Il gatto mi ha mangiato i libri

Parole, storie, immaginario e laicità intellettuale

Archivi Mensili: giugno 2010

Da Robin Hood a Dylan Dog: tutti i limiti dell’eroe

"Sono abbastanza malinconico e tormentato?"

Ho visto il nuovo Robin Hood di Ridley Scott, nonostante parecchio scetticismo in anticipo, e devo dire che la cosa che mi ha stupito di più è stata la tendenza della critica a stroncarlo. Temevo la solita gigantoepopea soffocante, come mi è successo negli ultimi anni con film di questo tipo – almeno da come era stato presentato. Invece no, passato piacevolmente, nulla di particolare da segnalare; ok, sì, la battaglia finale in stile Il Signore degli Anelli, con tanto di ritorno in campo di Marian armata manco fosse Red Sonja, e alla guida dei Bambini Sperduti fa un po’ ridere, ma ingombra poco nell’economia generale e sembra quasi che Scott e Crowe ti guardino e ti dicano “guarda, questa roba ce l’ha chiesta il produttore, non capisce una mazza ma caccia i soldi, ti promettiamo che dura poco”.

Per il resto non molto altro da dire. Ecco perché sono letteralmente cascato da un pero leggendo un bell’articolo di Cristina Borsatti su FilmTv di queste settimane che approfondisce nel dettaglio perché la sceneggiatura del film non funziona. E tira in ballo archetipi e viaggi dell’eroe, tutta quella roba con cui mi piace annoiare chi passa da queste parti e con cui ultimamente comincio pure ad annoiarmi da solo. Poi parla anche di eroi che piacciono di più al pubblico, e che sarebbero quelli borderline, non troppo buoni, non troppo cattivi. Sarà che sono in fase “nessuna certezza”, ma siamo proprio sicuri che il pubblico, in senso generale, ricerchi la complessità nell’eroe? Ho quasi il dubbio che sia il contrario.

Diamo per presupposto che la storia più “commerciale” in assoluto sia quella in cui lo spettatore riesce ad identificarsi. Hollywood ne ha fatto tesoro con quel grimaldello emozionale (oggi sono poetico) che è il viaggio dell’eroe, riproposizione del passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Quindi, regola successiva è che l’eroe sia giovane. Diventa ancora più vero se ci spostiamo verso le serie animate, che per di più hanno un target di spettatori bambino o adolescente. Si ringiovaniscono per la tv anche gli eroi adulti: prendete Martin Mystère, che dal circa-quarantenne nei fumetti diventa un ragazzotto dinamico nella versione animata; mi risulta che abbiano ringiovanito per la serie tv anche Geronimo Stilton, nato come topo grassoccio e occhialuto.

Una faccia della medaglia è prendersela con i soliti produttori che non capiscono un tubo. Ma pensiamoci bene prima di sputare sentenze: l’intrattenimento è il settore con meno regole, dal punto di vista di consapevolezza di cosa funzionerà e produrrà guadagni – seguire le mode, proporre personaggi e storie che si conoscono già, copiare l’estero sono solo tentativi per non brancolare nel buio, e non sempre sono praticabili (e neanche quelli garantiscono il successo!). Mentre ringiovanire il tuo eroe è  in linea di massima sensato – a pelle – e dovrebbe garantire risultati. Quindi perché no? In fondo anche il Martin Mystère degli esordi era una tipologia piuttosto “neutra” di eroe, avventuriero di cultura un po’ sciupafemmine e dal codice morale rigoroso – poi Alfredo Castelli l’avrebbe arricchito umanamente enfatizzandone i difetti come la logorrea, ma questa è un’altra storia.

Oltre all’età poi l’eroe deve avere tutta una serie di altre caratteristiche. Puoi dargli spessore, eccome, ma alla fine ti ritroverai sempre a girare in quei dintorni. Solidale con i deboli, rispettoso del suo codice morale, propenso alla violenza solo in determinate condizioni. Aggiustamento più, aggiustamento meno: l’hanno capito meglio di noi gli autori di manga, che disegnano gli eroi non dico tutti uguali… ma poco ci manca. Lo stesso vale per il protagonista di Huntik, nuova serie animata della Rainbow: biondino, carino, simpatico, all’inizio di un viaggio di crescita.

Insomma l’eroe è una maledetta scocciatura: non puoi uscire da determinati canoni, un po’ per il pubblico o l’editore/produttore, un po’ perché se sei un autore che prima di tutto deve creare storie seriali d’intrattenimento, se esci troppo dal seminato non otterrai risultati compiuti e gradevoli alla lettura. E qui porto la testimonianza di Pasquale Ruju, che racconta che nella creazione di Demian si sentiva limitatissimo nel personaggio che dava il nome alla testata, mentre rischiava di lasciare troppo libero la spalla. E’ una storia non nuova, la spalla che ruba la scena all’eroe. Ma non sarà sintomo di… qualcos’altro? Una mutazione in corso, direi.

L’eroe è limitante, è vero. Però non è statico: cambia con l’epoca, una specie di sensibilità generalizzata del pubblico che si evolve, per esempio con il succedersi delle generazioni. Come lettore odiavo il Brad Barron di Tito Faraci e adoravo alla follia Pk – si, esatto, il Paperinik nato nel ’69 e che una specie di rivoluzione trasformò in eroe da fantascienza, con la sua bella dose però di debolezze e difetti umanissimi anche sul fronte fisico – tornerò a parlarne, si merita molto più di un accenno. Vedendo al cinema Starship Troopers mi davano un fastidio tremendo i personaggi bellocci e anonimi, che mi sembravano un passo indietro notevole rispetto all’Han Solo di  Star Wars, che non è poi altro che l’archetipo dell’eroe sbruffone, che se gestito bene è davvero il non plus ultra – James “Sawyer” Ford insegna.

Quello che voglio dire è che l’eroe è monolitico nel suo contesto, ma le sue regole ferree cambiano con il tempo. Una discreta consolazione per chi ha qualche ambizione di narratore, e poi c’è da dire che un autore dall’individualità spiccata riuscirà sempre, in qualche modo, a sgusciare in mezzo alle sbarre. E qui faccio il partigiano, ma diciamo pure che nessun Dylan Dog nascerà mai dalle indagini di marketing “dall’alto”.

Tanto per cambiare ho aperto un argomento vastissimo, citando qua e là in modo disordinato. In una maniera o nell’altra ci ritorno, ora mi preme chiudere mettendo ancora in dubbio quanto finora accumulato (eh sì: se volevi le certezze, hai sbagliato blog). L’eroe è una gabbia di regole che cambiano con il tempo, forse lentamente, ma comunque a suo modo DEVE essere monolitico e piatto. Serve all’autore e poi al fruitore per l’identificazione: perciò un giovane, di bell’aspetto perché è la proiezione di quello che vorremmo essere, solidale con gli altri e ancorato a una ben precisa gamma di valori tra cui la non violenza. Il gioco è ancora più scoperto per gli eroi per bambini, che devono essere ancora più scopertamente “iso9000″, modelli standard. Bene.

Ma il successo multimiliardario internazionale delle Tartarughe Ninja, in tutto questo, dove lo mettiamo?

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 747 follower