
Mark... nel mio flashforward, ho visto il mio amante. Si chiama Desmond. Parlava di un'isola...
C’è entusiasmo generale nei confronti della nuova serie tv Flashforward, forse persino troppo. Certo ha una buona idea, che in caso fosse ignota qui riporto, giusto per il gusto di spoilerare un po’ – non più in là del pilot, tranquilli:
l’intera umanità perde conoscenza simultaneamente in tutto il mondo per circa due minuti. In quell’intervallo, ciascuno ha una breve visione del suo futuro sei mesi dopo. Mentre vengono curati i feriti e si piangono le vittime (chi era a bordo di auto, aerei, ecc), un gruppo di agenti FBI comincia a indagare sull’accaduto. E tramite una telecamera di sorveglianza scopre che, quando ovunque tutti erano privi di conoscenza, almeno una persona si muoveva indisturbata…
Ammetto che il pitch della serie, raccontatomi, mi aveva entusiasmato più della serie stessa. Che è interessante, per carità: lo spunto è di quelli che suggeriscono da soli una valanga di possibili sviluppi e problematiche personali, e puoi allungare il brodo in proporzione al numero di personaggi che aggiungi alle vicende. Ma nella messa in pratica il fatto che l’idea sia “acquistata” da un romanzo (o racconto?) di Robert J. Sawyer (canadese, uno dei più brillanti autori sf moderni) pesa parecchio. Mi spiego.
Il confronto con Lost è impietoso, il predecessore vince ancora su tutta linea perché l’idea dell’isola e di tutto il marasma che vi succede – per quando a tratti delirante, è parte del suo fascino – appartiene agli sceneggiatori, che l’hanno saputa rivoltare da tutti i lati. Non è così per Flashforward, almeno per il momento, che perde nel confronto anche tra i personaggi: Abrams, Lindelof e Cuse (gli ultimi due soprattutto) hanno forgiato una squadra di eroi giganteschi nel loro essere archetipici, e che vivono di vita propria anche grazie alle facce da schiaffi notevolissime che li interpretano. Il concept di Flashforward, a pensarci, è fantascienza pura e, in quanto tale, interessante di per sé, e può permettersi anche personaggi più sfocati.
Consola il fatto che, se le visioni sono tutte destinate a realizzarsi, gli sceneggiatori hanno una traccia coerente già pronta dello sviluppo degli eventi, e ci risparmieranno gli svarioni e gli aggiustamenti a posteriori (statue a quattro dita???) à la Lost. Sull’altro fronte, se la visione del futuro è veritiera, impone una sorta di Destino immutabile agli eventi, cosa che, soprattutto oggi, sarebbe meglio risparmiarci. Lo stesso Robert J. Sawyer scriveva anni fa che la fantascienza, esaurito il suo compito di mettere in guardia contro la scienza, ha oggi il dovere di instillare nei lettori-spettatori la fiducia in essa, contrapposta ai fondamentalismi e ai dogmi religiosi. Il futuro già scritto pende dal lato dei dogmi e dell’irrazionale, ed è un concetto che ci siamo dovuti sorbire già nei vari film fantasy reazionari degli ultimi anni. Non sarebbe ora di lasciarcelo alle spalle?
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