Il gatto mi ha mangiato i libri

Appunti di scrittura, comunicazione e quotidiane battaglie di Fulvio "the cat" Gatti

J. Edgar e la costruzione di un immaginario


La cosa che mi ha più colpito del J. Edgar di Clint Eastwood è probabilmente il tentativo che fa il giovane capo dell’FBI di lavorare sull’immaginario. Se i suoi cinegiornali in cui elogia i “buoni americani” contro i “comunisti” hanno un impatto sul pubblico piuttosto limitato, è invece ammantando di mito le azioni del bureau contro la criminalità organizzata – e assumendosi parte dei meriti e degli arresti – con tanto di allusioni a fumetti con protagonisti gli agenti, che riuscirà almeno nella finzione del film a spostare il favore generale dai “ladri” alle “guardie”. Le intenzioni del film e il regista medesimo dovrebbero, a monte, garantire che quanto raccontato su grande schermo corrisponde a realtà.

Lo spunto su cui mi viene da riflettere è proprio quanto ci sia stato nel corso degli anni, da parte del cinema, la costruzione di un immaginario ben preciso e di stampo tipicamente “a stelle e strisce” che ha avuto influenza un po’ su tutto il mondo. Non so altrove, ma almeno per quanto riguarda l’Italia mi sembra evidente che lo stesso immaginario si sia imposto, quasi cancellando quello che c’era in precedenza – pensiamo alla commedia all’italiana scritta da Age e Scarpelli e (pochi) altri.

Da questo:

A questo (che è una parodia, ma rende l’idea):

Ripensandoci, non sarà mica che la furbite italica dell’episodio di Tognazzi de I mostri linkato sopra e l’ossessione che “il fine giustifica i mezzi” parodiata da Will Ferrell&C. si sono, anziché sovrapposte, sommate?

C’è di mezzo tutta la faccenda del viaggio dell’eroe come dispositivo, e il fatto che quello e i film in generale veicolano i valori che vi vengono messi dentro, coscientemente o no. Lo avrò pure già scritto: a suo tempo un certo Luke Skywalker rifiutò di combattere rischiando di essere ucciso e riuscendo a redimere il padre. Tutte le altre imitazioni/presunti eredi di Star Wars chiudono in gazzarra e vince chi ha il fucile più grosso. Sì, il fucile, ma vale anche quell’altra cosa che state pensando.

Ma d’altro canto quanto è legittimo pretendere di “pilotare” un immaginario a livello didattico? Magari, per il nostro paese oggi, sarebbe utile, ribaltando la battuta di prima, predicare un po’ più di dialogo e un po’ meno di prepotenza. A livello internazionale c’è tutto un discorso di convivenza tra diversi da far digerire. Sempre che si riesca a veicolare qualche messaggio del genere a livello narrativo, e la pretesa di inserirlo non uccida l’interesse della storia medesima. E nel caso che ci si riesca, il cinema non è più il medium dominante; la televisione lo è solo per una fascia di pubblico di età avanzata. Fosse per me, punterei sulle serie per il web.

5 risposte a J. Edgar e la costruzione di un immaginario

  1. Angelo Benuzzi gennaio 18, 2012 alle 8:36 am

    Le tue riflessioni sono interessanti ma contestualizzate in Italia, dove abbiamo un ventennio mediatico non del tutto alle spalle sono raccapriccianti. Mi spiego, per edificare un monumento al nulla come la comunicazione berlusconiana è servita una potenza di fuoco che non sarà più possibile applicare (cinque reti nazionali su sei) e riportare un pò di buon senso quanto richiederà? Una generazione? Due?

    • fulviothecat gennaio 18, 2012 alle 2:50 pm

      Angelo, come ha fatto notare Locomotiva prima di me, credo che la furbite sia ben precedente al berlusconismo. Al limite, gli agenti di Pubblitalia prima che lui scendesse in politica hanno fatto una bella indagine di marketing su quale fosse il lato peggiore degli Italiani su cui fare leva. Sono stati bravissimi a trovarlo.

  2. Locomotiva gennaio 18, 2012 alle 11:12 am

    Benuzzi, mi sfugge il collegamento con lo scorso ventennio.
    L’esempio dei ‘Nuovi mostri’ è del 63, quando il ‘condottiero dell’ultimo ventennio era appena sceso dalle navi (tanto per stare nel cinismo da ‘too soon’: mai uno scoglio quando serva)

    La questione è più a monte: l’immaginario di Hoover ha imposto alcuni canoni quaranta/cinquanta anni fa.
    Ha spostato i film dai gangster ai G-men – dopo decenni che film su Al Capone e compari facevano cassetta.
    Ha anche infilato qualche clichè minore, tipo qualsivoglia serie poliziesca dipinge l’FBI come i solito vanitosi cacciatori di gloria (tranne le poche serie che hanno protagonista unità della stessa FBI – che non sono molte, nel panorama)

    Immaginario che si è man mano sclerotizzato fino appunto all’eroe solo che non guarda le esplosioni, al ‘cavaliere solitario’.
    il G-men di Hoover aveva una misisone, difendere l’etica della società – etica che non faceva lui, che lui manteneva per tutti.
    Oggi, l’esplosiviere di turno ammazza i cattivi perchè lui è buono – ed è buono perchè spara meglio.

    Lo stesso si può dire per i nuovi Mostri e per quella commedia all’italiana dei tempi di Alberto Sordi, quando il malcostume veniva radiografato, distillato e servito su pellicola.

    Anche lì, forse, la sclerosi: da film ‘di denuncia’ o quantomeno in cui la gente un poco si vergognava a vedersi così allo specchio, il genere si è sclerotizzato, è stato cavalcato, ripulito, e il cattivo esempio di un Tognazzi furbastro del 1963 è diventato l’accettabilissimo e bene accetto Christian De Sica che fa le vacanze di Natale in posto sempre diversi.

    • fulviothecat gennaio 18, 2012 alle 2:51 pm

      Stai dicendo che il Cinepanettone e Twilight sono la stessa cosa (deriva di un “genere” alle sue componenti elementari)? Doppio argh di terrore. :)

      Cmq lo spezzone è da I Mostri, l’unico e originale.

      • Locomotiva gennaio 18, 2012 alle 7:40 pm

        Pardon, mostro sbagliato (uno dei millemila film che non ho visto, peraltro).

        Comunque, In un certo senso si: quando il ‘genere’ diventa ‘genere’ e basta.

        A me viene da pensare ai ‘generi’ morti: il western di John Ford avevano un’anima e dei valori. Poi son diventati ‘genere’ e stereotipi, copiati e ricopiati.
        Li poi il genere è morto, quando per reazione ai ‘ciclostili’ è arrivato un Peckinpah con un’anima e dei valori opposti a Ford.

        Anche i film di Sordi son diventati cinepanettone quando si è perso il giudizio personale di chi lo faceva: la commedia all’italiana fotografava la società e la stigmatizzava, ai primi cinepanettoni con Jerry Calà si sono limitati a fotografare e riproporre in farsa senza giudicare, e poi man mano hanno semplicemente smesso di fotografare ed hanno continuato a ripasticciare la stessa foto.
        Ancora non si vede, in giro, un Peckinpah che riprenda in mano il genere e lo stravolga, però.

        Twilight? Boh. il sospetto che sia semplicemente un ciclostile di ‘Han venduto Harry Potter, venderemo anche questo’, io lo avrei anche, ma per sentito dire dato che nulla so di libri e film…

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