Il gatto mi ha mangiato i libri

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Giorgio Bocca: la rabbia e il sentiero

Giorgio Bocca nel documentario "Langhe doc" (clic sulla foto per info)

Se c’è un superpotere Jedi che ho acquisito nel corso degli anni è la resistenza alle sirene del marketing. Giorgio Bocca è scomparso di recente, tanto se ne è parlato, ovunque, e il desiderio di riscoprire o, nel mio caso, di curiosare tra la sua opera spunta fuori naturale. Sabato mattina dalla vetrina dell’edicola vedo fare capolino un libro a sua firma, copertina parzialmente coperta, si intuisce un accenno a una serie di idee che non sono più accettabili. Argomento a cui sono piuttosto sensibile, tanto più se in questa forma para-neo-pragmatica degli elenchi che mi è capitato di usare in questo blog.

Ho detto che ho il superpotere Jedi e infatti ho saputo resistere. Poi però mi sa che i miei superpoteri sono un po’ taroccati, perché è capitato qualche minuto dopo di passare in biblioteca e di ritrovarmi a chiedere quali titoli ci fossero di Bocca a disposizione. Finisco per portarmi a casa un altro titolo, un po’ meno recente, “L’Italia l’è malada”, pamphlet sempre per Feltrinelli risalente al 2005. Ere geologiche fa, insomma, di questi tempi, soprattutto se si parla di politica.

E’ un libro che arriva come un cazzottone in pieno naso, mitigato appena dalla distanza temporale tra il presente al momento in cui Bocca scriveva e quello attuale. Se la prende con un certo protagonista della politica italiana, e ad ampio raggio con il sistema della volgarità, della falsità, della corruzione data come evidente e inevitabile perché “così fan tutti” (frase, al di là della citazione, fatta risalire a Craxi). Della Certezza strombazzata dai media, e chi è contro è un Disfattista o un Comunista. Bocca affonda la spada nel cuore oscuro del popolo italiano, quello che accolse a braccia aperte la dittatura negli anni tra le due guerre mondiali e che quel germe di desiderio di un regime sembra portarselo sempre dietro. Un libro che gronda rabbia e disperazione. Quella di chi semplicemente, dopo aver visto di tutto – dalla guerra mondiale al boom economico – non si capacita di un tracollo così generalizzato di un intero sistema sociale. Mi ha fatto pensare alle ultime interviste di Mario Monicelli e al suo suicidio.

…eh, sì, ci stavo cascando anch’io, nell’agiografia preventiva per sentito dire. Poi, spulciando, ho trovato questo clip da una vecchia puntata di Che tempo che fa:

L’imbarazzo di Fabio Fazio è evidente, perché il pessimismo di Bocca in quell’occasione non concede spazi di replica, né barlumi di speranza. Non è una provocazione, è proprio disperazione rassegnata.

Ho continuato a leggere il libro, che comunque è una lettura piacevole, che smorza appena il tono frenetico per dare spazio, qua e la, a sprazzi di acume eccezionale. In poche righe Bocca riesce a mettere alla berlina tante cose, dalla guerra:

I soldati semplici americani hanno capito in un anno di occupazione dell’Iraq ciò che i generali del Pentagono si rifiutano di accettare: la guerra non serve al governo del mondo ma alla sua distruzione (…). La guerra come deterrente, come minaccia ai deboli dei più forti (…) non basta, ci vuole l’occupazione del territorio nemico, ma questa occupazione è più difficile e costosa di quanto il più potente esercito al mondo possa consentirsi.

Alle esasperazioni in quantità e frequenza dei contenuti (notizie e non solo), correlati al profitto a tutti i costo di stampo occidentale:

E’ il troppo la causa della confusione, della ressa e anche delle catastrofi. (…) La lingua dei ricchi tende a drammatizzare tutto. Se l’economia americana rallenta dopo una corsa di sette anni se ne parla come di una catastrofe. Non importa che negli ultimi dieci anni i profitti delle aziende siano mediamente saliti del 15 %, cento volte più dei salari, e che nel contempo la disoccupazione sia dovunque in crescita e che i lavoratori vicini al livello di povertà si contino a decine di milioni. (…)

Il mondo del troppo ha una sua idea limitata della socialità, dei simboli del benessere, li riduce a uno solo: il lusso in bella mostra. (…) Lo sviluppo procede senza regole. Per trent’anni nell’Italia ricca le grandi opere pubbliche sono state rimandate. Adesso che è venuto il tempo dello sviluppo affannoso, da guadagni immediati, si vuole fare tutto assieme e subito. In Lombardia il grande aeroporto della Malpensa, la nuova gigantesca Fiera campionaria, la nuova Scala, l’alta velocità, le varianti di valico.

Nessuno si interessa se i grandi numeri siano compatibili siano compatibili con i piccoli spazi, nessuno osa proporre dei limiti al numero delle automobili, degli aerei, dei rifiuti. E siccome i numeri aumentano, aumentano anche le pretese di far stare uomini e macchine dove non ci stanno. Ne consegue che regna la prepotenza del più forte e il suo procedere per fatti compiuti.

Sono denunce queste, rabbiose e precise. Chissà se Bocca ha mai pensato, mentre le scriveva, che la coscienza di questi grossi sbagli si può anche diffondere, piano piano. In movimenti come Salviamo il paesaggio, con quello che è stato prima (i referendum) e quello che speriamo sarà. Mi piace immaginare di sì. Dopotutto, quello che io considero uno dei suoi ultimi contributi significativi, è stato la partecipazione a un documentario che è una raccolta di testimonianze di “eretici” nell’Italia dei capannoni. Il regista è Paolo Casalis e qui sotto c’è il trailer.

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