Proseguiamo con la chiacchierata con lo sceneggiatore Fabio Bonifacci. Se qualcuno si fosse perso la prima parte, la trova qui.
Quindi, mappe a parte, mi sa che è questione di considerare la storia come un tutto, una serie di ingranaggi incastrati tra loro, che ne dici?
Assolutamente sì. Per me una storia è una creatura organica, è come un corpo vivente.
Hai presente quando ti fa male la testa e il medico dice che è la tensione delle scapole o i denti o la digestione… È uguale: se in una storia non funziona la fine può voler dire che il problema è nell’impostazione iniziale, o nella prima svolta, o in una crescita inadeguata del conflitto, o in chissà che altro. Tornando alle mappe, uno dei principali motivi per cui servono

"Con tutti questi Tex, qualche mappa la troverò di sicuro!"
è questo: ti aiutano a fare una diagnosi del problema perché quasi nessuno scrive al primo colpo una sceneggiatura che funziona.
Quindi le usi dopo!
La prima stesura è piena di errori e di debolezze per tutti. La differenza tra professionista e dilettante forse sta solo in questo: il professionista riesce a capire il problema e a fare una seconda stesura un po’ migliore, una terza ancora meglio, e via così…
Il dilettante non sa come agire e, anche se ha la buona volontà di correggere anche a lungo, spesso sperimenta una frustrante sensazione: io lavoro e lavoro, ma non sono affatto certo che la sceneggiatura stia migliorando. Questo sentimento è fatale, quando lo provi sei vicino a mollare quella storia.
Serve senso critico, insomma…
Certo, senso critico, ma non basta. Le teorie ti aiutano a fare quella cosa fondamentale che è: una diagnosi precisa degli errori.
Ma come fa il professionista a non rimanere impantanato nelle mille revisioni?
Sai quando fermarti. A un certo punto capisci che la mole dei miglioramenti sarebbe estremamente marginale. Quello che voglio dire è questo: aiuta moltissimo avere un metodo che hai sperimentato e ti dà la consapevolezza di poter migliorare ad ogni stesura. Quando hai questo hai tutto: la prima stesura può anche essere piena di difetti ma tu sai per esperienza che lavorandoci puoi superarli.
Quando non conoscevo alcun metodo, non avevo questa consapevolezza e nelle revisioni mi avvitavo, perdendomi in quell’oceano del possibile che ti dicevo.
Ti è mai capitato di ritrovarti una storia che funzionava in tutte le ragnatele di connessioni interne… ma in qualche modo… da buttare?
No. Mi sono capitate all’inizio “storie che apparentemente funzionavano in tutte le ragnatele di connessioni ma erano da buttare”. Perché appunto era apparenza. Di fatto una buona sceneggiatura è ingegneria più emozione. E l’ingegneria non soffoca l’emozione, anzi serve a farla sprigionare in modo più forte. Ho avuto una fase giovanile in cui facevo ingegnerie senza cuore.
Col senno di poi serviva a prendere confidenza con la tecnica, che è anche questione di “ore di volo”. Ma l’ingeneria da sola non basta, e quelle storie le ho buttate tutte.
Domanda del secolo: perché le mappe hanno attecchito nel cinema Usa più che in quello europeo, nonostante siano state applicate prima in Europa, come fai notare giustamente tu?
Mistero, almeno per me. Servirebbero storici ed eruditi per rispondere, cosa che io non sono…
Credo che i grandi sceneggiatori e registi del dopoguerra italiano quelle regole le conoscessero benissimo. Non avevano i guru che formalizzavano (magari anche brevettandole come ha fatto Syd Field!) ma le sapevano. Le avevano respirate nel teatro, nella grande letteratura europea dell’800.
Age e Scarpelli le usavano?
Alla grande se le usavano. Come tutti gli sceneggiatori della loro generazione. Ladri di biciclette ha una struttura perfetta… Ma anche La grande guerra e tanti altri. Basta rileggere quel che Simenon racconta sugli insegnamenti che ricevava dalla sua editrice: sembra di sentir parlare Vogler, o McKee, o Linda Seger! Credi che Shakespeare, o Dostojevsky, o Maupassant non sapessero le regole narrative? Le sapevano benissimo, solo che si tiravano meno nel raccontarle…
In Usa c’è proprio un mercato di aspiranti sceneggiatori, e fiere come la Screenwriting Expo, dove personaggi come Field e McKee tengono lezioni e fanno consulenze, vendendo tecnica e un po’ di fuffa…
Sì non solo. Vai a vedere quanto vengono pagati come consulenti delle major. Che poi non credo siano venditori di fuffa: assolutamente, molti sono bravi o anche molto bravi. Solo che spacciano come “metodo personale” un sapere archetipico che l’essere umano possiede.
Nell’Italia contadina c’era già la fiction. Perché ci si trovava nelle stalle (dove le mucche scaldavano) e – esauriti i pettegolezzi – si raccontavano storie. Bene, lì c’erano dei professionisti, cioè persone richiestissime che giravano da una stalla all’altra a vendere le loro favole (la loro fiction) per un bicchier di vino o una sguardo di donna. Io ho fatto in tempo a conoscerne due o tre. Usavano le stesse mappe, le stesse regole, gli stessi concetti. Persino il lieto fine era già un dogma, anche nelle stalle. Se finiva male non te ne chiedevano un’altra, e perdevi un bicchier di vino…
Detto tutto ciò, il mio consiglio è di studiare moltissimo gli americani, ma non dimenticare che si stanno rivendendo roba nostra…
Ma diresti che le mappe servono a vendere meglio le storie? Non solo ai produttori ma anche al pubblico?
No, servono a costruirle e a non perdersi. Ci sono storie belle, ben costruite, emozionanti e dense di significato che non si vendono. Ragioni di marketing, di cui preferirei non parlare, perché in una certa misura cerco di fingere che il marketing non esista.
Vade retro, marketing?
In realtà è mio dovere consigliare a chi vuole fare lo sceneggiatore di questi tempi di occuparsene, almeno un po’. Altrimenti si picchia la testa contro il muro.
Ma intendi in senso generale? Per esempio che in linea di massima non ha molto senso scrivere un film di fantascienza per il mercato italiano?
Certo molto molto sconsigliato... Ma intendo anche più in dettaglio.
Per dirtene una semplice: abbiamo impiegato 5 anni a fare Si può fare perché molti dicevano che una storia di malati di mente non interessa al mercato. I malati di mente respingono, anziché interessare.
Così è uscito in 75 copie, che sono comunque pochissime oggi. E nessuno si è accorto che quella era una storia per adolescenti, perché i protagonisti sono trenta-quarantenni che però hanno i problemi dei sedicenni (dare il primo bacio, trovare il primo lavoro, pensare a una propria casa, l’amicizia…). Infatti nelle proiezioni per le scuole c’era un’esaltazione totale…
Ma ormai il film era stato lanciato come prodotto di nicchia. Con Bisio tra l’altro, che forse dà anche un po’ fastidio a una parte della nicchia.
(fine – per ora)
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