Il gatto mi ha mangiato i libri

Parole, storie, immaginario e laicità intellettuale

Archivi Mensili: gennaio 2012

Il dramma della fabbrica di astronavi Italia

Le due astronavi cavallo di battaglia della fabbrica: il Suv e il Catorcio taroccato con quattro marmitte...

E’ un po’ di giorni che mi rimpallo l’idea per una storia di fantascienza. Riguarda una fabbrica di astronavi e una nazione del futuro che ha molti punti in comune con l’Italia. Anzi, facciamo pure che è l’Italia del futuro, qualche secolo. Diciamo che a un certo punto c’è stata una vera “corsa allo spazio” che ha creato il conseguente boom economico, negli anni ’50 e ’60 di questo ipotetico secolo. Epoca di prosperità per tutti: molto lavoro, molte braccia disposte a occuparsene, un futuro luminoso dietro l’angolo. Un oloschermo per ogni famiglia e così via e vacanze sulla riviera di Venere una volta all’anno per tutti.

Non ho ancora pensato al nome della fabbrica. Però di certo è qualcosa di grande, di rilevanza nazionale. Tanto che il Governo Italiano decide di sostenerla. Crea lavoro, ricchezza, tiene alto il nome dell’Italia all’estero. Tutti comprano le nostre astronavi, tutti vogliono le nostre astronavi. E questo nonostante l’olocarosello non permetta di fare pubblicità sull’olotelevisione di stato: siamo in regime di monopolio, c’è una sola fabbrica di astronavi, la pubblicità non è necessaria. A Torino, pensate, dove la fabbrica di astronavi ha una delle sue sedi più importanti, pare che il ritmo di vita sia dettato dai ritmi di lavoro nella costruzione delle astronavi.

Il Governo nel corso degli anni mette molti e molti soldi nella fabbrica di astronavi, la aiuta a superare momenti di crisi, sostiene stabilimenti secondari, offre incentivi. In qualche modo c’è chi dice che la forma stessa dei cieli italiani viene forgiata per dare spazio alle astronavi individuali, via via sempre più potenti, persino rischiose per i conducenti indisciplinati; le alternative per il viaggio, come la linea ferrospazio su rotaia, vengono mantenute come secondarie e fatte passare come “da sfigati” a livello di immaginario. Solo gli studenti e i poveri si spostano con gli spaziomezzi pubblici: uomini e donne produttivi si meritano la loro astronave personale, con cui rombare lungo le stratosferiche spaziostrade.

Le astronavi personali entro mezzo secolo intasano il mercato e gli spazi, rendendo irrespirabile l’aria. Per rimediare all’intasamento di mercato il Governo incentiva la rottamazione, permettendo l’acquisto di nuove astronavi a prezzi bassi. A rimediare all’intasamento di spazi qualcuno ci pensa, qualcuno no: il cielo è grande. La produzione, d’altronde, deve essere mantenuta per conservare i posti di lavoro nel settore. Alle soglie del nuovo millennio la fabbrica viene rilanciata dal nuovo e sfolgorante amministratore delegato, un Saturniano dall’esperienza e intelligenza sopraffina. E tutti vivono felici e contenti.

Almeno finché, all’ennesimo picco del costo del carburante, la situazione per le astronavi si fa difficile. Spostarsi in astronave personale è ormai costoso ma si è lavorato con attenzione per sminuire o smantellare gran parte dei mezzi di trasporto alternativi. Ci sono quartieri di Nuova Torino, sospesi nel cielo, che possono essere raggiunti solo con l’astronave personale, per non parlare di quei poveri disperati che ancora vivono a terra, lontano dai più grandi agglomerati urbani. Nel frattempo la crisi economica e il nuovo Governo Informatico, tentando di risanare l’economia, tenta di cambiare le regole del lavoro facendo arrabbiare gli autisti delle astronavi merci. Che in breve paralizzano tutto il traffico del cielo. Il supermega amministratore delegato Saturniano, invece, minaccia di trasferire l’intera fabbrica di astronavi su Marte se il Governo non continuerà il suo sostegno.

Ecco, qui ho smesso di scrivere. Perché da questa situazione non so proprio come cavarmi fuori. Qualche idea?

Sturm und Drang: tempi che cambiano

Esserci, c’è. Per quanto ne so, in tutte le librerie d’Italia, dove non c’è è ordinabile. In qualche fumetteria c’è, in altre arriverà da fine mese.

Dato che ho un imbarazzo pazzesco a parlare di cose mie – e questo di per sé dovrebbe farmi riflettere perché invece non abbia nessun pudore a sparare boiate sociopoliticofilosofichequalunquiste, qualche psichiatra là fuori? – appunto qua sotto qualche link di riferimento. Al limite, poi, se ne riparla.

La scheda sul sito della casa editrice, la Pavesio.

Ordinabile su Amazon.it (quel “solo uno disponibilità immediata però un po’ m’inquieta…).

Ordinabile su Ibs.it (per equità, e perché loro, l’inquietante scritta “uno e poi basta!” non l’hanno messa…).

L’anteprima su Ubcfumetti.

Una prima recensione sul blog della Libreria 901 Comics Resort.

Il blog del disegnatore Patrizio Evangelisti.

J. Edgar e la costruzione di un immaginario


La cosa che mi ha più colpito del J. Edgar di Clint Eastwood è probabilmente il tentativo che fa il giovane capo dell’FBI di lavorare sull’immaginario. Se i suoi cinegiornali in cui elogia i “buoni americani” contro i “comunisti” hanno un impatto sul pubblico piuttosto limitato, è invece ammantando di mito le azioni del bureau contro la criminalità organizzata – e assumendosi parte dei meriti e degli arresti – con tanto di allusioni a fumetti con protagonisti gli agenti, che riuscirà almeno nella finzione del film a spostare il favore generale dai “ladri” alle “guardie”. Le intenzioni del film e il regista medesimo dovrebbero, a monte, garantire che quanto raccontato su grande schermo corrisponde a realtà.

Lo spunto su cui mi viene da riflettere è proprio quanto ci sia stato nel corso degli anni, da parte del cinema, la costruzione di un immaginario ben preciso e di stampo tipicamente “a stelle e strisce” che ha avuto influenza un po’ su tutto il mondo. Non so altrove, ma almeno per quanto riguarda l’Italia mi sembra evidente che lo stesso immaginario si sia imposto, quasi cancellando quello che c’era in precedenza – pensiamo alla commedia all’italiana scritta da Age e Scarpelli e (pochi) altri.

Da questo:

A questo (che è una parodia, ma rende l’idea):

Ripensandoci, non sarà mica che la furbite italica dell’episodio di Tognazzi de I mostri linkato sopra e l’ossessione che “il fine giustifica i mezzi” parodiata da Will Ferrell&C. si sono, anziché sovrapposte, sommate?

C’è di mezzo tutta la faccenda del viaggio dell’eroe come dispositivo, e il fatto che quello e i film in generale veicolano i valori che vi vengono messi dentro, coscientemente o no. Lo avrò pure già scritto: a suo tempo un certo Luke Skywalker rifiutò di combattere rischiando di essere ucciso e riuscendo a redimere il padre. Tutte le altre imitazioni/presunti eredi di Star Wars chiudono in gazzarra e vince chi ha il fucile più grosso. Sì, il fucile, ma vale anche quell’altra cosa che state pensando.

Ma d’altro canto quanto è legittimo pretendere di “pilotare” un immaginario a livello didattico? Magari, per il nostro paese oggi, sarebbe utile, ribaltando la battuta di prima, predicare un po’ più di dialogo e un po’ meno di prepotenza. A livello internazionale c’è tutto un discorso di convivenza tra diversi da far digerire. Sempre che si riesca a veicolare qualche messaggio del genere a livello narrativo, e la pretesa di inserirlo non uccida l’interesse della storia medesima. E nel caso che ci si riesca, il cinema non è più il medium dominante; la televisione lo è solo per una fascia di pubblico di età avanzata. Fosse per me, punterei sulle serie per il web.

Il paese in cui tutti avevano ragione

C’era una volta un paese in cui tutti avevano ragione.

Ce l’aveva sicuramente il Presidente del Consiglio, veterano dell’economia, elegante e di aplomb quasi britannico, tecnico prestato alla politica a causa del momento di crisi. Con lui, nel governo, persone di altissima e comprovata esperienza in ogni settore – lo dimostrava anche solo il fatto che dei rispettivi settori si occupavano tutti da trenta o quarant’anni.

Un bel giorno il Presidente del Consiglio e il suo Ministro allo Sviluppo annunciarono liberalizzazioni. Cioè cambiamenti delle regole di lavoro per varie categorie.

E le Categorie protestavano, e avevano ragione. Perché le associazioni dei lavoratori in un settore, o gli Ordini Professionali, sono indispensabili. Permettono di condividere esperienze, regolarizzare l’accesso a una professione, garantire la qualità del lavoro prestato. I dirigenti delle associazioni o ordini avevano esperienze nel loro settore di almeno 30 o quarant’anni, sapevano quello che dicevano e non potevano non aver ragione. Fino a quel momento, tutto aveva funzionato secondo quelle regole. Cambiarle era sbagliato, avevano ragione.

Dal canto loro, anche i Sindacati protestavano. Dopo anni di lotte e confronti avevano ottenuto condizioni di lavoro ragionevoli per molte categorie. C’erano le ferie pagate, la tutela sanitaria, la difficoltà dei licenziamenti. Avevano ragione a protestare, perché negli ultimi anni il cambiamento delle regole di lavoro aveva sempre e solo significato peggiorare le condizioni difficoltosamente raggiunte. E i dirigenti dei sindacati lo sapevano, visto che avevano tutti 30 o 40 anni di esperienza nel loro settore. Le cose avevano funzionato fino a quel momento, quindi avevano ragione: niente andava cambiato.

Inoltre anche i Lavoratori protestavano. Accadevano eventi inauditi, sempre più fabbriche e aziende chiudevano, sempre più lavoro andava perduto. Semplicemente, spariva, perché il mercato non voleva più la produzione impostata in quella maniera 30 o 40 o più anni prima. Che era quella giusta, perché aveva proseguito e reso stabile l’economia per così tanti anni. I lavoratori erano tutelati, pagati regolarmente, facevano a loro volta “girare” l’economia. Avevano ragione i lavoratori: il lavoro è un diritto. L’Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro.

Nel paese in cui tutti avevano ragione tutti se ne stavano, giustamente, arroccati sulle loro posizioni. Loro le chiamavano Certezze, oppure “anni di esperienza”. Un piccolo, elementare espediente. Che non sarebbe riuscito a proteggerli dal crollo finale, certo. Ma, almeno, li avrebbe tenuti in una beata e serena ignoranza fino all’ultimo istante disponibile. Difficile non dargli ragione.

Sopravvivere al 2012: A, B e C

Gatte nel cesto

"Quando si prende così sul serio mi fa venire sonno!" "Yoko, tu hai sempre sonno..."

Facciamo un gioco. Proviamo ad appuntare qualche parola “importante” (grazie, Nanni) con cui affrontare l’anno nuovo. In rigoroso ordine alfabetico, perché i limiti sono sempre divertenti. Chi vuole fare battutine sui Maya è avvertito: riceverà una sonora pernacchia. Chi invece il gioco vuole provare a raccoglierlo è benvenuto.

A come Ambientalismo. Proviamo a dimenticarci l’ambientalismo catastrofico in favore di uno (pro)positivo. Il contenuto è lo stesso, elementare, ma non passa abbastanza forse anche perché non è comunicato nel modo giusto. La saturazione delle informazioni ovunque ci causa uno stato di costante stress; d’altro canto la “crisi” sono i sintomi, sempre più gravi, che una certa direzione verso cui si è diretta la società occidentale nell’ultimo mezzo secolo abbondante è un vicolo cieco: prezzi bassi al consumatore equivale a lavoro malpagato, se va bene all’estero; l’usa e getta abbassa la qualità del singolo manufatto e accumula rifiuti. E così via.

L’alternativa è un futuro di idee per integrare gli spazi urbani e suburbana a una mobilità vera, non schiava della premiata ditta gomme&petrolio; nuove forme di produzione&risparmio di energia elettrica; salvaguardia dell’agricoltura con i giusti prezzi, prodotti buoni&pagati il giusto e meno intolleranze e problemi di salute legati al cibo.

O pensate davvero che un futuro decente possa essere questo?

B come Banalità. Di questo ne ho già scritto, seppur in modo disordinato. Internet ha rimpicciolito il pianeta. I mercati sono globali. Ieri i nostri prodotti dozzinali venivano prodotti in Cina. Domani sarà l’inverso, e in Italia produrremo i giocattoli tossici per i bambini cinesi? Per nulla. Se la Cina tenta lo sviluppo occidentale si mangerà il pianeta intero in pochi anni. Vedete l’articolo di Marco Restelli a cui ho rubato la foto qua sopra per un interessante approfondimento su Cina&smog.

La banalità, come ogni presunzione di analisi semplice del presente, va bandita. Dimentichiamocela. Ogni cosa è complessa, ognuna ha più facce. Diffidiamo sempre, d’ora in avanti, da chi ci propone generalizzazioni, semplificazioni e lamentele da bar spacciandocele per opinioni legittime. Smacchiate via quel verde, i colori sono tantissimi.

C come Cambiamento. Questa è la più insidiosa, sta già cominciando a sbucare in ogni angolo. Tutti, alle prossime elezioni politiche – e lo stanno già facendo alle amministrative – si metteranno in bocca il “cambiamento”, con varie sfumature, meglio se nella forma più banale, irruente e urlata. Ma anche la versione pacata è da temere. Anzi, forse quella più a rischio di essere presa sul serio. Sarà “Cambiamento” il rimpiazzo del XXI secolo della parola “Libertà” nei nomi dei partiti? Ci sarà da ridere. E da fare molta attenzione, perché nella maggior parte dei casi chi si spaccerà per un innovatore lo sarà solo perché il suo addetto al marketing gli avrà detto che fa trend.

Le cose devono cambiare, per il solo fatto che anche l’eterno presente è un’illusione dell’Occidente dell’ultimo mezzo secolo (aridaje!). Questo è inevitabile. Guardiamoci da chi ci parlerà di cambiamento in termini troppo banali, senza tener conto in modo consapevole della variabile ambiente.

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