Da queste parti uno comincia a prendersi troppo sul serio, la biondina protesta, quindi ritorniamo ai fasti dei post sulla robaccia ripescata dalla mia memoria di bambino degli anni Ottanta, che risbuca fuori grazie a YouTube e uno fa: “oooh”. E capisce molte cose sull’adulto che fa finta di essere diventato. Per esempio questo:
Ricordavo la sigla, che musicalmente è ancora di quelle buone, che rimangono in testa, ha persino un certo pathos drammatico/avventuroso (a dispetto delle immagini). E il contenuto… boh. Proprio non riesco a ricordare di che parlasse la singola avventura, anche se sembra un po’ un fantasy a casaccio, con quel briciolo di tensione per portare avanti la storia, e una specie di umorismo. Più che altro non mi tornano i personaggi: l’orsetto, il bruco giallo e lo scienziato umano. Negli Usa mi è capitato di frequentare un workshop sull’animazione in cui effettivamente ti facevano pescare a caso tre elementi (un animale, un oggetto, un luogo) e tu dovevi costruirci una storia intorno. Dicono che si sia fatto così, nell’animazione Usa del passato. Questo spiega molte cose. In effetti, il cartone di Teddy Ruxpin sembra un’applicazione di questo superlativo pattern creativo, e se spulci ancora un po’ sulla rete questo si spiega con un prodotto originario da proporre:
C’era anche da noi, giusto? L’orsetto che ti raccontava le storie. Ho qualche nebulosa memoria, e il vergognoso pensiero che mi sarebbe piaciuto averlo. Maledetta pubblicità che ti attacca prima che tu abbia avuto occasione di tirare su le doverose barriere mentali. La serie – con personaggi e luoghi abbinati al prodotto con estrazione casuale o meno – doveva essere parte della strategia di marketing.
Che poi, questa benedetta ideazione a caso delle serie animati sarà stata così terribile? Peggio della tipica serie con Un-Elemento-Estraneo-Nella-Compagnia-Di-Adolescenti? Tipo Denver, il dinosauro verde, che non dico che non me lo ricordo particolarmente significativo perché potrei scatenare dei veri flame, altro che la politica. Ah, l’ho detto? Vabbè. Beh, piuttosto che il dinosauro, c’era quest’altro cartone che mi piaceva molto, rimessomi sotto il naso dalla serendipità youtubbea. Il titolo italano… chi lo sa. Ma qualcuno ricorderà i personaggi:
E’ domenica. Fa freddo ma c’è il sole, e qualsiasi cosa significhi rispetto ai miei semiseri motivi per non avere un blog. Ieri è stata una giornata campale per la Vita, l’Universo e Tutto Quanto, qualunque cosa ciò significhi, certo è che implica qualcosa che si è rotto a livello globale e un formidabile strumento di nome Internet. Non avevo modo molto da dire. Nè modo di fare qualcosa in particolare, avevo le mie quotidiane battaglie a cui badare, che a volte non mi sembrano abbastanza ma forse sì, o forse… forse. Poi inciampo in questo:
Da noi accade ancora perché non abbiamo mai preso (uso il plurale perché dovrebbe farlo la società tutta) le distanze in modo netto e definitivo dalle pratiche violente. Perché siamo i massimi cultori del «Ma» e del «Però», che servono a giustificare qualunque cosa in nome di qualcos’altro. Per guarire dovremmo eliminarli dal vocabolario. Smettere di relativizzare la violenza perché, a seconda dei tempi, a giustificarla c’è il regime democristiano, quello berlusconiano, l’alta velocità o qualche riforma indigesta.
Milioni di italiani sono indignati dalla nostra classe politica, dalla lontananza che chi ci governa mostra verso i problemi reali dei cittadini, e dalla mancanza di investimenti sul futuro dei giovani. Ma non per questo pensano di scendere per strada a bruciare l’auto del vicino e non per questo sono meno indignati, arrabbiati o sfiniti. Di certo considerano quei manifestanti dei vandali e dei criminali, che non conoscono il valore del rispetto e non hanno mai faticato per guadagnarsi da vivere.
L’articolo completo è qui. Grazie, Mario Calabresi.
Alè, torniamo alla militanza almeno teorica a qualche mese di distanza dalla sbornia del Referendum Week. L’occasione me la forniscono un azzeccatissimo verso di canzone, il raccogliersi di alcuni spunti concomitanti e un post del brillante Angelo Benuzzi.
Cominciamo dalla canzone. Mr. Ivano Fossati, nientemeno.
In piena decadenza le parole non hanno chance. Grazie, mr. Fossati, rimani il miglior cantore della modernità attualmente a nostra disposizione, e speriamo che l’idea di ritiro dalle scene sia solo un sotterfugio per scansare lo stress da major.
Se c’è una cosa evidente del complicato periodo attuale è la difficoltà di trovare parole adeguate a descrivere il problema. Forse perché certa politica post-Orwelliana (nel senso che nonno George l’aveva prevista benissimo) ha già rubato, travisandoli, quelli che dovrebbero essere gli slogan per uscire dalla mentalità corrotta e autodistruttiva. Ecco, sono ridicolo anche a scriverne, quindi mi sa che l’idea si dimostra da sola: tutti i movimenti che in qualche modo si propongono di “andare oltre” oppure “opporsi” sembrano definirsi con terminologie inadeguate, populiste o generiche.
Ma visto che le parole non hanno chance, che ne scrivo a fare? Eh, ci sono cascato.
Quindi pensiamo al concreto. Qualcosa si muove? Sì. Al di là di scioperi e cortei più o meno efficaci, la mia personalissima impressione è che gli eventi – nel senso di manifestazioni di cultura, spettacoli, dibattiti, concerti, si stiano moltiplicando ora più che mai. Oltre il boom dei festival che è fenomeno dell’ultimo decennio, l’ulteriore sviluppo è, con la drastica riduzione dei fondi istituzionali, il fatto che i festival nascono comunque. Con più volontariato, con situazioni al limite del geniale nel far fronte all’assenza di budget come l’ospitalità dell’artista a casa propria.
Che, occhio, rischia di essere un punto di non ritorno. Lo dice un assessore alla cultura che in carenza cronica di fondi istituzionali è sempre sul punto di mettercene dalle proprie tasche. Ma dopo c’è l’elemosina, quindi, per carità, tratteniamoci. Resta significativo che l’antidoto alla televisione che ci chiude in casa sia la partecipazione, anche sul lato dell’organizzazione, a festival ed eventi.
La tendenza “dall’alto”, come ha fatto notare giustamente Alessandro Gaido di Piemonte Movie in uno dei presidi all’ingresso del Consiglio Regionale del Piemonte a Palazzo Lascaris (c’ero anch’io due martedì fa), a cura del Comitato Emergenza Cultura, è di costringere ai margini tutte le piccole realtà e concentrarsi solo sui Grandi Eventi. Buoni o cattivi che siano: l’unicità deve sempre preoccuparci. La ricchezza sta nella diversità, nella possibilità di dialogo, e ogni banalizzazione deve farci paura.
Si tratta poi di una semplice legge del mercato. I più deboli rinunciano, i più forti accorpano. Si mettono in cantiere solo Grandi Opere, perché attirano i capitali, e i piccoli interventi utili invece non interessano. Si prospettano nuovi ospedali e poi i cantieri non partono. Si inventano deliri di centri commerciali del prodotto tipico.
La battaglia più grande è qui: non rassegnamoci all’appiattimento incolore, e tuteliamo la ricchezza della diversità. Lasciare che rimanga solo ciò che è Grande, Grosso e Rumoroso non è accettabile.
Se non l’avete fatto, passate ancora a trovare Angelo, che sugli scenari globali ci sa fare.
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