Il gatto mi ha mangiato i libri

Appunti di scrittura, comunicazione e quotidiane battaglie di Fulvio "the cat" Gatti

Da Robin Hood a Dylan Dog: tutti i limiti dell’eroe

"Sono abbastanza malinconico e tormentato?"

Ho visto il nuovo Robin Hood di Ridley Scott, nonostante parecchio scetticismo in anticipo, e devo dire che la cosa che mi ha stupito di più è stata la tendenza della critica a stroncarlo. Temevo la solita gigantoepopea soffocante, come mi è successo negli ultimi anni con film di questo tipo – almeno da come era stato presentato. Invece no, passato piacevolmente, nulla di particolare da segnalare; ok, sì, la battaglia finale in stile Il Signore degli Anelli, con tanto di ritorno in campo di Marian armata manco fosse Red Sonja, e alla guida dei Bambini Sperduti fa un po’ ridere, ma ingombra poco nell’economia generale e sembra quasi che Scott e Crowe ti guardino e ti dicano “guarda, questa roba ce l’ha chiesta il produttore, non capisce una mazza ma caccia i soldi, ti promettiamo che dura poco”.

Per il resto non molto altro da dire. Ecco perché sono letteralmente cascato da un pero leggendo un bell’articolo di Cristina Borsatti su FilmTv di queste settimane che approfondisce nel dettaglio perché la sceneggiatura del film non funziona. E tira in ballo archetipi e viaggi dell’eroe, tutta quella roba con cui mi piace annoiare chi passa da queste parti e con cui ultimamente comincio pure ad annoiarmi da solo. Poi parla anche di eroi che piacciono di più al pubblico, e che sarebbero quelli borderline, non troppo buoni, non troppo cattivi. Sarà che sono in fase “nessuna certezza”, ma siamo proprio sicuri che il pubblico, in senso generale, ricerchi la complessità nell’eroe? Ho quasi il dubbio che sia il contrario.

Diamo per presupposto che la storia più “commerciale” in assoluto sia quella in cui lo spettatore riesce ad identificarsi. Hollywood ne ha fatto tesoro con quel grimaldello emozionale (oggi sono poetico) che è il viaggio dell’eroe, riproposizione del passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Quindi, regola successiva è che l’eroe sia giovane. Diventa ancora più vero se ci spostiamo verso le serie animate, che per di più hanno un target di spettatori bambino o adolescente. Si ringiovaniscono per la tv anche gli eroi adulti: prendete Martin Mystère, che dal circa-quarantenne nei fumetti diventa un ragazzotto dinamico nella versione animata; mi risulta che abbiano ringiovanito per la serie tv anche Geronimo Stilton, nato come topo grassoccio e occhialuto.

Una faccia della medaglia è prendersela con i soliti produttori che non capiscono un tubo. Ma pensiamoci bene prima di sputare sentenze: l’intrattenimento è il settore con meno regole, dal punto di vista di consapevolezza di cosa funzionerà e produrrà guadagni – seguire le mode, proporre personaggi e storie che si conoscono già, copiare l’estero sono solo tentativi per non brancolare nel buio, e non sempre sono praticabili (e neanche quelli garantiscono il successo!). Mentre ringiovanire il tuo eroe è  in linea di massima sensato – a pelle – e dovrebbe garantire risultati. Quindi perché no? In fondo anche il Martin Mystère degli esordi era una tipologia piuttosto “neutra” di eroe, avventuriero di cultura un po’ sciupafemmine e dal codice morale rigoroso – poi Alfredo Castelli l’avrebbe arricchito umanamente enfatizzandone i difetti come la logorrea, ma questa è un’altra storia.

Oltre all’età poi l’eroe deve avere tutta una serie di altre caratteristiche. Puoi dargli spessore, eccome, ma alla fine ti ritroverai sempre a girare in quei dintorni. Solidale con i deboli, rispettoso del suo codice morale, propenso alla violenza solo in determinate condizioni. Aggiustamento più, aggiustamento meno: l’hanno capito meglio di noi gli autori di manga, che disegnano gli eroi non dico tutti uguali… ma poco ci manca. Lo stesso vale per il protagonista di Huntik, nuova serie animata della Rainbow: biondino, carino, simpatico, all’inizio di un viaggio di crescita.

Insomma l’eroe è una maledetta scocciatura: non puoi uscire da determinati canoni, un po’ per il pubblico o l’editore/produttore, un po’ perché se sei un autore che prima di tutto deve creare storie seriali d’intrattenimento, se esci troppo dal seminato non otterrai risultati compiuti e gradevoli alla lettura. E qui porto la testimonianza di Pasquale Ruju, che racconta che nella creazione di Demian si sentiva limitatissimo nel personaggio che dava il nome alla testata, mentre rischiava di lasciare troppo libero la spalla. E’ una storia non nuova, la spalla che ruba la scena all’eroe. Ma non sarà sintomo di… qualcos’altro? Una mutazione in corso, direi.

L’eroe è limitante, è vero. Però non è statico: cambia con l’epoca, una specie di sensibilità generalizzata del pubblico che si evolve, per esempio con il succedersi delle generazioni. Come lettore odiavo il Brad Barron di Tito Faraci e adoravo alla follia Pk – si, esatto, il Paperinik nato nel ’69 e che una specie di rivoluzione trasformò in eroe da fantascienza, con la sua bella dose però di debolezze e difetti umanissimi anche sul fronte fisico – tornerò a parlarne, si merita molto più di un accenno. Vedendo al cinema Starship Troopers mi davano un fastidio tremendo i personaggi bellocci e anonimi, che mi sembravano un passo indietro notevole rispetto all’Han Solo di  Star Wars, che non è poi altro che l’archetipo dell’eroe sbruffone, che se gestito bene è davvero il non plus ultra – James “Sawyer” Ford insegna.

Quello che voglio dire è che l’eroe è monolitico nel suo contesto, ma le sue regole ferree cambiano con il tempo. Una discreta consolazione per chi ha qualche ambizione di narratore, e poi c’è da dire che un autore dall’individualità spiccata riuscirà sempre, in qualche modo, a sgusciare in mezzo alle sbarre. E qui faccio il partigiano, ma diciamo pure che nessun Dylan Dog nascerà mai dalle indagini di marketing “dall’alto”.

Tanto per cambiare ho aperto un argomento vastissimo, citando qua e là in modo disordinato. In una maniera o nell’altra ci ritorno, ora mi preme chiudere mettendo ancora in dubbio quanto finora accumulato (eh sì: se volevi le certezze, hai sbagliato blog). L’eroe è una gabbia di regole che cambiano con il tempo, forse lentamente, ma comunque a suo modo DEVE essere monolitico e piatto. Serve all’autore e poi al fruitore per l’identificazione: perciò un giovane, di bell’aspetto perché è la proiezione di quello che vorremmo essere, solidale con gli altri e ancorato a una ben precisa gamma di valori tra cui la non violenza. Il gioco è ancora più scoperto per gli eroi per bambini, che devono essere ancora più scopertamente “iso9000″, modelli standard. Bene.

Ma il successo multimiliardario internazionale delle Tartarughe Ninja, in tutto questo, dove lo mettiamo?

6 risposte a Da Robin Hood a Dylan Dog: tutti i limiti dell’eroe

  1. Davide giugno 2, 2010 alle 4:53 pm

    Interessante, interessante.

    Io lavoro su testi vecchi, ma parto dal presupposto che, d’eroe, di fatto, sia colui che parla per una cultura, che ne incarna gli ideali e ne porta avanti la filosofia più spicciola.
    Ogni cultura – o sottocultura – ha un suo eroe.
    O ricicla quello del nonno.
    Robin Hood può essere il simbolo della resistenza celtica all’avanzata dei sassoni (c’era una bella serie franco-britannica negli anni ’70), della resistenza dei sassoni all’avanzata normanna (il Robin di Walter Scott), dell’onestà contro l’intrigo (il Robin Hood di Erroll Flynn), del medioevo contro la modernità piuttosto dubbia (il Robin di Sean Connery in Robin & Marian), della cultura tradizionale rispetto alle nuove pratiche omologanti (Robin the Hooded Man, buona serie britannica), dell’allegria contro la tetraggine (il Robin di When Days Were Rotten, di Mel Brooks), degli animalini pelosi sui rettili (il Robin di Disney)…

    A questo punto, però, nel momento in cui ho un eroe che parla per una collettività, devo decidere se quella collettività è disposta ad acquistarlo.
    E non è esattamente una questione di identificazione.
    The Hooded Man non avrebbe venduto se non fosse arrivato al picco della cultura new age.
    I bambini preferiscono gli animalini pelosi ai rettili.
    Il Robin revisionista di Connery va bene per il periodo in cui esce (sono gli anni del western crepuscolare e della crisi energetica – il futuro non è più quello di una volta), e per il pubblico a cui è diretto – un paio di settimane or sono un’amica me lo ha liquidato come “Una cagata” perché il duello finale dura mezz’ora, è uno stillicidio di mazzate e alla fine muoiono tutti… il paradigma è cambiato, il pubblico non cerca una conferma dei sospetti di crisi, ma una fuga dalla certezza della crisi.
    O, come cantava Bonnie Tyler

    Where have all the good men gone
    And where are all the gods
    Where’s the street-wise Hercules
    To fight the rising odds
    Isn’t there a white knight upon a fiery steed
    Late at night I toss and I turn and I dream of what I need
    I need a hero

    Ma lei naturalmente non aveva dei problemi con la crisi energetica, il new wave o i rettili ;)

  2. Pingback: Dylan Dog:Dead of Night. Blogger Vs. Produttori | DDComics

  3. Lìberi_tutti giugno 6, 2010 alle 4:57 pm

    Vado a riconfermare quanto già ben esposto, del resto 2+3 o 3+2 danno sempre lo stesso risultato…
    Gli eroi sono il riflesso dell’immaginario collettivo che li crea, ogni tempo e ogni popolo ha avuto, e ha, i suoi eroi con le loro specifiche caratteristiche: così ci sono stati eroi dei tempi mitici, eroi gerrieri, eroi culturali, eroi religiosi, eroi superuomini e, adesso da noi nel nostro tempo, eroi borderline.
    Tra loro non sono intercambiabili, ma per essere riproposti al presente devono essere “ottimizzati” secondo i gusti del momento.
    Ad esempio Superman l’eroe americano tutto d’un pezzo stona adesso, ma era perfettamente in linea col tempo in cui fù creato per la prima volta, un tempo in cui i viaggi nello spazio erano più d’un sogno e il progresso era fonte di luminoso futuro, un tempo in cui il mito del superuomo era ancora credibile, un tempo in cui c’erano solidi principi morali in cui credere e obbedire con ferrea coerenza, e che ora fanno a volte di superman una caricatura bacchettona & perbenista. Ma del resto i tempi sono cambiati: troppo forte, troppo perfetto, troppo pieno di certezze, troppo puro e immacolato, la sola debolezza della kryptonite non basta per renderlo popolare adesso, o meglio, non è più attuale col nostro immaginario.
    Infatti ecco col passare del tempo un superman più vunerabile, più aderente al suo [nostro] tempo, ecco così kingdom Come -Venga il tuo regno-, con un superman invecchiato, amareggiato, non più al passo dei tempi e per questo rititiratosi in volontario esilio, oppure ecco -superman doomsday- con un supereroe non più invincibile ma addirittura mortale e non più semidivino.
    Eppure, se andiamo indietro nel tempo, un simile eroe che non compie massacri, che non ha teste come trofei, che non guida alla conquista di nuove terre o alla sconfitta di citta nemiche e che ha la nostra morale, sarebbe stato giudicato come un povero mollaccione secondo gli schemi degli antichi greci, e questo per entrambe le versioni, vecchia e nuova.
    Perchè ogni epoca riscrive le caratteristiche principali dei vecchi eroi per aggiornali ai tempi, oppure li fà scomparire nell’oblio e ne crea di nuovi.
    Quindi in fondo si può dire che i nostri eroi non sono gli stessi eroi di ieri, e non saranno gli stessi eroi di domani così come gli eroi di domani non sono gli eroi di oggi.
    E non detto che i futuri eroi debbano piacerci, potrebbe accadere il contrario…

    • fulviothecat giugno 7, 2010 alle 3:13 pm

      Grazie per aver ricordato Superman, che è un esempio lampante della questione. Ma solo vent’anni fa, se ci pensi, aveva ancora un senso come personaggio, mentre oggi è da rottamare – l’unico supereroe famoso il cui rilancio anni Duemila è fallito, mica poco come segnale.

      Sugli eroi futuri mi fai venire in mente un racconto delirante di Frederik Pohl, in cui due personaggi facevano cose assolutamente incomprensibili per alcune pagine, e alla fine l’autore ti prendeva per i fondelli dicendoti: perché, pensate che Attila avrebbe capito qualcosa delle vostre abitudini di gente del ventesimo secolo?

      • lìberi_tutti giugno 7, 2010 alle 6:33 pm

        Il primo film con Superman che rinverdì il mito fù fatto alla fine degli anni 70s [78], era la fine di un periodo che aveva visto la sconfitta umiliante e sensa gloria [allora recentissima]in Vietnam, c’era stato il Watergate, la cultura antagonista si era frantumata in mille rabbiosi rivoli radicali che avevano lasciato solo macerie dei vecchi principi, era il periodo della guerra fredda e della contrapposizione est-ovest, dell’incolore presidenza Carter… in quel momento di fine 70s Superman era un ritorno gradito, perfettamente in linea col desiderio collettivo di forza invincibilità e buoni sani principi.
        Era l’eroe col mito giusto, in quel momento.
        E’ interessante notare come poi sia stato Batman ad essere più “attuale”, finora… finora, ma adesso anche lui inizia a mostrare segni di declino, mentre a farci caso il Joker ha sempre più ammiratori, e non per il solo merito del suo ultimo sfortunato interprete.
        Ma con Superman si và nel campo dei supereroi, e allora bisogna dire che sono tutti loro a mostrare segni di declino: con l’uomoragno si cominciò ad avere super eroi con super problemi, con la miniserie -venga il tuo regno- sono i super eroi ad essere un problema, e non è un cambiamento piccolo, e il ritrovarsi un capitan america versione pericoloso xenofobo miliziano è un segno che i tempi sono propio cambiati.
        Come punto di transizione si potrebbe nominare Watchmen, molto crespuscolare disincantato cinico per certi versi molto cattivo e senza speranza, con un solo super e tanti eroi e cattivi più un aspirante Dio, stile vecchio testamentyo, pronto a mandare il diluvio e a uccidere qualche centinaia di migliaia di persone pur di creare un nuovo tempo di pace progresso e speranza…
        Forse non è più tempo per i vecchi supereroi, e anche se sembra che alcuni tengano bene, forse è solo questione di tempo prima che si facciano da parte sostituiti da altri.

        Invece mi ricordo un altro racconto [sorry, non ricordo né titolo né autore, però se saltasse fuori qualcosa... sarebbe cosa gradita], dove uno sfortunato malcapitato si ritrova in un mondo alieno, finendo per fare il mostro cattivo da B movies nonostante le sue pacifiche intenzioni.
        Si sbarazza dei buoni alieni piangendo…
        Insomma alla fine è sempre una questone di punti di riferimento e prospettiva.
        Chissa, magari avremo il Joker futuro eroe…

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