
“Ho visto falsi dei, dei malvagi e aspiranti dei, ma mai un sistema che ha aspirato a diventare divinità unica e inattaccabile” disse il Dottore
Il più grande inganno del capitalismo è stato convincerci che sia l’unico sistema possibile. Mi emerge questa parafrasi di un celebre detto (sul diavolo) al termine, pochi minuti fa, della lettura del saggio Capitalismo tossico di Marco Bertorello e Danilo Corradi, edizioni Alegre. Sì, per gli amanti della precisione, scrivo questo post di domenica pomeriggio ma ne programmerò l’uscita, per pure ragioni di SEO-friendliness. E la seconda riflessione, tanto per divagare ulteriormente, è che su un blog di solito non trovano posto siffatte invenzioni linguistiche (mica ciccioli) perché si va sempre troppo di corsa per usare bene l’italiano. O sono io che ho un rapporto disfunzionale con la velocità, nel senso che magari la applico, ne sono soggetto in quanto utente e presunto autore su web 2.0, ma la detesto?
Quest’anno al Salone del Libro di Torino, dopo essere stato due giorni in rappresentanza dalle parti del Parco Culturale Piemonte Paesaggio Umano, sono tornato su di lunedì pomeriggio per farmi un giro con calma tra gli stand dei piccoli editori, per spiluccarne comodamente il catalogo e fare qualche acquisto, meglio ancora se scontato. E ho fatto scorta di nuove letture: curiosamente, visto che non è stata una scelta meditata, in prevalenza pressoché assoluta libri di saggistica (6 su 7). Un titolo per editore che scoprivo e di cui mi fermavo allo stand.
Ho scoperto che ci sono parecchi nuovi, di fatto, o nuovi per me, piccoli editori che si occupano proprio di questo. Libri di saggistica, su temi importanti del presente, quasi sempre con tesi e spunti controcorrente rispetto a quanto esce per i grandi editori. La cosa mi stupisce ma fino a un certo punto. Perché Internet sarà pure il luogo della condivisione delle informazioni, ma si va sempre dannatamente di fretta. Forse i tablet-muniti leggono un po’ di più su tablet, ma a schermo, non c’è storia, la lettura non è un piacere. Mentre un libro cartaceo è un libro cartaceo. Lo leggi all’aperto senza preoccuparti delle condizioni di luce, torni indietro e leggi con più attenzione i concetti complessi. Datemi pure dell’Indietrista, zio Fred sarà fiero di me (this is sooooo sci-fi old school nerd). Quindi suppongo che la presenza di più libri stampati di approfondimento sia un’esigenza sentita anche da chi desidera diffondere informazioni, e lo fa diventando (anche) editore tradizionale.
Da due di questi titoli è scattata la strana connessione di cui vado a trattare, e da cui è emersa la frase a effetto di inzio post. L’altro, oltre al libro citato, è La bisaccia del giornalista di Fausto Pellegrini (Dissensi). Che, mi scusi Pellegrini per la critica, è una lettura piacevole e giustamente militante, ma un po’ disordinata. Avrò perso un po’ il filo io, ma mi è mancata la tesi centrale del libro; che piuttosto, mi sembra un (ottimo, perarltro) excursus personale sull’informazione e i nodi cruciali da tenere d’occhio mentre le cose accelerano sempre più per colpa del velocissimo web 2.0. Sempre lì a prenderemela con la velocità, sono recidivo. E quanto agli scopi, forse l’excursus era proprio il proposito del saggio, quindi la critica non sussiste.
Il libro di Pellegrini ha avuto inoltre il pregio di farmi scattare un campanello d’allarme nel cervello. Parlando di giornalisti e di tutele professionali, mi sono ricordato un mio, per fortuna non così preponderante, atteggiamento nei confronti del lavoro. In più di un’occasione nella mia circa-decennale carriera lavorativa tra mondo dell’informazione e dell’editoria, mi è capitato di sbuffare a ogni vincolo e forma associativa di categoria, dicendo tra me: “Lasciatemi lavorare e non rompete le pa**e, posso farcela da solo”. Non in modo radicale, attenzione: sono iscritto all’albo e da quest’anno anche alla Subalpina, ma in linea di massima l’atteggiamento c’era. E sono arrivato a chiedermi: ma non sarà che questo individualismo professionale è un meme tossico, che mi trascino dietro come figlio della mia generazione? La risposta è, chiaramente: peut étre.
La questione è come al solito più complessa di quanto possa trovare spazio su un blog (e con i suoi tempi velooooocci! Bang! Indietrista abbattuto, comandante!). Però contrasta buffamente con un sacco di miei propositi di assessore alla cultura di un minuscolo comune, tra condivisione delle idee (in stile Ted) e necessità scoperta, bene o male, di un confronto pacifico per risolvere le questioni. Tutti concetti che considero ovvi e che ho imparato lungo la strada. Tutti ideali di sinistra, che lo si voglia o meno, che si vergogni di chiamarli tali o meno. Che si identifichi o meno (brrr!) la parola “sinistra” con gli esponenti politici nazionali che la rappresentano.
Qui entra in gioco il testo sul Capitalismo tossico citato in apertura. A differenza di quello di Pellegrini, è veramente efficace nella struttura e nelle tesi. Questo, a danno di un pizzico di difficoltà iniziale (per dire, non si può leggere sul water a qualche pagina per volta, ma richiede un po’ di concentrazione e una lettura continuativa). Che mi abbia suggerito la frase d’apertura l’ho detto. Il perché, chiamiamolo un altro campanello d’allarme. (Epifania fa davvero trooooopppo di sinistra). Perché Bertorelli e Corradi mettono in campo un concetto molto importante, che chiama in campo Orwell – 1984 è sempre più da insegnare a scuola – sul come le strategie economiche dell’Europa, i tagli ai servizi per rientrare nel debito, ci siano stati fatti passare come L’UNICA SOLUZIONE POSSIBILE. Quasi come ci dicesero: perché è il Mercato, figlioli, esiste forse qualcos’altro? E quel che è peggio è che io a questa monumentale balla ci ho pure creduto. Grazia a una giusta dose da parte mia di distrazione e ignoranza, e veicolata con stratagemmi neolinguistici degni del Big Brother originale, ma per un po’ ci sono cascato.
Il libro di Bertorello e Corradi merita una lettura approfondita, senz’altro. Leggendo poi le biografie dei due autori, e dell’autore della postfazione Riccardo Bellofiore, ho scoperto che si tratta di studiosi e docenti “nei dintorni” di un giornale come Il Manifesto, il cui orientamento politico è piuttosto ovvio. Devo ammettere, come nota personale, che questo libro un po’ mi riappacifica con il concetto stesso di “sinistra”, che ultimamente trovavo spesso associato ad autori come i Wu Ming e riviste on line come Carmilla che mi mettono un po’ in difficoltà sia nel leggerle che nel condividerne le idee. Limite mio, chiaramente, ma concediamoci questa ennesima pillola di onestà intellettuale messa in piazza (che altro è il blog?).
Mi riappacifica con il concetto di sinistra non solo perché è un buon libro, ma perché trova una delle sue soluzioni nel concetto di Lavoro. Su cui ho sempre avuto qualche perplessità colpa anche di Quel meme tossico. Eppure il concetto è relativamente semplice: se le multinazionali sfruttano i diversi costi della vita nelle varie nazioni, con delocalizzazioni e “ricatti interni”, un coordinamento sovranazionale dei lavoratori sarebbe tutt’altro che un’idea barbina. Difficile, yep, necessario di qualche rottamazione nelle dirigenze (ah ah ah questa spero che la legga Matteo Renzi) che non parlano inglese e “hanno sempre fatto cosà”. Ma è una direzione interessante. In linea di massima, ripensare il lavoro come dignità, giuste competenze, giusta formazione, giusta velocità – oh, ma è un vizio! – e retribuzione adeguata. Tanto per tenere su un sistema che, eh già, sta crollando e continua a farlo.
Dopotutto è su un certo testo, facile nella scelta delle parole e nella comprensibilità, eppure molto complesso e lento nella stesura, che si legge, in apertura: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Che avessero le idee più chiare di noi, così tanti anni fa?
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