiaro), qui con il trucchetto fantascientifico di un’umanità del futuro che ne racconta una del passato può letteralmente estraniarsi e seminare sentenze. Brillanti e acute. Ma, verrebbe da dire, questo signore si ricorda di appartenere alla razza umana, vero? Mi suggerisce anche un parallelo con il nostro Cesare Pavese, quella sua ossessione per il rischio degli artisti di raccontare la vita senza viverla.

Leggendo, i due libri si compensano. Perché Houellebecq sfiora la genialità inumana, mentre il Che è schietto e lucidissimo nel raccontare e valutare giorno per giorno i passi della sua guerriglia; e l’impatto emotivo è tanto più forte perché leggendo so che si tratta della cronaca istantanea di qualcosa che stava succedendo sul momento. Per la precisione di qualcuno che aveva scelto di mettere a rischio la propria vita e quella degli altri per un ideale di libertà – quello che la sua forma mentis lo aveva portato a credere essere l’ideale di libertà, se proprio dobbiamo essere cinici. Ma mi ritrovo a pendere un briciolo dal lato di Guevara, fosse solo perché in quello che scrive credeva fino in fondo, la storia ce l’ha dimostrata. Mentre un buon comunicatore può, come da proverbio, predicare meglio di come razzola (non so se sia così per Houellebecq).

Nella strana coppia di letture mi mancava però la sintesi tra i due estremi e l’ho trovata questa sera, guardando Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Pur non conoscendo così bene la storia della lotta armata per l’indipendenza dell’Irlanda dalla Gran Bretagna, l’ho trovato soprattutto un film di personaggi. E di domande lasciate aperte. Approfondisce la vicenda umana di due fratelli. Damien, medico, sta per andarsene a Londra da civile quando per una serie di ragioni aderisce alla ribellione. Teddy, testa calda, guida i rivoltosi ma alla proposta di un trattato di pace con l’Inghilterra ne diventa un fautore, vestendo presto la divisa del nuovo stato e diventandone un “poliziotto” che combatte gli ex compagni rimasti “irredentisti”.

Senza giudicare, ma mostrando la sequenza degli eventi, Loach ti sbatte in faccia una questione molto complessa: è meglio accettare un compromesso (la politica, dopotutto, è questo) per permettere a persone di vivere e fermare la violenza, oppure bisogna continuare a combattere, quando le disuguaglianze sociali ed etniche rimangono tali, anche a costo di perdere la propria vita e mettere a rischio quelle degli altri?

Ai miei occhi Loach non ha bisogno di essere stato direttemente coinvolto nella lotta armata, per darmi un messaggio che io percepisca come “ben comunicato” ma anche “vero”. Se in questo film trovo una posizione di sintesi, è per quanto bene è raccontata la storia, ma anche le ferite che apre davanti alla macchina da presa, rendendone parte lo spettatore ricettivo.

Al di là di tutte le valutazioni estetiche, i giudizi dei posteri e le contestualizzazioni, forse il vero senso ultimo di un’opera d’arte – e dell’intellettuale che la crea – è suscitare domande. Certo, bisogna aver la forza di accettare l’incertezza del dubbio; ed evitare le risposte preconfezionate, ma in linea di massima bugiarde, che ci propinano i custodi dello status quo.

Inception, il troncio e il fantastico pastorizzato

Ho recuperato Inception del signor Nolan, che mi mancava perché a suo tempo tentai di andarlo a vedere con un amico al multiplex, ma la sala era piena e ripiegammo su un altro film (Adele e l’enigma del faraone, baracconata divertente e quel tanto così europea da essere apprezzabile, almeno al mio gusto). Sapevo dell’ottima idea di partenza, gente che va a frugare  nei sogni altrui; avevo anche letto delle vicissitudini produttive: che un film con una storia originale, e pure costosa, negli anni Duemila lo può fare solo Christopher Nolan dopo aver saziato i producers con Il cavaliere oscuro.

Non sapevo, visto che parliamo di idee, che tra l’altro va a parare nel sogno-dentro-il-sogno, uno spunto che avevo avuto anch’io, quando lavoravo a un progetto fumettistico legato al mondo onirico, e che avevo archiviato credendolo originale – eh già, le idee sono nell’aria, e capita anche che qualcuno ci arrivi prima.

Mi è  piaciuto? Non lo so. Vedibile. Per niente pesante, nonostante la lunghezza piuttosto maestosa di due ore e 15. Con bei risvolti sui personaggi, ed è significativo che – spoiler? Massì che l’avete visto tutti, mancavo solo io – il grosso del conflitto si risolva nella storia personale tra il protagonista e la moglie, sensi di colpa e dintorni. Però, però… il retrogusto finale è che, da una materia vastissima e che sarebbe stato interessante esplorare meglio si sia scelto di limitare tantissimo a una sola dimensione; un parco di divertimenti gigantesco in cui però puoi percorrere solo ed esclusivamente un percorso stretto, delimitato da frecce luminose.

Mi ha fatto venire in mente il vecchio sketch di Ugo Tognazzi, che dal troncio ci faceva un solo stuzzicadenti. E la spiegazione che mi dò risale al non essere riuscito a entrare in sala ai tempi di Inception al multiplex: si tratta di un film mainstream, cioè commerciale. Anche se sei mr. Nolan, negli anni Duemila, non sarà che l’unico modo per fare un film per il grande pubblico di genere fantastico lo devi “pastorizzare” in anticipo, tirando via ogni contenuto eversivo che il fantastico, quello vero, si porta dietro nel dna?

Ribeccatevi Tognazzi e Vianello, va…

Prometheus: nani, giganti e altre sciocchezze da critico

“Ho un brutto presentimento”. “E perché mai? Siamo in una grotta sterminata, su un pianeta alieno dall’aria irrespirabile e senza casco. Che potrebbe mai andare storto?” “A parte la sceneggiatura, intendi…?”

L’altra sera, quasi per errore, ho visto il film Legion in tivvù. L’ho guardato dall’inizio alla fine, con convinzione via via decrescente, fino allo sbuffo finale di noia. E sì che mi ero ricordato, lungo la strada, di una qualche recensione in rete che lo definiva “Un horror con gli angeli al posto dei vampiri”, e che in pochi minuti la storia ti portava presto alla definizione di un tot di personaggi, un luogo isolato, qualche trucchetto risolutivo saggiamente anticipato (vedi l’accendino di Dennis Quaid), insomma, un tipico genere Assedio – se proprio dobbiamo trovargli un sottogenere. E io, del sub-genre Assedio, ci ho visto parecchi film interessanti, fosse solo l’intera filmografia di John Carpenter. e poi pure un po’ di Rodriguez, quindi mi sono fermato fino in fondo.

Ma no, e pure me l’avevano detto. Era il solito compitino, ma di quelli che oramai capita spesso, anzi quasi sempre di vedere. L’ultima cosa davvero divertente e intrigante capitatami sotto gli occhi, in questi dintorni tematici, è stato se non ricordo male Grindhouse – Planet Terror, appunto di Rodriguez. Che forse bara, perché in potenza è una parodia, esagera volutamente e sapientemente, al contrario della sottrazione che operava come marchio di fabbrica il Carpenter dei tempi d’oro. Ma comunque mi aveva divertito. Qualsiasi cosa ciò significhi: perché non riesco a togliermi dalla testa – anche se sono convinto di sbagliarmi – che in parte sono io a divertirmi meno perché comincio ad avere troppi film, anzi troppe storie, in bagaglio.

Pensavo a questo venerdì, dopo aver visto Prometheus, il nuovo Ridley Scott, ritorno alla fantascienza e compagnia cantante. A chi mi ha chiesto come sia, ho risposto: “E’ un film di fantascienza”. E non è per niente poco, che sia fantascienza, con delle belle astronavi, qualche spunto di filosofia – nel senso di teorie sul senso dell’universo e della vita – dei personaggi non (sempre) ridicoli, un briciolo di base scientifica. E sì che svacca un po’ verso la fine, e non si capisce neanche bene perché sia vietato ai minori di 14 anni (c’è una scena forte, ok, la prima estrazione “live” di un protoxenomorfo dalla pancia della vittima, ma, ehi, è una scena sola in tutto il film!), ma il pensiero migliore che mi viene, a chi parla male di questo film è: non solo io, ma tutti abbiamo visto troppi film. Il bagaglio di storie è troppo pesante, per divertirsi ancora, come la prima volta che vedevamo Star Wars o Ghostbusters o Jurassic Park.

Occhio, non è tutto qui. Un esempio semplice: riguardo all’esplorazione spaziale, mi capitava nei giorni scorsi di pensare che, se le cose rimangono così su questo pianeta, e ci sarà bisogno di nuove risorse da recuperare al di fuori della Terra, non saranno certo i governi ad aver e i soldi per costruire un’astronave e lanciarla tra le stelle; al limite, ce la potrebbero fare le multinazionali. Al che, visto che si parlava di Prometheus, mi è venuto in mente come la Compagnia, fantomatica corporation, sia uno dei fili conduttori – e chiave di lettura metaforica – dell’intera saga di Alien già dal suo imprescindibile esordio dei tardi ’70. Poi il pensiero corre a Steven Spielberg, a come, per Close encounters of the third kind, sia riuscito a girare esattamente il film che voleva, con un budget molto elevato e con un titolo che – racconta lui – solo per miracolo è riuscito a fare accettare da “quelli del marketing”.

Insomma, per ripescare una definizione polverosa proveniente dal mio libro di letteratura del liceo, siamo “nani sulle spalle di giganti”. Gli anni tardi ’70 primi ’80 sono stati per il cinema americano qualcosa di unico e irripetibile. La grammatica, come mi piace dire. Spielberg, Lucas, Carpenter, Ridley Scott. E’ persino troppo facile rifarsi a loro, considerarli i maestri; la loro lezione dovrebbe essere data per scontata, così come un chitarrista che rifa -solo- lo stile di Jimi Hendrix mi fa sbuffare, e non sono così convinto di aver voglia di andare a sentire una cover band dei Led Zeppelin. E badate, sono una delle band della storia del rock – altro periodo di eccezionalità artistica, iniziato nei Sixties – che ancora, più di ogni altra, mi fanno emozionare nel sentirne i brani. Questo non significa che un appassionato di rock possa amare solo gli Zep, e considerare fuffa tutto il resto che ne viene dopo e ne è stato influenzato (tanto per fare tre nomi, Rush, Queen e Aerosmith). C’è la grammatica, e poi c’è un intero alfabeto di fonemi e lettere da esplorare.

Prometheus è un film di fantascienza, figlio del suo tempo. Nè bello nè brutto. Frutto di autori poco ispirati, ammanettati da un dipartimento del marketing che vale più di ogni scelta artistica (“don’t you feel the dark side of storytelling, Luke?”). Quantomeno non è più citazionista, un male necessario, divertente come le barzellette e altrettanto di breve durata. Direi che è quasi ora che si cominci a cercare di raccontare nuove storie, in nuovi modi; considerando la grammatica, le lettere aggiuntive, ma anche, perché no, pure i numeri, se mi passate l’allegoria. Prendendo spunto dalla vita reale per scrivere una storia di genere, e non più ingabbiandosi in una narrazione di archetipi semplificati da altri narratori, che già scopiazzvaano da altri archetipi – che i buchi di sceneggiatura e le inverosimiglianze neanche si notano più, anzi ci costruisci sopra l’intero Lost. Attingendo alla narrazione di altre parti del mondo, ma per davvero, non solo due katane giapponesi e via. Dicendo cose vecchie in modo nuovo, e cose nuove con un linguaggio antico.

E, sì, potrebbe non essere il cinema, il prossimo medium più diffuso per raccontare storie. Any problem?

I calzini del cavaliere oscuro extra: tutti gli altri finali

Lo so, è fin troppo facile prendere per i fondelli un film così serioso e i suoi innumerevoli buchi di sceneggiatura. Però non resisto. Forse perché l’apparizione di Clark è l’antidoto perfetto per la drammaticità sostenuta e pomposa su cui si regge l’intero Il cavaliere oscuro – il ritorno. Have fun.

I calzini del cavaliere oscuro #4: tanto c’è sempre una bomba che rotola

Le orecchie da gatta? Le ho rubate a Lucca Comics per fare cosplay…

Questa è una serie di post dedicata al terzo e, pare, ultimo Batman di Christopher Nolan, giusto per rispolverare un po’ di narratologia, interpretazione e simile robaccia da critici. Ho cercato di tenere lontani gli spoiler, ma qualcosa, visto che entro nei dettagli, è passato: siete avvisati. In linea di massima, ne consiglio la lettura e la discussione a film visto, e non prima. Scritto la notte stessa dopo aver visto il film. Perché quando scappa, scappa.

Che poi, il film è credibile finché non ci sono personaggi con il mantello in giro. Quando compare la tutona nera e le orecchie a punta di Batman, provi un pizzico di vergogna. Sia quando prende in mano una specie di fucile che non si capisce cos’è, sia quando partecipa alla scazzottata con Bane, in pieno giorno in mezzo alla maxi rissa tra poliziotti buoni e sgherri cattivi. Simbolico che sia, è una discreta mazzata alla sospensione dell’incredulità.

Vogliamo parlare di Catwoman? In quel caso, credo sia tutta questione di hype. Dici che una bella figliola come Anne Hathaway rivestirà i panni, solitamente aderenti e/o succinti, di Catwoman, e puoi star certo che la Rete ne parlerà. Tira più un pelo… anzi… una curva femminile ben evidenziata da una calzamaglia, di qualsiasi altra cosa. Poi non si capisce bene perché la ladra Selina Kyle debba vestirsi così, ma vabbè, taci e sbava.

E ringrazia Christopher Nolan, che si è accorto che, sì, supereroi vanno bene, ma con le storie delle origini ci avete triturato i testicoli – soprattutto se i supereroi sono sempre quei quattro, e le storie delle origini, reinterpretale quanto ti pare, non sono poi questa genialata. Nolan, Nolan jr. e David S. Goyer, c’è da ammetterlo, su queste sceneggiature ci si impegnano parecchio per farne qualcosa di complesso e stratificato. Tanto complesso e stratificato, che faresti a meno dell’uomo in calzamaglia. Ah, ma quello lo vuole la produzione! Scusate, avevo dimenticato che le cose nerd sono diventate cose serie.

Il punto è che, gira il torrone quanto vuoi, finirai per attingere al repertorio del feuilleton e del pulp: c’è una bomba da disinnescare, ci riesci, non ci riesci, facciamola esplodere in mare! Gran trovata, ma non era nucleare? Più che questo, a colpirmi è stato un altro dettaglio. La bomba buttata nella provvidenziale baia – ecco perché i supereroi non vivono a L.A. – all’ultimo momento era già in Batman Forever, uno dei film dell’uomo pipistrello magari non riuscitissimo, ma ancora piuttosto divertente, preso a sé (no, il successivo Batman e Robin è proprio un caso clinico). Ed è curioso, che il terzo dei Batman “impegnati” si ritrovi involontariamente a ricollegarsi al terzo dei Batman “faceti”. Stiamo sempre, ancora, parlando di un uomo che si traveste da pipistrello, eh!

I calzini del cavaliere oscuro #3: rivedere vecchie facce

“Non spoilererò qui la mia unica battuta significativa, tranquilli!”

Questa è una serie di post dedicata al terzo e, pare, ultimo Batman di Christopher Nolan, giusto per rispolverare un po’ di narratologia, interpretazione e simile robaccia da critici. Ho cercato di tenere lontani gli spoiler, ma qualcosa, visto che entro nei dettagli, è passato: siete avvisati. In linea di massima, ne consiglio la lettura e la discussione a film visto, e non prima. Scritto la notte stessa dopo aver visto il film. Perché quando scappa, scappa.

Sono un sentimentale. Mi emoziono per certi cameo, quando sono efficaci. Ho gradito molto vedere Liam Neeson riprendere, brevissimamente, il ruolo del primo film, tanto per quadrare il cerchio. Ho gradito ancora di più scovare Cillian Murphy che ritrova le sue vesti di psicotico con i ciuffi di paglia che sbucano dalla giacca – the Scarecrow, who else – esattamente dove il suo personaggio sarebbe stato, in una Gotham City in cui i criminali hanno preso il controllo: giudice popolare, un po’ serio, un po’ faceto.

Una volta queste cose non potevano capitare. L’attore aveva sempre un altro impegno, oppure costava troppo riaverlo sul set per quelle poche scene. Si rinunciava, si barava in qualche modo con un semplice riferimento, e la strizzata d’occhio (che arricchisce parecchio la storia, se hai abbastanza fantasia per immaginare ciò che sta appena oltre ciò che vedi) veniva a mancare.

Non so se sia cambiato qualcosa, se sia la maggiore importanza anche economica di questi film di supereroi, oppure il rapporto di amicizia di un regista-autore (e non yes-man) con gli intepreti. Ma apprezzo. Anche se devo ancora capire perché Owen di Torchwood si sia infiltrato nell’organizzazione di Bane. Il capitano Jack ne sa una più del diavolo.

I calzini del cavaliere oscuro #2: le cose nerd ora sono cose serie!

Batman, anno 2012. Questa volta, ci siamo almeno scansati i bat-capezzoli.

Questa è una serie di post dedicata al terzo e, pare, ultimo Batman di Christopher Nolan, giusto per rispolverare un po’ di narratologia, interpretazione e simile robaccia da critici. Ho cercato di tenere lontani gli spoiler, ma qualcosa, visto che entro nei dettagli, è passato: siete avvisati. In linea di massima, ne consiglio la lettura e la discussione a film visto, e non prima. Scritto la notte stessa dopo aver visto il film. Perché quando scappa, scappa.

La quantità di strafalcioni su quotidiani e nei telegiornali in questi giorni è abnorme, e secondo me mette a nudo un altro dei nostri nervi scoperti. L’elite culturale del nostro paese, non necessariamente per questioni anagrafiche, ai fumetti e alle altre robette del genere era abituata a pisciarci sopra. L’importante era atteggiarsi a fan di questo o quell’Autore; sbandierare improbabili passioni letterarie per premi Nobel, gente dai nomi esotici mai letta davvero, classici sempiterni della letteratura italiana (giusto quel tot di anni dopo averli fatti morire sconosciuti e bistrattati).

Ma ora che i film di supereroi escono uno dietro l’altro, con investimenti pubblicitari massicci, i servizi sul tema devono uscire continuativamente, e anche se scappano due vaccate riguardo a Superman definito “uomo normale” (maddeché?), tanto quello mica poi ti denuncia. Attribuire Batman, e persino la violenza nella strage alla prima del nuovo film, a Neil Gaiman, questo sì ha fatto perdere a quest’ultimo un po’ del suo aplomb. Ma come si fa? Si salta sul carro del vincitore, si dice che quelle cose lì sono sempre piaciute. Arriva il gregge, arriva il mainstream. E viene anche voglia di passare oltre, perché sarà pure una forma di mitologia moderna, ma un nuovo Superman io non lo reggo. E ci sarà un motivo se Nolan ha voluto che questo fosse il terzo, ma soprattutto ultimo, capitolo del suo Batman.

[Mega-spoiler alert!]

E alla fine lo ammazza. Quasi. In realtà rubacchia dal Cavaliere Oscuro di Miller: per fortuna non ha Superman in mezzo alle scatole, e si è scansato l’infarto di Alfred. E poi, l’altra robetta di cambiare identità e vita, l’ho vista fare già a Night Owl e Sally Jupiter di Watchmen. Eh già, il cinema americano moderno lo dobbiamo a Frank Miller e Alan Moore.

I calzini del cavaliere oscuro #1: l’Occidente, tanto per cambiare

Il signor Wayne. Con e senza le orecchie a punta.

Quella che comincia ora è una serie di post dedicata al terzo e, pare, ultimo Batman di Christopher Nolan, giusto per rispolverare un po’ di narratologia, interpretazione e simile robaccia da critici. Ho cercato di tenere lontani gli spoiler, ma qualcosa, visto che entro nei dettagli, è passato: siete avvisati. In linea di massima, ne consiglio la lettura e la discussione a film visto, e non prima. Scritto la notte stessa dopo aver visto il film. Perché quando scappa, scappa.

Mi pare sia Filippo Mazzerella, su Film Tv, che ha accusato Christopher Nolan di urlare in faccia allo spettatore la sua morale, unica e non soggetta a interpretazioni. Lo fa anche ne Il cavaliere oscuro – il ritorno; ma, direi, è bene che lo faccia. Perché mette sul piatto una questione tutt’altro che trascurabile: l’Occidente è in declino, e Gotham City oggi più che mai, tanto più se “interpretata” da una Manhattan (neanche troppo) ritoccata digitalmente, lo può rappresentare in senso metaforico.

Lo scontro, nella storia, è così tra chi pensa che sia meglio distruggere tutto (Bane e Talia, per la prima parte del film anche la stessa “Catwoman”, le virgolette le spiego poi) per costruire qualcosa di nuovo, e chi invece tenta di preservare lo status quo, in base alla fiducia nelle leggi o nella Nazione o ancora nell’Umanità (Gordon e Batman, in modi diversi, per gran parte del film anche il poliziotto giovane Blake).

Nonché una classe dirigente e di potenti in genere che, è ormai un luogo comune, ha fatto un sacco di danni a livello globale, mentre il resto del pianeta ne faceva le spese. Ma la liberazione dalla corruzione, attenzione, potrebbe passare per una tutt’altro che “giusta ed equa” fase di anarchia – proclamata senza tanti complimenti da Bane.

La battaglia metaforica è poi risolta solo in parte, in cerca piuttosto di una risoluzione positiva della trama con qualche colpo di scena ben piazzato anche quando credi che tutte le carte in gioco siano ormai state scoperte. Che determinati contenuti “passino” in film con questo tipo di visibilità, mi sembra comunque buono; non è che un messaggio, in un prodotto di intrattenimento, debba essere per forza criptico per essere efficace. John Carpenter e Bruce Springsteen insegnano.

Sapore di Marte (e altre golosità improvvise)

Visto John Carter, senza il Marte nel titolo italiano – più per ritentare un franchise assonante a Harry Potter che per fingere non sia fantascienza, secondo me. Tra l’altro non è malaccio, manca un po’ di “magia” come dice saggiamente la biondina. E forse ha gli attori protagonisti un po’ miscasted, nel senso che sono bellocci sì, sia lei che lui, ma subito dimenticabili. E difetta di quell’inventiva che caratterizza gli Star Wars e con cui inevitabilmente finisce per competere (che non ci sarebbe stato Star Wars senza John Carter è nozione da eruditi). Ma per il resto gradevole, leggero, ruffiano solo a tratti, qualche sorpresa sul finale.

Già quasi non me lo ricordo più, ma mi ha lasciato addosso una gran voglia di science fantasy, o comunque fantascienza avventurosa. Voglia di Leigh Brackett, soprattuto, che per me è stata un po’ un imprinting e infatti c’è anche lei tra le dediche in fondo al mio Sturm und Drang. O di P.J. Farmer (Riverworld), o Jack Vance (Tschai), comunque quel tipo di storie secche, rapide, con protagonisti ben definiti, scenari ricchissimi, epopea potente nei casi migliori. Penso a Eric John Stark, l’Oscuro (della Brackett, il meglio nella trilogia di Skaith) che fa il “pastore” dei mostruosi “corridori” per ritrovarsi con un esercito supplementare di selvaggi per assaltare una città fortificata nemica. Scene potenti che mi sono ritrovato stampate in memoria molto più di altri film.

Ma altri libri della Brackett, in casa, non ne ho. E neppure sono facili da trovare. Alla fine ho ficcato il naso nella polvere di un paio di scatoloni – lunga storia – e ne sono venuto fuori con un Urania di L.S. De Camp. Che, per chi non lo sapesse, come autore è parecchio in tema con quello che cercavo. Ma ha scritto anche altro, come in questo caso: una storia di viaggi nel tempo, tra l’altro, che con la mia “voglia” non c’entra un tubo. L’abisso del passato. Ma continua a leggere: è serendipità delle letture anche questa…

Lo strano fascino del protagonista sgradevole

"Beh, che avete da guardare? Non potrei andare in giro a usare armi a raggi e a guidare un esoscheletro, solo perché ho questa faccia?"

Una piccola cosa che non mi spiego, a posteriori, della storia che ho scritto per il volume Sturm und Drang, è perché in linea di massima mi sia ritrovato a dare caratterizzazioni di persone spiccatamente sgradevoli ai due personaggi principali. E sì che è una storia praticamente corale e i personaggi sono molto di più – ma al di là dello sfigato e della stronza, gli altri sono “i cattivi” oppure “neutri”.

Eric Sturm è in linea di massima un povero idiota. Si fa sballottare dagli eventi per gran parte della storia, ha eccessi di Ego per ragioni sbagliate e, in linea di massima, si fa una pessima figura per gran parte delle 48 pagine del volume.

Carmen Simoniade, a conoscerla di persona, la odierei. Arrivista in modo blando, smaccatamente presuntuosa, perennemente sbuffata o annoiata. Divertente da scrivere, ma siamo lontani dalle “battutine sferzanti” di Pk o Brad Barron: questa è una tipa a cui, a ogni risposta secca, torceresti il collo.

C’è una curiosa assonanza involontaria tra questi due personaggi e Wikus, il protagonista di District 9, per chi non se lo ricordasse un goffo e ottuso burocrate che rimane invischiato nella faccenda di sfollare gli alieni dalla loro baraccopoli e… beh… le cose non vanno proprio come previsto. Ci sono delle evoluzioni, in senso puramente biologico, che accomunano Eric Sturm e Wikus, casuali dato che scrissi la sceneggiatura del volume prima di vedere il film; però le assonanze involontarie, in genere, significano sempre qualcosa, a livello di immaginario comune.

La spiegazione più semplice che mi riesco a dare è una certa allergia ai personaggi monocromatici che ormai il cinema di genere (fantastico) a (sempre meno) alto budget ci ha abituato a farci ingoiare. L’eroe è l’eroe, punto, sembrano dire i manuali-di-scrittura-addicted, professionisti o meno. Sulla questione mi ero già interrogato in questo vecchio post. E c’è una riflessione su Wikus e altri “eroi” qui, dove ho preso la foto. Però la banalizzazione dei protagonisti nei blockbuster fantastici ha ormai qualcosa di indubbio: sarà pure la necessità di favorire l’identificazione, ma personalmente in molti casi finisce per infastidirmi. Da ragazzino al cinema rimasi letteralmente indignato per i protagonisti di Starship Trooper (il film), tutti troppo belli, simpatici, monotoni. Non siamo ancora a quel punto, ma quasi.

Alla fine, né Wikus, né i miei Eric e Carmen sono personaggi negativi. Rimangono positivi, rimane facile empatizzare con loro per le loro debolezze, che manifestano sotto forma di stupidità apparente oppure arroganza. E’ poi solo una patina di caratterizzazione, che insaporisce il piatto (o dovrebbe farlo, nel caso della mia storia: non devo essere io a dirlo). Viva, sempre, la biodiversità anche nella narrazione!

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