
"Maschera a chi? Ma non avrà letto troppi fumetti di supereroi?"
Sono sempre cauto nel parlare male di qualcosa, almeno su questo blog, fosse solo per umiltà nei confronti della creatività e del lavoro altrui. Mi si perdonerà però, spero, se prendo a spunto quello che ritengo un “errore” di un film italiano recente, visto al cinema qualche mese fa, per trattare di un altro argomento che mi interessa.
Basilicata Coast-to-coast diretto, scritto e interpretato da Rocco Papaleo insieme ad Alessandro Gassman, Max Gazzé e Giovanna Mezzogiorno, è un buon esempio di commedia italiana che parte da spunto sufficientemente interessante da scatenare curiosità. Negli Usa è Vangelo
per qualsiasi storia il pitch, oppure high concept (raggruppo per comodità due concetti leggermente diversi), che in parole povere significa essere in grado di descrivere una trama con una sola frase. Pur con i suoi limiti, il pitch aiuta a capire l’immediatezza e coerenza di una storia e – se la promozione lo sa cogliere bene – direi che aiuta parecchio il film a incuriosire gli spettatori. Per la semplice ragione che farti un’idea più definita di quello che andrai a vedere potrebbe aiutarti a scegliere proprio quel film.
Dicevo che in Usa è Vangelo, un po’ meno in Italia. A volte c’è più carne al fuoco di quanto starebbe in una semplice frase, a volte meno. Basilicata Coast-to-coast vince su questo fronte e infatti mi risulta che al botteghino sia andato piuttosto bene.
Con un problema, che il film è riuscito solo in parte. Ci sono passaggi tirati via, gag che non fanno ridere, personaggi che mutano radicalmente da una scena alla successiva, in abbozzi poco calibrati di archi di maturazione (su tutti il personaggio di Giovanna Mezzogiorno). Simpatico, ma irrisolto. Per di più il viaggio da costa a costa a piedi del gruppo di sgangherati musicisti, con giornalista al seguito, già per questioni tematiche fa venire in mente il viaggio dell’eroe, e immagino che l’avesse in mente anche Papaleo con il suo cosceneggiatore Walter Lupo al momento di scrivere: se non la versione narratologica, quella traccia di massima che emerge da qualsiasi film on the road da Fandango a Marrakech Express. Solo la traccia di massima, e non tutti gli incastri, pesi, archi di trasformazione necessari a un vero viaggio dell’eroe ben strutturato.
Mi sono chiesto: ci avrei visto una “gabbia” o “mappa” di viaggio dell’eroe precisa al millimetro, dentro questo film? E mi sono risposto di no. Perché le strutture possono togliere naturalezza al film, e anche perché, parlando di commedie italiane, le migliori che ho in mente in decenni di cinema non sono tanto forti sul fronte strutturale dello script, quanto invece significative nell’interazione tra le maschere dei personaggi. Diciamo che ricavano altrove, e non nel tipico conflitto di crescita, l’empatia con lo spettatore. E di nuovo: il film di Papaleo gioca sulle maschere, che però sono fuori fuoco, non abbastanza dettagliate nel loro ruolo per poter interagire tra loro portando da sole avanti la storia, anche senza (o quasi) un’impalcatura del tipo del viaggio dell’eroe. I primi film di Aldo, Giovanni e Giacomo funzionavano meglio di Basilicata semplicemente perché i tre avevano già in partenza i loro ruoli-maschere lungo cui condurre sia la narrazione che le singole gag (a spaccare il cappello in quattro in effetti mi ricordo che vedendo Tre uomini e una gamba al cinema anni fa, senza aver conosciuto il trio prima in televisione, confondevo Giovanni e Giacomo, forse che le loro maschere sono intercambiabili?)
Storicamente, a spanne, le maschere come elemento narratologico attorno cui far muovere una storia dovrebbero risalire alla Commedia dell’Arte: Arlecchino, Pulcinella, il dottor Balanzone, e prima ancora alla commedia greca. Ruoli fissi, dal servo furbo e risolutore al vecchio ricco e avido, che puoi mettere al principio di una storia, con una situazione di base, e più o meno te la conducono al fondo da sola: perché ognuno ha una sua motivazione, delle capacità e delle caratteristiche salienti “in partenza”.
Le grandi commedie del cinema italiano hanno vissuto di maschere, sotto forma di attori che interpretavano sempre lo stesso ruolo (o quasi). Mi ricordo il racconto di Vincenzo Cerami su Totò, che sul set di Uccellacci e uccellini cambiava le battute da lui scritte per “adattarle alla sua maschera”. E poi Sordi, Tognazzi, Gassman e Manfredi – certo loro erano talmente bravi che all’occorrenza le loro maschere le viravano o stravolgevano a piacere – in tempi più recenti Luca e Paolo oppure i comici di Zelig esportati su grande schermo. E ho citato un film di Salvatores quindi una menzione speciale va a Diego Abatantuono, che negli anni ha saputo far evolvere la sua macchietta del “terruncello”, già irresistibile di suo, in una maschera più ricca, dal linguaggio inconfondibile, eppure credibile/utilizzabile anche in contesti realistici. Sono talmente tanti gli attori-maschere italiani di ieri e di oggi che un elenco è per forza incompleto, e poi bisognerebbe conoscere tutti e sapere quali sono attori che interpretano spesso personaggi simili, e chi invece saprebbe interpretare solo quel ruolo attorno a cui vengono costruite le storie.
Non essendo/non volendo essere troppo dettagliato nella creazione dei personaggi in fase di sceneggiatura, Basilicata Coast-to-coast arranca perché gli attori non possiedono in partenza maschere abbastanza definite. Gazzé fa il suo sorrisone, ci sono il cugino buono e il cugino sbruffone – Gassman figlio riprende una delle maschere più divertenti del padre dai tempi de I soliti ignoti, ma al personaggio mancano proprio motivazioni coerenti – Papaleo si cuce addosso questo ruolo di filosofo della compagnia/eroe alla buona e Giovanna Mezzogiorno prima è scorbutica-capricciosa, poi diventa buona e sorridente come ogni protagonista femminile che si rispetti nell’arco di un paio di scene (in un’intervista si dice che l’attrice ha collaborato nella creazione del suo personaggio e quindi ecco perché i tocchi di colore iniziale sono così slegati dal resto).
Le maschere sono uno strumento narrativo molto potente, e meno a rischio di apparenza artefatta rispetto a viaggio dell’eroe e simili. Per di più, da noi se ne è fatto molto più uso, e con ottimi riscontri, rispetto al cinema Usa. Chissà che non siano una via per il futuro?
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