Il gatto mi ha mangiato i libri

Parole, storie, immaginario e laicità intellettuale

Guevara, Houellebecq, Loach: l’importanza di suscitare domande

"Ha scritto un altro post sul blog! Di nuovo fanfaluche tra il politico e il narratologico! Prendetelo subito!"

“Ha scritto un altro post sul blog! Di nuovo fanfaluche tra il politico e il narratologico! Prendetelo subito!”

Sto leggendo contemporaneamente La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq e il Diario boliviano di Ernesto “Che” Guevara. Cominciati insieme, dopo un’incursione nella solita biblioteca, scelti abbinati perché già pensavo che si equilibrassero. E in effetti lo fanno, almeno nella mia testa.

Alle gesta del comandante Ernesto Guevara mi sono interessato dopo aver visto i due film di Soderbergh e Benicio Del Toro; mi hanno liberato da quell’immagine sfocata che avevo del “Che”, molto da pugno-chiuso-al-concerto-dei-Modena-City-Ramblers, residuo della scuola superiore quando ancora i sedicenni ribelli portavano le magliette rosse (ora portano quelle nere, ma è un’altra storia, da raccontare al limite un’altra volta). Di taglio secco, quasi documentaristico, raccontano la figura carismatica e intellettuale del Che senza dimenticare quanto lui fosse un fautore acceso della lotta armata. Nonché stretto sodale di un certo Fidel Castro. Due elementi sufficienti a farmi, diciamola così, prendere il personaggio con il beneficio di inventario. Ma comunque ritenendolo affascinante per la scelta, fatta una rivoluzione, di andarne a fare un’altra in Bolivia – lasciandoci le penne.

Houellebecq invece è un intellettuale contemporaneo nel più puro senso dell’espressione. Lo leggo, mi piace, e mi sta anche sulle palle. È inconfondibile quella intelligenza crudele, tanto lucida da essere inumana, che mi dicono riescano ad avere gli uomini di pensiero in Francia (senza l’umorismo britannico, e quel po’ di tolleranza ed empatia in più che dovremmo avere, dicono, noi latini). Se Piattaforma era già impietoso nel ritrarre i rapporti tra i sessi in Occidente e la necessità endemica del turismo sessuale (secondo lui, chiaro), qui con il trucchetto fantascientifico di un’umanità del futuro che ne racconta una del passato può letteralmente estraniarsi e seminare sentenze. Brillanti e acute. Ma, verrebbe da dire, questo signore si ricorda di appartenere alla razza umana, vero? Mi suggerisce anche un parallelo con il nostro Cesare Pavese, quella sua ossessione per il rischio degli artisti di raccontare la vita senza viverla.

Leggendo, i due libri si compensano. Perché Houellebecq sfiora la genialità inumana, mentre il Che è schietto e lucidissimo nel raccontare e valutare giorno per giorno i passi della sua guerriglia; e l’impatto emotivo è tanto più forte perché leggendo so che si tratta della cronaca istantanea di qualcosa che stava succedendo sul momento. Per la precisione di qualcuno che aveva scelto di mettere a rischio la propria vita e quella degli altri per un ideale di libertà – quello che la sua forma mentis lo aveva portato a credere essere l’ideale di libertà, se proprio dobbiamo essere cinici. Ma mi ritrovo a pendere un briciolo dal lato di Guevara, fosse solo perché in quello che scrive credeva fino in fondo, la storia ce l’ha dimostrata. Mentre un buon comunicatore può, come da proverbio, predicare meglio di come razzola (non so se sia così per Houellebecq).

Nella strana coppia di letture mi mancava però la sintesi tra i due estremi e l’ho trovata questa sera, guardando Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Pur non conoscendo così bene la storia della lotta armata per l’indipendenza dell’Irlanda dalla Gran Bretagna, l’ho trovato soprattutto un film di personaggi. E di domande lasciate aperte. Approfondisce la vicenda umana di due fratelli. Damien, medico, sta per andarsene a Londra da civile quando per una serie di ragioni aderisce alla ribellione. Teddy, testa calda, guida i rivoltosi ma alla proposta di un trattato di pace con l’Inghilterra ne diventa un fautore, vestendo presto la divisa del nuovo stato e diventandone un “poliziotto” che combatte gli ex compagni rimasti “irredentisti”.

Senza giudicare, ma mostrando la sequenza degli eventi, Loach ti sbatte in faccia una questione molto complessa: è meglio accettare un compromesso (la politica, dopotutto, è questo) per permettere a persone di vivere e fermare la violenza, oppure bisogna continuare a combattere, quando le disuguaglianze sociali ed etniche rimangono tali, anche a costo di perdere la propria vita e mettere a rischio quelle degli altri?

Ai miei occhi Loach non ha bisogno di essere stato direttemente coinvolto nella lotta armata, per darmi un messaggio che io percepisca come “ben comunicato” ma anche “vero”. Se in questo film trovo una posizione di sintesi, è per quanto bene è raccontata la storia, ma anche le ferite che apre davanti alla macchina da presa, rendendone parte lo spettatore ricettivo.

Al di là di tutte le valutazioni estetiche, i giudizi dei posteri e le contestualizzazioni, forse il vero senso ultimo di un’opera d’arte – e dell’intellettuale che la crea – è suscitare domande. Certo, bisogna aver la forza di accettare l’incertezza del dubbio; ed evitare le risposte preconfezionate, ma in linea di massima bugiarde, che ci propinano i custodi dello status quo.

5 (pessime) ragioni per cui ci siamo bevuti la vaccata dei Maya

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Il sig. Occidente, in una recente fotografia in cui è ritratto il suo lato migliore.

1) Fragilità: che il mondo è già finito, io lo dicevo in tempi non sospetti, grazie ad alcuni complici. Se lo stesso concetto – metaforico, è chiaro – lo volete sentire esposto da gente un po’ più titolata di me, chiedete al signor Zygmunt Bauman. Il punto è che moltissimo di quanto valeva, diciamo, 10 anni fa, oggi non vale più: quel mondo è finito. Quello in cui ci insegnavano a scuola di nazioni del terzo mondo povere, colonizzate, alcune addirittura comuniste, e che l’Occidente era il baluardo unico e inattaccabile. Quello del boom economico, del pianeta dalle risorse illimitare, della crescita infinita del Pil. Frottole che un po’ sono durate, poi ci sono crollate sotto i piedi.

In uno scenario del genere, in cui ci hanno strappato le certezze, è chiaro che siamo disorientati. Avremmo bisogno di un bello psichiatra globale. Ognuno si rifugia in quello che ha, siano approssimativi guru politici, religioni tagliaincolla ben pubblicizzate, microcosmi razziali barricati in casa e terrorizzati da tutto ciò che è diverso. In queste condizioni, ti bevi anche una boiata sulla fine del mondo: proprio perché asseconda, in qualche modo, l’angoscia generalizzata che ti porti dentro.

2) Pessima narrazione: e qui ci vorrebbe il mio amico Adriano Barone, a cui devo parte del credito per una parte di questa tesi. Hollywood, la macchina dei sogni, è letteralmente a ramengo. Le storie attingono ad altre storie che scopiazzano da altre storie magari con di mezzo un po’ di narratologia da manuale; e sono sempre più lontane della realtà: i nessi logici vengono persi per strada, i personaggi sono “tipi” standard, un po’ gli stessi a cui è costretto ad aderire l’adolescente medio occidentale (forse non solo) nelle uscite del sabato sera. Sull’illogicità, vedi alla voce Cavaliere Oscuro by Nolan.

Chissenefrega del cinema americano, però? Per niente! Perché questa macchina dei sogni guasta continua a essere La Narrazione per eccellenza. Provate a fare un lungo viaggio in treno e sbirciate sui pc portatili dei viaggiatori medio-giovani: troverete un blockbuster di supereroi, un Transformers, un picchia-e-spara da videogioco. Il Contenuto in assoluto più consumato dall’utente mainstream, legalmente o illegalmente, è quello; e con utente mainstream intendo chi ha altri interessi e lavoro, non ha tempo di cercarsi contenuto interessante, e crede d’interesse ciò che è più pubblicizzato.

3) Nerdosità di superficie: già detto qui. In linea di massima il contenuto “fantastorico”, Peter Kolosimo e epigoni, è accomunabile a quello più strettamente nerd, comics di supereroi e dintorni. Per fruitori comuni, magari, anche solo per il desiderio di evadere dalla realtà – e con quel materiale, quello originale non il pattume successivo, la realtà la evadevi da Dio, lasciatemelo dire. Poi, i classici sono morti e sono arrivati i neoclassici, che tengono lo strato superficiale e buttano via il vero contenuto.

Romanzi rosa con quel quid di horror di vampiri. Indagini bislacche attraverso la storia, forse pure rubacchiate, che fanno rumore grazie a una tesi “eversiva” nei confronti di una delle più diffuse religioni del pianeta – anzi, dicevamo, La Religione dell’Occidente. Devo continuare? Tenendo conto dei punti 1 e 2, anche della neomitologia ufologica e mysteriosa è rimasta la superficie, improvvisamente (anzi, periodicamente) ammantata di coolness. Però, il fast food riscaldato, con ingredienti d’accatto o surrogati, fa un sacco male al fegato.

4) La scienza in castigo: ora, io sono un umanista ex nerd. Ho un sacco di lacune, e pessime conoscenze scientifiche. Ma non mi potete mettere in dubbio Charles Darwin, Einstein, Carl Sagan. La scienza avrà avuto anche i suoi lati oscuri, massì, ma l’alternativa all’affidarci ai dati, all’autorevolezza, allo studio è una sola: la creduloneria. E quello non sarà mai accettabile, come non lo è un esperto di misteri che se la prende con “quei sapientoni di scienziati” e pretende di trovare vere spiegazioni arruffando quattro boiate su Internet. Credetemi, l’ho visto.

5) Solitudine da social network: ogni emozione o sensazione, vista attraverso lo schermo di un pc, è amplificata. La frustrazione, la solitudine e l’energia mal direzionata creano mostri. Al di là del solito luogo comune: Internet è bellissimo, ma il mondo reale è ancora qua fuori. Insomma. tutte queste idee farlocche hanno trovato terreno di coltura perfetta sui social network. Prendiamoli un po’ meno sul serio.

Il più grande papero vampiro della Gran Bretagna

Non so perché finì sui nostri teleschermi, in orario da merenda e integrata pienamente con le altre serie animate, sigla cantata da Cristina D’Avena compresa. Se fu perché costava meno delle corrispondenti americane – The Real Ghostbuster, in base ai miei ricordi, era degli stessi anni, e faceva riferimento a un franchise molto recente e popolare – ma immagino non di quelle giapponesi, shonen, shojo o rimasticamenti variamente urticanti dei classici occidentali che fossero. So solo che a me Il Conte Dacula piaceva davvero un sacco; e se mi capita di rivederlo ora, tramite videoregistrazioni vintage dalla tivvù opportunamente conservate o in lingua originale, mi fa ancora ridere. Che non è scontato: se vedo il cartoon delle Tartarughe Ninja di allora, un altro mio cult generazionale, mi fermo per tenerezza e malinconia ma non centro perché mi sembri ancora adesso una buona serie.

Come ultima generazione che ha vissuto l’infanzia in tempi pre-Internet, di tanto in tanto mi capita di rivangare vecchi ricordi di passioni animate e di andare a curiosare in Rete per scoprire dettagli e curiosità extra. Per poi scriverne qui, quando mi sembra di recente di essermi preso troppo sul serio. Ho già scritto per esempio di Teddy Ruxpin, Cip e Ciop Agenti speciali e Mighty Max, se qualcuno se li fosse fatti sfuggire, urka, il più vecchio è addirittura di tre anni fa!

La scoperta interessante è cheIl Conte DaculaCount Duckula in originale, era una serie animata inglese. Un po’ più povera nell’animazione rispetto agli equivalenti a stelle e strisce, a cui i personaggi “beccuti” inevitabilmente rimandavano (per colore delle piume ricordo una – sbagliata – associazione di idee che feci tra Dacula e il Duca Daca dei Tiny Toons, casa Warner), ma non tanto da infastidire il me marmocchio di allora. Ma c’era qualcosa di sostanziamente diverso, ed era l’umorismo caustico, eternamente distruttivo per il povero protagonista, che nel migliore dei casi veniva deriso dalla sua stessa famiglia, nel peggiore malmenato o abbandonato in un angolo estermo del mondo, con il castello che ripartiva per la Transilvania senza i suoi occupanti.

Sul Tubo ci sono gli episodi in lingua originale, e i vari accenti dei personaggi non sono proprio facilissimi per chi ha l’orecchio adattato all’inglese “facile” degli yankees. Rivederlo ora mi fa apprezzare innanzitutto quel flavour – squisitamente nerd, ma prima che la cosa diventasse di moda – di rievocare le atmosfere degli horror Hammer e cormaniani grazia a un voice over che Vincenpriceggia, ma l’ottica che mi interessa è quella del me bambino di allora, che porta alla luce uno spunto interessante. sulla teoria della narrazione.

L’espediente era poi quello, per chi l’avesse dimenticato, della dinastia di paperi vampiri “interrotta” da un errore di ingrediente – ketchup al posto di sangue nell’ultima evocazione da parte del maggiordomo/negromante Igor – che finiva per creare il paperotto innocuo, ossessionato però da successo e desiderio di avventura; in eterno conflitto con Igor, che lo vorrebbe cattivo e sanguinario, e con la gigantesca e schiacciasassi Tata, così immensamente stupida ma anche protettiva per il suo “daculino” da suscitare all’istante un moto d’affetto. Più almeno un paio di comprimari eccellenti, il cacciatore di vampiri teutonico Fon Krapotten – del tutto deficiente – e i ladri alpinisti i Corvi, da soli portatori di una serie di tormentoni irresistibili (vedi alla voce cadute: tump! Tump! Tump! (pausa) Tump!).

Ogni episodio era un’avventura in giro per il mondo, e/o una parodia legata al mondo della letteratura. La traccia narrativa era spesso molto labile, teatro di gag sempre più folli a rotta di collo verso una conclusione il più possibile demenziale, quasi mai positiva per il nostro bistrattato pennuto vampiro. Alla faccia degli happy ending obbligati e degli eroi iso-9000 che ci propinano i guru della narrazione industriale,Il Conte Dacula mi piaceva dannatamente e soprattutto adoravo il personaggio. Mi feci regalare il gioco di società, che sta ancora qui nel mio armadio; leggevo le avventure extra sul Corriere dei Piccoli, scritte penso da autori italiani – credo che il Corrierino comprasse i diritti delle serie animate più apprezzate per produrre fumetti inediti, e ci sarebbe da indagare su chi ne fossero gli autori – segno che non solo a me quel cartone piaceva, ma anzi fu un successo per molti bambini di allora.

Un successo nonostante contraddicesse tutte le regole della buona narrazione commerciale: un esempio su tutti, ricordo che le storie a fumetti rimediavano alla totale assenza di pathos positivo per il protagonista, semplice oggetto di burla (il senno di poi mi fa dire “Alla Don Chisciotte”) nella serie animata, introducendo una papera, eroina femminile e love interest, che come da tradizione di feuilleton era figlia del “cattivo” ammazzavampiri Von Krapotten. Almeno lì, Dacula era un eroe, sfigatello e tutto il resto, ma immerso in conflitti più tradizionali che doveva superare, mirando a una risoluzione positiva anche romantica, con l’elememento inedito di una spalla che era anche un’Ombra – dopotutto Igor voleva un Dacula cattivo e sanguinario, e ricordo almeno una storia in cui lo spediva in una dimensione parallela sperando di guarirlo dalla mancata sete di sangue.

Ma forse, pensandoci su, io alla narrazione frammentaria, fatta di gag e con un protagonista nevrotico e che spesso “finiva male” c’ero abituato. Le leggevo, e adoravo sulle raccolte dei Classici Disney. Il protagonista era Paperino, nella specialissima versione interpretata dai molti bravi autori della Disney Italia degli anni d’oro.

Sopravvivere al 2012: stracciare i sogni dannosi, se necessario

“Debunked” è una parola che non conoscevo. In questi giorni, su Facebook, un amico ha postato il link a questo.

Ancient Aliens lo danno sul canale digitale di Focus, e mi sono fermato a guardarlo una volta proprio in questi giorni. Inizialmente sbuffando, perché per me queste cose sono vecchie e stravecchie, per via di letture abbondanti di Peter Kolosimo e Martin Mytère prima che tutto questo diventasse così oscenamente di dominio pubblico grazie a mr. Dan Brown e accoliti. Poi con un briciolo di interesse in più, perché lo trovavo quantomeno ricco di dettagli, non solo cose straabusate, e persino vagamente credibile.

Grazie alla segnalazione scopro che gli autori del film che ho linkato – il sito del film è questo – hanno speso addirittura tempo a smontare pezzo per pezzo le argomentazioni di Ancient Aliens. Lo fanno molto bene, recuperando le precedenti dichiarazioni degli stessi, ambigui personaggi, citando Carl Sagan e altri scienziati veri, portando alla ribalta tutti i trucchi con cui le tesi vengono passate per accettabili, dai dati reali nascosti ai salti logici nascosti abilmente.

Bello, insomma, molto bello. Perché tutte queste leggende e teorie di storia alternativa – vogliamo parlare dei complottisti? – sono sempre più spesso usate per distrarci dalla realtà, offrire cosmogonie semplificate (rettiliani, massoni, whatever) in cui tutto è spiegato, ma noi non possiamo fare niente. A parte, al limite, contribuire in modo dannoso al rumore di fondo che già ci intasa il cervello. Tommaso Labranca scrive che ogni teoria del complotto tende a destra. Io mi ricordo un sito di ufomaniaci su cui capitai proprio mentre leggevo Gomorra di Saviano. Avevo appena superato il passaggio in cui si dice che la Camorra si sta comprando pezzi di Scandinavia, e su quel sito il tizio sbraitava che “I governi non vogliono dirci la verità sugli alieni”. Devo specificare quale fu la mia reazione?

Bello smontare le teorie complottiste, quindi. Perché resto fermamente convinto che la battaglia per sopravvivere al 2012 (e 2013, 2014… ecc…) rimanga una battaglia di informazione. Dati realistici, buona comunicazione, buon networking. Perché altrimenti, ci beviamo la balla che il turbocapitalismo sia l’unica strada possibile, e che dobbiamo tornare a consumare il più possibile, cose che non ci interessano, permettendo di produrre altre cose inutili e buttarle via in fretta. Insomma, ne abbiamo già parlato, mi annoio da solo.

Bello smontare le teorie complottiste… con un “però”. Fate un salto al capitolo sulle piste di Nazca, un vero baluardo di tutta la mitologia paleoastronautica, di quelle che un pochino ancora mettono i brividi (positivi) per gli infiniti mondi che sembrano spalancare “ai loro piedi”. Disegni visibili solo dal cielo, una possibile pista d’atterraggio per astronavi, eccetera. Ancient Aliens Debunked ci dice che la regione sia un deserto totalmente secco, in cui addirittura i disegni si possono fare spostando la sabbia superficiale a mani nude; e le linee rimarranno, perché è un deserto, non c’è acqua, nè erosione.

Ahia. Uccidere un mistero fa male. Per chi è abituato a sognare sulle rotte del fantastico e delle fantascienza, vedersi smantellato in poche parole uno dei misteri più affascinanti dell’antichità… lascia un retrogusto amaro. Come sbattere la faccia contro una crudele realtà, grigia e senza spazio per le fantasticherie.

Ma è un trauma che si può superare. Ci sono un sacco di altri spunti fantastici da cui partire, idee non ancora sfruttare, visioni del mondo radicalmente diverse tutte da esplorare, nella testa di protagonisti dal comportamento inatteso. Legami con la tecnologia da abbandonare, riprendere, rivoltare come un calzino. Se andiamo a verificare, la maggior parte dei luoghi e misteri usati e ciarlati dai programmi tv sono triti e ritriti. Area 51, gli alieni grigi, i templari… sono cliché logori e ormai annoiano a morte chiunque abbia qualche lettura alle spalle. Buttiamoli via. O al limite, buttiamola sul ridere…

p.s. che non è che gli sia venuto benissimo, questo. Ma la maglietta “Evolve this”, con la carica sarcastica che si porta dietro, vale tutto il film.

Inception, il troncio e il fantastico pastorizzato

Ho recuperato Inception del signor Nolan, che mi mancava perché a suo tempo tentai di andarlo a vedere con un amico al multiplex, ma la sala era piena e ripiegammo su un altro film (Adele e l’enigma del faraone, baracconata divertente e quel tanto così europea da essere apprezzabile, almeno al mio gusto). Sapevo dell’ottima idea di partenza, gente che va a frugare  nei sogni altrui; avevo anche letto delle vicissitudini produttive: che un film con una storia originale, e pure costosa, negli anni Duemila lo può fare solo Christopher Nolan dopo aver saziato i producers con Il cavaliere oscuro.

Non sapevo, visto che parliamo di idee, che tra l’altro va a parare nel sogno-dentro-il-sogno, uno spunto che avevo avuto anch’io, quando lavoravo a un progetto fumettistico legato al mondo onirico, e che avevo archiviato credendolo originale – eh già, le idee sono nell’aria, e capita anche che qualcuno ci arrivi prima.

Mi è  piaciuto? Non lo so. Vedibile. Per niente pesante, nonostante la lunghezza piuttosto maestosa di due ore e 15. Con bei risvolti sui personaggi, ed è significativo che – spoiler? Massì che l’avete visto tutti, mancavo solo io – il grosso del conflitto si risolva nella storia personale tra il protagonista e la moglie, sensi di colpa e dintorni. Però, però… il retrogusto finale è che, da una materia vastissima e che sarebbe stato interessante esplorare meglio si sia scelto di limitare tantissimo a una sola dimensione; un parco di divertimenti gigantesco in cui però puoi percorrere solo ed esclusivamente un percorso stretto, delimitato da frecce luminose.

Mi ha fatto venire in mente il vecchio sketch di Ugo Tognazzi, che dal troncio ci faceva un solo stuzzicadenti. E la spiegazione che mi dò risale al non essere riuscito a entrare in sala ai tempi di Inception al multiplex: si tratta di un film mainstream, cioè commerciale. Anche se sei mr. Nolan, negli anni Duemila, non sarà che l’unico modo per fare un film per il grande pubblico di genere fantastico lo devi “pastorizzare” in anticipo, tirando via ogni contenuto eversivo che il fantastico, quello vero, si porta dietro nel dna?

Ribeccatevi Tognazzi e Vianello, va…

Prometheus: nani, giganti e altre sciocchezze da critico

“Ho un brutto presentimento”. “E perché mai? Siamo in una grotta sterminata, su un pianeta alieno dall’aria irrespirabile e senza casco. Che potrebbe mai andare storto?” “A parte la sceneggiatura, intendi…?”

L’altra sera, quasi per errore, ho visto il film Legion in tivvù. L’ho guardato dall’inizio alla fine, con convinzione via via decrescente, fino allo sbuffo finale di noia. E sì che mi ero ricordato, lungo la strada, di una qualche recensione in rete che lo definiva “Un horror con gli angeli al posto dei vampiri”, e che in pochi minuti la storia ti portava presto alla definizione di un tot di personaggi, un luogo isolato, qualche trucchetto risolutivo saggiamente anticipato (vedi l’accendino di Dennis Quaid), insomma, un tipico genere Assedio – se proprio dobbiamo trovargli un sottogenere. E io, del sub-genre Assedio, ci ho visto parecchi film interessanti, fosse solo l’intera filmografia di John Carpenter. e poi pure un po’ di Rodriguez, quindi mi sono fermato fino in fondo.

Ma no, e pure me l’avevano detto. Era il solito compitino, ma di quelli che oramai capita spesso, anzi quasi sempre di vedere. L’ultima cosa davvero divertente e intrigante capitatami sotto gli occhi, in questi dintorni tematici, è stato se non ricordo male Grindhouse – Planet Terror, appunto di Rodriguez. Che forse bara, perché in potenza è una parodia, esagera volutamente e sapientemente, al contrario della sottrazione che operava come marchio di fabbrica il Carpenter dei tempi d’oro. Ma comunque mi aveva divertito. Qualsiasi cosa ciò significhi: perché non riesco a togliermi dalla testa – anche se sono convinto di sbagliarmi – che in parte sono io a divertirmi meno perché comincio ad avere troppi film, anzi troppe storie, in bagaglio.

Pensavo a questo venerdì, dopo aver visto Prometheus, il nuovo Ridley Scott, ritorno alla fantascienza e compagnia cantante. A chi mi ha chiesto come sia, ho risposto: “E’ un film di fantascienza”. E non è per niente poco, che sia fantascienza, con delle belle astronavi, qualche spunto di filosofia – nel senso di teorie sul senso dell’universo e della vita – dei personaggi non (sempre) ridicoli, un briciolo di base scientifica. E sì che svacca un po’ verso la fine, e non si capisce neanche bene perché sia vietato ai minori di 14 anni (c’è una scena forte, ok, la prima estrazione “live” di un protoxenomorfo dalla pancia della vittima, ma, ehi, è una scena sola in tutto il film!), ma il pensiero migliore che mi viene, a chi parla male di questo film è: non solo io, ma tutti abbiamo visto troppi film. Il bagaglio di storie è troppo pesante, per divertirsi ancora, come la prima volta che vedevamo Star Wars o Ghostbusters o Jurassic Park.

Occhio, non è tutto qui. Un esempio semplice: riguardo all’esplorazione spaziale, mi capitava nei giorni scorsi di pensare che, se le cose rimangono così su questo pianeta, e ci sarà bisogno di nuove risorse da recuperare al di fuori della Terra, non saranno certo i governi ad aver e i soldi per costruire un’astronave e lanciarla tra le stelle; al limite, ce la potrebbero fare le multinazionali. Al che, visto che si parlava di Prometheus, mi è venuto in mente come la Compagnia, fantomatica corporation, sia uno dei fili conduttori – e chiave di lettura metaforica – dell’intera saga di Alien già dal suo imprescindibile esordio dei tardi ’70. Poi il pensiero corre a Steven Spielberg, a come, per Close encounters of the third kind, sia riuscito a girare esattamente il film che voleva, con un budget molto elevato e con un titolo che – racconta lui – solo per miracolo è riuscito a fare accettare da “quelli del marketing”.

Insomma, per ripescare una definizione polverosa proveniente dal mio libro di letteratura del liceo, siamo “nani sulle spalle di giganti”. Gli anni tardi ’70 primi ’80 sono stati per il cinema americano qualcosa di unico e irripetibile. La grammatica, come mi piace dire. Spielberg, Lucas, Carpenter, Ridley Scott. E’ persino troppo facile rifarsi a loro, considerarli i maestri; la loro lezione dovrebbe essere data per scontata, così come un chitarrista che rifa -solo- lo stile di Jimi Hendrix mi fa sbuffare, e non sono così convinto di aver voglia di andare a sentire una cover band dei Led Zeppelin. E badate, sono una delle band della storia del rock – altro periodo di eccezionalità artistica, iniziato nei Sixties – che ancora, più di ogni altra, mi fanno emozionare nel sentirne i brani. Questo non significa che un appassionato di rock possa amare solo gli Zep, e considerare fuffa tutto il resto che ne viene dopo e ne è stato influenzato (tanto per fare tre nomi, Rush, Queen e Aerosmith). C’è la grammatica, e poi c’è un intero alfabeto di fonemi e lettere da esplorare.

Prometheus è un film di fantascienza, figlio del suo tempo. Nè bello nè brutto. Frutto di autori poco ispirati, ammanettati da un dipartimento del marketing che vale più di ogni scelta artistica (“don’t you feel the dark side of storytelling, Luke?”). Quantomeno non è più citazionista, un male necessario, divertente come le barzellette e altrettanto di breve durata. Direi che è quasi ora che si cominci a cercare di raccontare nuove storie, in nuovi modi; considerando la grammatica, le lettere aggiuntive, ma anche, perché no, pure i numeri, se mi passate l’allegoria. Prendendo spunto dalla vita reale per scrivere una storia di genere, e non più ingabbiandosi in una narrazione di archetipi semplificati da altri narratori, che già scopiazzvaano da altri archetipi – che i buchi di sceneggiatura e le inverosimiglianze neanche si notano più, anzi ci costruisci sopra l’intero Lost. Attingendo alla narrazione di altre parti del mondo, ma per davvero, non solo due katane giapponesi e via. Dicendo cose vecchie in modo nuovo, e cose nuove con un linguaggio antico.

E, sì, potrebbe non essere il cinema, il prossimo medium più diffuso per raccontare storie. Any problem?

I calzini del cavaliere oscuro extra: tutti gli altri finali

Lo so, è fin troppo facile prendere per i fondelli un film così serioso e i suoi innumerevoli buchi di sceneggiatura. Però non resisto. Forse perché l’apparizione di Clark è l’antidoto perfetto per la drammaticità sostenuta e pomposa su cui si regge l’intero Il cavaliere oscuro – il ritorno. Have fun.

Tornare a dire qualcosa di sinistra, comprensibile e senza vergognarsi

“Ho visto falsi dei, dei malvagi e aspiranti dei, ma mai un sistema che ha aspirato a diventare divinità unica e inattaccabile” disse il Dottore

Il più grande inganno del capitalismo è stato convincerci che sia l’unico sistema possibile. Mi emerge questa parafrasi di un celebre detto (sul diavolo) al termine, pochi minuti fa, della lettura del saggio Capitalismo tossico di Marco Bertorello e Danilo Corradi, edizioni Alegre. Sì, per gli amanti della precisione, scrivo questo post di domenica pomeriggio ma ne programmerò l’uscita, per pure ragioni di SEO-friendliness. E la seconda riflessione, tanto per divagare ulteriormente, è che su un blog di solito non trovano posto siffatte invenzioni linguistiche (mica ciccioli) perché si va sempre troppo di corsa per usare bene l’italiano. O sono io che ho un rapporto disfunzionale con la velocità, nel senso che magari la applico, ne sono soggetto in quanto utente e presunto autore su web 2.0, ma la detesto?

Quest’anno al Salone del Libro di Torino, dopo essere stato due giorni in rappresentanza dalle parti del Parco Culturale Piemonte Paesaggio Umano, sono tornato su di lunedì pomeriggio per farmi un giro con calma tra gli stand dei piccoli editori, per spiluccarne comodamente il catalogo e fare qualche acquisto, meglio ancora se scontato. E ho fatto scorta di nuove letture: curiosamente, visto che non è stata una scelta meditata, in prevalenza pressoché assoluta libri di saggistica (6 su 7). Un titolo per editore che scoprivo e di cui mi fermavo allo stand.

Ho scoperto che ci sono parecchi nuovi, di fatto, o nuovi per me, piccoli editori che si occupano proprio di questo. Libri di saggistica, su temi importanti del presente, quasi sempre con tesi e spunti controcorrente rispetto a quanto esce per i grandi editori. La cosa mi stupisce ma fino a un certo punto. Perché Internet sarà pure il luogo della condivisione delle informazioni, ma si va sempre dannatamente di fretta. Forse i tablet-muniti leggono un po’ di più su tablet, ma a schermo, non c’è storia, la lettura non è un piacere. Mentre un libro cartaceo è un libro cartaceo. Lo leggi all’aperto senza preoccuparti delle condizioni di luce, torni indietro e leggi con più attenzione i concetti complessi. Datemi pure dell’Indietrista, zio Fred sarà fiero di me (this is sooooo sci-fi old school nerd). Quindi suppongo che la presenza di più libri stampati di approfondimento sia un’esigenza sentita anche da chi desidera diffondere informazioni, e lo fa diventando (anche) editore tradizionale.

Da due di questi titoli è scattata la strana connessione di cui vado a trattare, e da cui è emersa la frase a effetto di inzio post. L’altro, oltre al libro citato, è La bisaccia del giornalista di Fausto Pellegrini (Dissensi). Che, mi scusi Pellegrini per la critica, è una lettura piacevole e giustamente militante, ma un po’ disordinata. Avrò perso un po’ il filo io, ma mi è mancata la tesi centrale del libro; che piuttosto, mi sembra un (ottimo, perarltro) excursus personale sull’informazione e i nodi cruciali da tenere d’occhio mentre le cose accelerano sempre più per colpa del velocissimo web 2.0. Sempre lì a prenderemela con la velocità, sono recidivo. E quanto agli scopi, forse l’excursus era proprio il proposito del saggio, quindi la critica non sussiste.

Il libro di Pellegrini ha avuto inoltre il pregio di farmi scattare un campanello d’allarme nel cervello. Parlando di giornalisti e di tutele professionali, mi sono ricordato un mio, per fortuna non così preponderante, atteggiamento nei confronti del lavoro. In più di un’occasione nella mia circa-decennale carriera lavorativa tra mondo dell’informazione e dell’editoria, mi è capitato di sbuffare a ogni vincolo e forma associativa di categoria, dicendo tra me: “Lasciatemi lavorare e non rompete le pa**e, posso farcela da solo”. Non in modo radicale, attenzione: sono iscritto all’albo e da quest’anno anche alla Subalpina, ma in linea di massima l’atteggiamento c’era. E sono arrivato a chiedermi: ma non sarà che questo individualismo professionale è un meme tossico, che mi trascino dietro come figlio della mia generazione? La risposta è, chiaramente: peut étre.

La questione è come al solito più complessa di quanto possa trovare spazio su un blog (e con i suoi tempi velooooocci! Bang! Indietrista abbattuto, comandante!). Però contrasta buffamente con un sacco di miei propositi di assessore alla cultura di un minuscolo comune, tra condivisione delle idee (in stile Ted) e necessità scoperta, bene o male, di un confronto pacifico per risolvere le questioni. Tutti concetti che considero ovvi e che ho imparato lungo la strada. Tutti ideali di sinistra, che lo si voglia o meno, che si vergogni di chiamarli tali o meno. Che si identifichi o meno (brrr!) la parola “sinistra” con gli esponenti politici nazionali che la rappresentano.

Qui entra in gioco il testo sul Capitalismo tossico citato in apertura. A differenza di quello di Pellegrini, è veramente efficace nella struttura e nelle tesi. Questo, a danno di un pizzico di difficoltà iniziale (per dire, non si può leggere sul water a qualche pagina per volta, ma richiede un po’ di concentrazione e una lettura continuativa). Che mi abbia suggerito la frase d’apertura l’ho detto. Il perché, chiamiamolo un altro campanello d’allarme. (Epifania fa davvero trooooopppo di sinistra). Perché Bertorelli e Corradi mettono in campo un concetto molto importante, che chiama in campo Orwell – 1984 è sempre più da insegnare a scuola – sul come le strategie economiche dell’Europa, i tagli ai servizi per rientrare nel debito, ci siano stati fatti passare come L’UNICA SOLUZIONE POSSIBILE. Quasi come ci dicesero: perché è il Mercato, figlioli, esiste forse qualcos’altro? E quel che è peggio è che io a questa monumentale balla ci ho pure creduto. Grazia a una giusta dose da parte mia di distrazione e ignoranza, e veicolata con stratagemmi neolinguistici degni del Big Brother originale, ma per un po’ ci sono cascato.

Il libro di Bertorello e Corradi merita una lettura approfondita, senz’altro. Leggendo poi le biografie dei due autori, e dell’autore della postfazione Riccardo Bellofiore, ho scoperto che si tratta di studiosi e docenti “nei dintorni” di un giornale come Il Manifesto, il cui orientamento politico è piuttosto ovvio. Devo ammettere, come nota personale, che questo libro un po’ mi riappacifica con il concetto stesso di “sinistra”, che ultimamente trovavo spesso associato ad autori come i Wu Ming e riviste on line come Carmilla che mi mettono un po’ in difficoltà sia nel leggerle che nel condividerne le idee. Limite mio, chiaramente, ma concediamoci questa ennesima pillola di onestà intellettuale messa in piazza (che altro è il blog?).

Mi riappacifica con il concetto di sinistra non solo perché è un buon libro, ma perché trova una delle sue soluzioni nel concetto di Lavoro. Su cui ho sempre avuto qualche perplessità colpa anche di Quel meme tossico. Eppure il concetto è relativamente semplice: se le multinazionali sfruttano i diversi costi della vita nelle varie nazioni, con delocalizzazioni e “ricatti interni”, un coordinamento sovranazionale dei lavoratori sarebbe tutt’altro che un’idea barbina. Difficile, yep, necessario di qualche rottamazione nelle dirigenze (ah ah ah questa spero che la legga Matteo Renzi) che non parlano inglese e “hanno sempre fatto cosà”. Ma è una direzione interessante. In linea di massima, ripensare il lavoro come dignità, giuste competenze, giusta formazione, giusta velocità – oh, ma è un vizio! – e retribuzione adeguata. Tanto per tenere su un sistema che, eh già, sta crollando e continua a farlo.

Dopotutto è su un certo testo, facile nella scelta delle parole e nella comprensibilità, eppure molto complesso e lento nella stesura, che si legge, in apertura: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Che avessero le idee più chiare di noi, così tanti anni fa?

I calzini del cavaliere oscuro #4: tanto c’è sempre una bomba che rotola

Le orecchie da gatta? Le ho rubate a Lucca Comics per fare cosplay…

Questa è una serie di post dedicata al terzo e, pare, ultimo Batman di Christopher Nolan, giusto per rispolverare un po’ di narratologia, interpretazione e simile robaccia da critici. Ho cercato di tenere lontani gli spoiler, ma qualcosa, visto che entro nei dettagli, è passato: siete avvisati. In linea di massima, ne consiglio la lettura e la discussione a film visto, e non prima. Scritto la notte stessa dopo aver visto il film. Perché quando scappa, scappa.

Che poi, il film è credibile finché non ci sono personaggi con il mantello in giro. Quando compare la tutona nera e le orecchie a punta di Batman, provi un pizzico di vergogna. Sia quando prende in mano una specie di fucile che non si capisce cos’è, sia quando partecipa alla scazzottata con Bane, in pieno giorno in mezzo alla maxi rissa tra poliziotti buoni e sgherri cattivi. Simbolico che sia, è una discreta mazzata alla sospensione dell’incredulità.

Vogliamo parlare di Catwoman? In quel caso, credo sia tutta questione di hype. Dici che una bella figliola come Anne Hathaway rivestirà i panni, solitamente aderenti e/o succinti, di Catwoman, e puoi star certo che la Rete ne parlerà. Tira più un pelo… anzi… una curva femminile ben evidenziata da una calzamaglia, di qualsiasi altra cosa. Poi non si capisce bene perché la ladra Selina Kyle debba vestirsi così, ma vabbè, taci e sbava.

E ringrazia Christopher Nolan, che si è accorto che, sì, supereroi vanno bene, ma con le storie delle origini ci avete triturato i testicoli – soprattutto se i supereroi sono sempre quei quattro, e le storie delle origini, reinterpretale quanto ti pare, non sono poi questa genialata. Nolan, Nolan jr. e David S. Goyer, c’è da ammetterlo, su queste sceneggiature ci si impegnano parecchio per farne qualcosa di complesso e stratificato. Tanto complesso e stratificato, che faresti a meno dell’uomo in calzamaglia. Ah, ma quello lo vuole la produzione! Scusate, avevo dimenticato che le cose nerd sono diventate cose serie.

Il punto è che, gira il torrone quanto vuoi, finirai per attingere al repertorio del feuilleton e del pulp: c’è una bomba da disinnescare, ci riesci, non ci riesci, facciamola esplodere in mare! Gran trovata, ma non era nucleare? Più che questo, a colpirmi è stato un altro dettaglio. La bomba buttata nella provvidenziale baia – ecco perché i supereroi non vivono a L.A. – all’ultimo momento era già in Batman Forever, uno dei film dell’uomo pipistrello magari non riuscitissimo, ma ancora piuttosto divertente, preso a sé (no, il successivo Batman e Robin è proprio un caso clinico). Ed è curioso, che il terzo dei Batman “impegnati” si ritrovi involontariamente a ricollegarsi al terzo dei Batman “faceti”. Stiamo sempre, ancora, parlando di un uomo che si traveste da pipistrello, eh!

I calzini del cavaliere oscuro #3: rivedere vecchie facce

“Non spoilererò qui la mia unica battuta significativa, tranquilli!”

Questa è una serie di post dedicata al terzo e, pare, ultimo Batman di Christopher Nolan, giusto per rispolverare un po’ di narratologia, interpretazione e simile robaccia da critici. Ho cercato di tenere lontani gli spoiler, ma qualcosa, visto che entro nei dettagli, è passato: siete avvisati. In linea di massima, ne consiglio la lettura e la discussione a film visto, e non prima. Scritto la notte stessa dopo aver visto il film. Perché quando scappa, scappa.

Sono un sentimentale. Mi emoziono per certi cameo, quando sono efficaci. Ho gradito molto vedere Liam Neeson riprendere, brevissimamente, il ruolo del primo film, tanto per quadrare il cerchio. Ho gradito ancora di più scovare Cillian Murphy che ritrova le sue vesti di psicotico con i ciuffi di paglia che sbucano dalla giacca – the Scarecrow, who else – esattamente dove il suo personaggio sarebbe stato, in una Gotham City in cui i criminali hanno preso il controllo: giudice popolare, un po’ serio, un po’ faceto.

Una volta queste cose non potevano capitare. L’attore aveva sempre un altro impegno, oppure costava troppo riaverlo sul set per quelle poche scene. Si rinunciava, si barava in qualche modo con un semplice riferimento, e la strizzata d’occhio (che arricchisce parecchio la storia, se hai abbastanza fantasia per immaginare ciò che sta appena oltre ciò che vedi) veniva a mancare.

Non so se sia cambiato qualcosa, se sia la maggiore importanza anche economica di questi film di supereroi, oppure il rapporto di amicizia di un regista-autore (e non yes-man) con gli intepreti. Ma apprezzo. Anche se devo ancora capire perché Owen di Torchwood si sia infiltrato nell’organizzazione di Bane. Il capitano Jack ne sa una più del diavolo.

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