Ricordo della Torino spettrale alle 6 del mattino in un giorno di agosto. Chi dorme o va in vacanza non trova storie!
Los Angeles, Sherwood Oask Experimental College, autunno 2007. Al panel sugli agenti che trattano diritti letterari per il cinema interviene un gruppo di professionisti che dopo la conferenza generale si divide tra i vari tavoli, in modo da permettere un contatto più diretto, domande e curiosità meno frenate dalla timidezza della sala piena. Ho il nitido ricordo di queste due agenti, donne mediamente giovani appartenenti a chissà quale gruppo, a cui qualcuno chiede che tipo di libri cercano. Domanda semplice, e molto utile per tutti noi. E loro rispondono, senza la minima esitazione: good books.
Ricordo anche che era il terzo giorno di full immersion e che tutto quel ciarlare in stile Pro, per i quali è tutto semplice-ma-tanto-voi-non-sarete-mai-dalla-nostra-parte-della-barricata (ehm), mi aveva dato un po’ di nausea. Finii il pomeriggio a lamentarmi con tal James che se costoro tutto quello che sapevano rispondere era che volevano buoni libri… beh, potevano andarsene a quel paese. Era una risposta che non aveva senso.
Ed è una risposta che mi è tornata in mente oggi, dopo alcuni scambi bloggheschi con Davide Mana, con Gianluca Santini e un inciampo a vedere che ne è stato del corso di scrittura di Fabio Bonifacci di cui, lo ammetto, mi sono vergognosamente dimenticato. Credo che sia uno degli effetti secondari del multitasking, dimenticare del tutto qualcosa da un giorno all’altro. Fatto sta che la strana frenesia narratologica di cui è preda Strategie Evolutive, che rimanda in un post di ieri a una coppia di post del giovine Gianluca sui finali dal punto di vista tecnico, di primo acchito mi ha fatto storcere la bocca e coniare un aforismo felino, qualcosa tipo (ma va raffinata):
La narratologia è come le patatine: ti piace quando sei giovane, poi invecchiando ti accorgi il cibo e le storie vere stanno altrove.
Un rapido scambio su Facebook in cui dico al buon Gianluca che, tanto, hai buon scegliere il finale migliore, ma quello che conta non è la tecnica ma la sostanza. Puoi aver studiato tutti i manuali di scrittura che vuoi, ma se non hai una storia da raccontare… beh, semplicemente si vede.
KA-BLAMM! In pratica io sto dicendo che gli unici libri importanti sono i buoni libri. In pochi anni, dall’essere uno che riempiva pagine di teorie di scrittura (cercate indietro in questo blog per credere, ho ancora un sacco di inutili categorie del blog a tema narratologico ormai inutilizzate…) sono andato a parare dritto dritto in quel concetto e quel modo di esprimersi che tanto mi aveva fatto schifo oltreoceano. E quindi chi ha ragione?
Al di là di pensare che democristianamente la virtù sta nel mezzo, il punto è davvero che entrambi gli estremi generano mostri. In ordine di tempo l’estremo del “good book” è venuto prima. Se una storia sia degna di essere raccontata è qualcosa al di là delle valutazioni oggettive, o quasi. Porta con sé concetti come Arte e Artista e Autore che tanta rovina hanno fatto all’industria del cinema, dell’editoria e degli altri media nel nostro paese (vero, Francesco?). Ma d’altronde, con la fuffa narratologica ci riempi i manuali e discuti mentre gli altri scrivono libri e sceneggiature e webserie, e alla fine loro pubblicano vendono vengono riconosciuti come Autori e tu te ne stai lì con il cerino e la certezza (?) di saper fare meglio (?).
Però, però, aspetta. Vocabolario. Buon libro non significa Opera d’arte, né tantomeno Capolavoro. Significa una storia ben precisa, con un capo e una coda, con dei personaggi ragionevolmente credibili, che racconti un’ambientazione che l’autore conosce (anche quando se l’è inventata) e mostri la realtà (anche fittizia) da un particolare punto di vista. Tutto questo è oggettivo, seppur filtrato dalla sensibilità di ognuno. E pende molto più dalla parte della ragione rispetto a qualunque balengo che ti venga a contestare la presenza delle “d” eufoniche o la non aderenza a qualche Sacro Canone Costituito. E i secoli, tra l’altro, ci hanno confermato che buona narrazione viene tramandata, mentre le temporanee santificazioni delle pure esibizioni di perizia tecnica (in prosa, nel cinema, in chissà che altro…) non sopravvivono alla loro epoca.
Diavolo di quei dannati Yankee Pros. Alla lunga, avevano ragione loro.
Al centro, con il microfono, Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta Lugagnano
Sabato 29 ero a Cassinetta Lugagnano (Mi), per l’assemblea generale per la Costituzione del Forum Nazionale dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio. Ci sono finito grazie a una serie di eventi concomitanti, tra cui un’imbeccata di Laurana e un passaggio in automobile da parte di un gruppo di altri astigiani che ci andavano. Ho fatto molte foto e preso appunti, persino un video all’intervento dell’assessore della provincia di Torino, in prima linea per proporre all’Ikea una location alternativa a un terreno agricolo (chi segue gli eventi regionali già sa),
[che avrò i soliti problemi a caricare perché è il solito file gigantesco e non sono molto bravo con la gestione dei file video da quando ho fatto il figo e messo Ubuntu]
insomma ho cercato di documentare, perché dopotutto è questo quello che so e faccio normalmente, anche bene secondo qualche anima buona che mi propone lavori e a volte addirittura mi paga. Volevo scriverne qui, al limite. Poi però, sempre per questa fortuna per cui lo scribacchino lo faccio di lavoro, nel corso della settimana mi è già capitato di scriverne ben due volte, una per il prossimo numero di Culture Incontri, l’altra con un intervista ad Alessandro Mortarino – uno dei fondatori di Stop al consumo di territorio – pubblicata sulla Nuova Provincia di ieri, in edicola fino a lunedì. Non voleva essere uno spot, giuro.
Non credo che scriverò un resoconto in senso stretto. Lo stanno già facendo altri, meglio di me, e poi c’è un video della mattinata, quando ha avuto luogo l’assemblea generale con interventi dei Nomi in Vista di turno (Carlin Petrini, Giulia Crespi, Finiguerra, Igor Staglianò di Ambiente Italia/Rai, esponenti delle associazioni ambientaliste). Nel pomeriggio ci si è divisi in due gruppi di lavoro, l’uno per ragionare su comunicazione e organizzazione del Forum – e sono andato lì – l’altra per dedicarsi alla proposta di legge popolare sulla tutela dei terreni agricoli e delle aree verdi in generale, che insieme al censimento delle strutture edilizie inutilizzate è uno dei due percorsi principali su cui punta il Forum.
Mi limito a riportare qui sotto alcuni punti interessanti che mi sono rimasti impressi, piccoli arricchimenti delle mie poche e limitate certezze – che però, occhio, sono un patrimonio inestimabile.
1) Eravamo veramente in tanti. 500, da tutta Italia, e saremmo stati di più se le iscrizioni non fossero stata chiuse alla fine della settimana precedente. Liste civiche, associazioni, comitati. Ognuno con una piccola battaglia locale da portare avanti, ognuno con il desiderio di condividerla. L’organizzazione ha fatto il possibile ma era limitata dagli spazi – la mattina si è dovuti stare al freddo nel parco, per starci tutti (vedi foto). E il fatto che in così tanti ci fossero, senza gettoni di presenza, senza Inviti Ufficiali, senza colori politici, con il solo scopo di vedersi in faccia… beh, è una vittoria.
2) Parola d’ordine: dialogo pacifico. Tante persone, tante idee diverse. Inevitabili conflitti, contenuti mirabilmente. La mattina, quando rappresentanti degli agricoltori locali hanno contestato Carlin Petrin, facendo riferimento alle condotte locali di Slow Food che non sarebbero abbastanza attive “politicamente” contro determinati scempi edilizi. Mortarino, che moderava, con pacatezza esemplare (grande Sandro!) ha fatto esporre le ragioni ai contestatori e la cosa è parzialmente rientrata.
[proviamo ad appuntarci di scrivere meglio di questo nel prossimo post. Seee, credici!]
Anche nel pomeriggio c’è stata una zuffa che, almeno per me che osservavo, ha avuto del buffo. Un mite e di mezza età rappresentante del Partito Democratico di Cuneo è stato preso a insulti da un giovane e ruspante del Movimento a 5 Stelle veneto, per buttarla in burla la semplice dimostrazione che sono due specie di “animali politici” nemici a livello atavico e primordiale. Un unico episodio però, anche qui, su letteralmente ore di interventi di decine di persone – più o meno interessanti, più o meno ben comunicatrici, più o meno, purtroppo, raccolti sui propri problemi locali. Ma soprattutto persone che parlavano, che si scambiavano contatti, che offrivano idee per un progetto più grande. A monte c’è anche l’esperienza del Forum dell’Acqua Pubblica, che già è riuscito, scherzano loro, a mettere allo stesso tavolo preti e centri sociali. Hai detto niente!
3) Due punti in programma che per risolvere il Problema della Vita l’Universo e Tutto Quanto che affligge il nostro belpaese, anzi il mondo intero. Possibile? Beh, ovviamente esagero. Ma non proprio. Perché siamo di fronte a un sistema socioeconomico che mostra la corda, buchi che si aprono su tutti i fronti e tutto quello che sembra saper fare la politica è… ah, già: Paperino con il canotto bucherellato dall’ape che tappa i buchi con tutte le dita delle mani, poi dei “piedi”. E poi finiti quelli affonda. Ecco, qualcosa del genere.
[Quando faccio questi Riferimenti Alti si vede che sono un Vero Intellettuale, eh?]
Carlin Petrin parla dello spreco di cibo nei supermercati e degli agricoltori sottopagati. Giulia Crespi dei terreni fertili coltivati a biocarburante o ricoperti di pannelli fotovoltaici. Domenico Finiguerra dei comuni che cementificano terreno agricolo per avere risorse economiche. Li vedete i fili tesi tra un discorso e l’altro? Basta allontanarsi un passo per vedere un unico quadro completo. E’ tutto parte della stessa battaglia di base: valore del denaro, valore del cibo, squilibrio di un potere economico sempre più lontano e soverchiante.
Poi uno, già che c’è, in questi giorni rimane scioccato dalle immagini alla televisione di quello che è successo a Genova, e prima nelle Cinque Terre. Quanto si è costruito dove non si sarebbe dovuto costruire? E questo, per rimanere alla vicina Alessandria? (grazie Gavaz, e dedicato alla mia biondina che oggi non posso raggiungere causa maltempo…)
Indignarsi non basta. E che nessuno mi venga a dire che non possiamo fare niente… perché questa è l’unica vera certezza che ho. Possiamo cambiare le cose.
Eravamo in tanti sabato, e saremo sempre di più. Ma dobbiamo aver voglia di dialogare, condividere, diffondere informazioni. Affrontare i problemi in maniera intelligente, con le massime risorse di interscambio e condivisione che quella cosa meravigliosa chiamata Internet ci mette a disposizione. Ci hanno mentito, convinti ad adeguarci a una serie di abitudini che ci porteranno a rotta di collo verso il disastro. Parola fin troppo comune ormai. Scegliamo di dire di no. Di ripartire da noi stessi, non accusare gli altri ma abituarci a fare meglio. Abbiamo parecchio a cui attingere, le saggezze dei nostri nonni sono solo dietro l’angolo. Facciamo in modo che questi siano stati solo 50 anni di follia.
E ora, per la serie “Perché se no il Gatti si prende troppo sul serio”, una canzone per rinfrancare gli animi a firma Larocca-Bubola (tra gli altri).
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