
Fatine glamour alias Winx!
Va a concludersi la lunga intervista a Francesco Artibani, che ringrazio ancora per il suo tempo. E qui si parla di originalità delle idee, riutilizzo, freschezza nel raccontare e… rutti! Leggete per credere.
Insomma per una storia è meglio un’idea banale raccontata in modo fresco che un’ottima idea raccontata in modo poco convincente?
E’ chiaro che il massimo sarebbe avere un’ottima idea raccontata bene ma credo sia utile affrontare il lavoro in maniera concreta; su una produzione di tanti episodi concentrati in poco tempo non puoi mettere insieme una raffica di trovate brillanti perché hai il calendario che ti gioca contro insieme a tutti i limiti di cui si diceva in precedenza. E’ inevitabile ricorrere al mestiere, andando ad attingere al bacino comune di situazioni, trovate e stili del racconto. Personaggi e situazioni stereotipate ne trovi in quantità anche in film costosissimi e in serie tv di grandi produzioni e celebrati registi.
Da certi personaggi ti puoi aspettare determinati risultati sullo schermo con la certezza di non restare deluso (c’è tutta una galleria di tipi stereotipati, come il loquace, l’isterico, l’insicuro che ritrovi puntualmente ovunque). Gli americani in questo hanno delle grosse responsabilità perché hanno imposto uno standard tv tendente al basso che puoi ritrovare nei cartoni come nelle sitcom adolescenziali che imperversano al momento. L’errore degli altri autori, degli italiani come dei francesi tanto per citarne due, è quello di adagiarsi pigramente a quello standard, livellando il tutto scimmiottando uno stile narrativo sicuramente internazionale – ma anche terribilmente impersonale.
Per rispondere alla tua domanda e per uscire dall’impasse generale, in mancanza di meglio per me è apprezzabile riuscire a raccontare in maniera diversa un’idea vecchia o già vista. Questo la fa apparire nuova anche se non lo è e la giornata è salva.
Quando valuti un soggetto, tieni conto di quello che ti comunica emotivamente? Voglio dire, quando tu, sia per età anagrafica che per esperienza come autore, non rappresenti il “target tipico” a cui è rivolta la serie, ti aspetti comunque di ridere, sorridere, essere divertito?
Mi aspetto che la storia funzioni secondo quelle che sono le regole del personaggio (o della serie); verificato l’aspetto formale verifico che ci siano le risposte giuste alle attese del pubblico di riferimento. Nello scrivere una trama o nel leggere un soggetto scritto da altri valuto inoltre il grado di divertimento e di soddisfazione che l’episodio contiene.
Piacerà? Non piacerà? C’è dentro tutto quello che deve esserci? Può sicuramente capitare di scrivere qualcosa di divertente per il pubblico che magari non mi fa piegare in due dalle risate; quello che conta è che faccia ridere lo spettatore o il lettore (e che naturalmente soddisfi il produttore). In generale diffido di quelli che scrivono per sé stessi; in questo genere di lavoro si scrive soltanto per gli altri.
Scusa se ti provoco ma… mi stai dicendo che ci sono parametri oggettivi per valutare l’impatto di un certo tipo di storia e di gag su un certo tipo di pubblico? E che il tuo istinto di lettore/spettatore non entra per niente nella valutazione?
Sicuramente i parametri esistono e si tratta di quegli ingredienti fissi che una determinata storia deve contenere. Faccio un esempio pratico: se in un episodio delle Witch o delle Winx (tanto per non scontentare nessuno) non ci sono trasformazioni, scene romantiche e momenti di commedia (tra le ragazze, tra ragazze e ragazzi), magia domestica e magia “d’azione”, ecco che la storia è incompleta. I parametri di questo genere di storie prevedono avventura, commedia e magia; se manca uno di questi elementi è facile prevedere che lo spettatore o il lettore tipo sarà deluso.
Ritorniamo in realtà al discorso iniziale dei paletti (che qui diventano parametri) ma del resto questa impostazione è quella che ritroviamo in qualsiasi produzione seriale. Per evitare di avere storie precotte costruite a tavolino tocca quindi allo sceneggiatore inserire la variante sorprendente.
Il mio gusto personale di lettore e spettatore entra in gioco non per costruire la storia ma per dargli un carattere più personale, un “colore”. Il gusto personale è quello che mi porta a preferire un tipo di comicità piuttosto che un’altra, a evitare certe battute provando a uscire dai clichè pur rimanendo in un ambito definito e riconoscibile.
Lo scrivere per comunicare dovrebbe essere un altro caposaldo, oltre all’esperienza come spettatore, almeno nella scrittura “industriale”. Invece ti sono capitati casi di aspiranti sceneggiatori che in un episodio di animazione cercavano di raccontare la loro vita?
E’ capitato – raramente – di leggere storie in cui l’autore cercava di forzare la situazione inserendo un genere di comicità non adatta al personaggio o alla storia. All’autobiografia per fortuna non siamo mai arrivati. All’inizio di ogni produzione condivido con tutti delle raccomandazioni; una di quelle fisse riguarda i giochi di parole che sono proibiti perché, oltre a far ridere raramente, creano problemi infiniti in fase di adattamento per le diverse edizioni internazionali di una serie televisiva (e come se niente fosse ecco che spunta un’altro paletto!)
Dai corsi di sceneggiatura che ho frequentato in Usa appare evidente quanto siano ossessionati dal concetto che a ogni cultura corrisponda un umorismo diverso, a volte anche a sproposito. Tu che lavori per l’animazione anche da esportazione, ti sei mai confrontato con questa questione? I ragazzini francesi ridono per cose diverse rispetto agli italiani?
Trovo che per l’umorismo ci sia la tendenza diffusa a rifarsi ai modelli americani anche in serie che americane non sono. Ad un’analisi più scrupolosa si nota come la costruzione delle battute e dei personaggi rimandi a 4/5 categorie di riferimento sempre uguali a se stesse. Negli ultimi 20 anni c’è stata un’evoluzione importante nelle produzioni seriali a cartoni animati (e mi riferisco al solo mercato occidentale, quello europeo e nordamericano) ma il grosso del risultato – fatte salve alcune eccezioni – è decisamente omologato.
Nickelodeon e Cartoon Network hanno imposto degli standard e quindi può capitare di vedere una serie francese che dal design dei personaggi alla regia, passando per le sceneggiature si rifà a qualcosa di estraneo alla propria cultura.
In tutto ciò non è che senta la necessità di avere produzioni dalla forte impronta nazionale. Quello che conta è avere un progetto che funzioni, porti risultati e porti altro lavoro; in tutto ciò sarebbe bello avere una produzione europea ancora più originale e lontana dal modello americano. Un dato rivelatore di questa influenza è quello dei rutti. Non c’è serie americana in cui qualcuno non rutti; quello che era un brutto vizio a stelle e strisce è diventato un vezzo anche dalle nostre parti (dove abbiamo una digestione migliore e meno problematica). Nelle serie che seguo cerco di contenere al minimo queste brutture ma a volte anche qui è necessario scendere a compromessi.
Ultima domanda, torniamo all’ambito generale. Fumetto e animazione: come ti rapporti tu ai diversi linguaggi? Ci sono storie che è meglio raccontare in uno dei due, e se sì è solo una questione di mercato di riferimento o proprio di modalità di narrazione?
Ci sono storie che chiaramente funzionano meglio in animazione; attraverso il movimento e il sonoro. Grazie a tutte le soluzioni narrative che il mezzo offre è possibile riuscire a toccare delle leve emotive che nel fumetto si raggiungono con maggior lavoro e fatica. Di contro la trasposizione a cartoni animati di popolari serie a fumetti non ha quasi mai dato buoni risultati. Il problema sta tutto nella specificità del fumetto, un genere in cui il suo fruitore ha un ruolo attivo, determinando il ritmo del racconto e la regia (il senso di lettura, l’osservazione della scena sulla pagina, la “voce” e l’intenzione recitativa dei diversi personaggi in campo).
Il mercato di riferimento è in questo caso un elemento contraddittorio; nel ricco mercato televisivo c’è spazio solo per un numero determinato di proposte mentre nel mercato editoriale (che nel caso italiano è limitato e meno facoltoso – per non dire povero) trovano spazio progetti di natura più varia, le famigerate nicchie dirette ai settori di pubblico più disparati.
Personalmente cerco di muovermi in entrambi gli ambiti e il lavoro che con mia moglie Katja Centomo portiamo avanti da alcuni anni attraverso Red Whale è proprio quello di creare progetti che riescano a funzionare in tutti i settori, riuscendo a ottenere il massimo risultato da un unico prodotto (come è stato nel caso di Monster Allergy). La crossmedialità di cui si molto si parla è un tema che ci sta molto a cuore.
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