Certo che il crowdfunding mi incuriosisce. Sono un campagnolo tecnorepellente, eppure la possibilità che un progetto venga finanziato “dal basso”, senza un intermediario che troppo spesso valuta i numeri senza la componente emotiva di un prodotto narrativo (vedi il Ted a fondo pagina per capire cosa ho in mente), chiaramente appare interessante. Però al contempo, tra le cose che sbucano fuori sui social network, e che gli amici ti invitano a sostenere sui vari Indiegogo, Kickstarter e, per l’Italia, Eppela, mi capita di trovare un sacco di progetti che, a pelle, già so che non funzioneranno mai.
Mi sono posto una domanda e ho provato a darmi una risposta. Quali sono le tre ragioni per cui un progetto in crowdfunding veleggia con molto ampia probabilità verso l’insuccesso?
1) Richiesta sbagliata: per fortuna non ricordo di chi fosse il progetto che chiedeva di finanziare gli effetti speciali digitali per un cortometraggio di fantascienza, così non offendo i proponenti. Ma in quel caso, penso che il fallimento fosse inevitabile: il crowdfunding si basa sull’interesse del potenziale fruitore per quanto sarà realizzato. Per questo lui ci mette i soldi. Ma contribuire a pagare gli effetti speciali, di un cortometraggio… mmh… lo trovo più vicino alla donazione a favore del giovane autore. Indipendentemente dal talento dell’autore in questione, è lontano dal meccanismo psicologico di base del crowdfunding: anticipo i soldi per qualcosa che voglio assolutamente vedere. La “donazione” può funzionare per i progetti sociali di crowdfunding, ma non per un autore che, dopotutto, chiede di essere aiutato a farsi conoscere.
2) Percezione del valore: credo che il futuro siano i video, serie web e dintorni, perché ci siamo abituati alla fruizione massiccia dell’audiovisivo. Però penso anche che finanziare una serie tv con il crowdfunding sia dannatamente difficile, perché i costi sono altissimi anche riducendo al minimo il budget. E siamo tutti abituati a pagare pochissimo l’audiovisivo, quando non lo vediamo direttamente gratis in tv, in cambio di un po’ di tempo perso a scansare le pubblicità. Dunque si dovrebbe, tecnicamente, raggiungere le centinaia di migliaia di “funders”, e allora la cosa starebbe in piedi. Ma per questo, bisogna investire una quantità massiccia di soldi/tempo in promozione – un po’ come i film americani di superereoi che spendono ormai metà del budget in promozione. It’s still the old world, man.
3) Familiarità con la proposta: anche qui, il vecchio mondo la fa da padrone. La proposta deve essere in qualche modo familiare a sufficienza da suscitare l’interesse. Però i generi non bastano, non più. Proponimi pure “il primo film italiano di zombi”, ma non tirerai su col crowfunding i soldi per farlo. Altra scappatoia è la presenza di un Nome: attore, regista, autore. Che naturalmente vorrà essere pagato, o se si mette in gioco in prima persona, ha avuto anni di gavetta per diventarlo, un Nome, ben prima che qualche scombiccherato cominciasse a pensare che si potevano finanziare le opere dal basso prima ancora di farle. L’utilizzo del Nome come traino è… beh… la solita faccenda delle major americane, che prevendono un film in Europa grazie alla presenza del tal attore famoso, non si scappa.
Quindi, i miei 2 centesimi: il crowdfunding funziona, ma molti dei suoi meccanismi sono ancora quelli della produzione tradizionale di contenuti. Al limite può essere utile un leggero cambio di prospettiva, come dice il signor Rory Sutherland nel Ted qua sotto (qualche anima buona che ha voglia di sottotitolarlo in italiano?):
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Ottimo post, che condivido in pieno.
Faccio solo notare che il punto tre è un caso particolare del punto due – il valore che io attribuisco al progetto è legato alla partecipazione di personaggi noti, o ad altre extra che in fondo non sono garanzia di qualità, ma alzano il valore percepito (e vengono impiegati esattamente per questo).
Il cambio di prospettiva è indispensabile, e il lavoro per operare questo cambio è lunghissimo – specie considerando che il vecchio mondo ha ancora un campo gravitazionale al quale risulta difficilissimo sfuggire.
Capo, capo, ci siamo giocati Ray Bradbury.
Tenete Darabont lontano da Fahreneit 451!
Arrivo un po’ in ritardo, ma tant’è, butto lì anche il mio centesimo… A proposito di crowdfunding ci sono cose che sul web hanno funzionato a prescindere dalle condizioni che poni. Me ne vengono in mente almeno due: la serie Pioneer One (http://it.wikipedia.org/wiki/Pioneer_One) e il film Iron Sky, sebbene questo debba al crowdinvestment/funding circa la metà di un quarto del suo (alto) budget (http://www.ironsky.net/site/support/finance/). Ma probabilmente ce ne sono anche altre. Il problema, come dici al punto 2, è catalizzare l’attenzione dei funders e la loro voglia di vedere il prodotto finale, al punto da convincerne tantissimi a dare pochissimo.
Del resto con il web è semplice contattare migliaia di utenti, ma come sa bene chi, come noi, ha un blog, è difficilissimo emergere dal rumore di fondo. Che poi, infine, molti dei meccanismi siano sempre quelli del solito vecchio mondo anche sul web, non mi pare così strano. Sul web le regole e le condizioni al contorno possono anche essere (leggermente) diverse, ma dietro tutto c’è il solito vecchio Uomo e le sue prerogative non cambiano anche se si nasconde dietro una tastiera.
Insomma il crowdfunding funziona, ma molti dei suoi meccanismi saranno sempre quelli della produzione tradizionale di contenuti.