Il gatto mi ha mangiato i libri

Parole, storie, immaginario e laicità intellettuale

Archivi Mensili: gennaio 2010

School of rock: la credibilità dell’eroe e della storia

"Un grande attore ha due sole espressioni. Invasato, e un po' meno invasato".

Temevo che School of rock non reggesse una seconda visione. Al cinema mi aveva divertito moltissimo (complice anche l’argomento musicale), ma la storia è piuttosto semplice, non esce dal seminato e dall’incipit al finale ti racconta la vicenda di questo Peter Pan del rock, che ha fallito per tutta la vita ma trova la sua strada trasmettendo la passione per il rock a un gruppo di ragazzini delle elementari.

C’è poi un altro elemento che potrebbe giocare a sfavore del film: approfittare dall’inizio alla fine del luogo comune dell’eroe imbroglione. Si tratta di un archetipo che per qualche motivo piace molto agli americani, e di riflesso a tutti gli altri, che si tratti del Leonardo Di Caprio di Prova a prendermi oppure un Jack Black buffone e invasato – in questo o nella maggior parte dei suoi film, musicali e non (King Kong?). Per chiarire, quel tipo di personaggio sempre con la risposta pronta, che sa svicolare, scaricare le colpe addosso agli altri, che fa casino ma poi aggiusta le cose accampando la scusa più impensabile e divertente. Sarà una specie di evoluzione ironica e giovanile del self-made-man? L’argomento è abbastanza vasto da tornarci in seguito.

Il problema dell’eroe imbroglione è che pende sempre verso il lato oscuro. Anche quando non è esplicitamente un truffatore, l’eroe imbroglione usa per vincere le armi della bugia e del sotterfugio, non proprio comportamenti virtuosi. E infatti il lieto fine di stampo classico può giungere solo con una qualche forma di redenzione. Il Dewey Finn di School of Rock parte da una bugia, il sostituirsi al suo coinquilino, che di lavoro fa il supplente; insegna agli alunni il verbo del rock, poi il suo bluff viene scoperto e Dewey riconosce di essere un fallito e sprofonda nel baratro. Ma il suo insegnamento e la sua passione erano reali, hanno fatto presa sui giovanissimi musicisti che infatti lo vanno a prendere e lo convincono a portare in fondo il suo viaggio. E ci scappa un po’ di rock’n'roll.

Ma tornando alla considerazione iniziale, perché School of rock regge più di una visione? Perché è credibile nella storia che racconta. E’ credibile Jack Black a fare il “credente” del rock, e non c’è una briciola di informazione a tema musicale che sia fuori posto. Chi ha scritto quella storia sa perfettamente quali sono i sogni e le frustrazioni di chi mette su una band e passa il suo tempo a provare in una cantina; conosce qual è il vero rock, e lo dimostra per tutto la scena in cui Jack Black dà ai bambini i cd da sentire come compito a casa, sfoderando l’intera gamma musicale, da Jimi Hendrix agli Yes, dai Pink Floyd ai Rush. Infine, chi ha scritto il film conosce i valori in cui crede un vero appassionato di rock: la band di Dewey Finn e dei suoi allievi non vince la battaglia delle band, ma viene richiamata sul palco per il bis. Perché quello che conta non è vincere ma… fare un grande show!

Flashforward: idee comprate e destini non graditi

Mark... nel mio flashforward, ho visto il mio amante. Si chiama Desmond. Parlava di un'isola...

C’è entusiasmo generale nei confronti della nuova serie tv Flashforward, forse persino troppo. Certo ha una buona idea, che in caso fosse ignota qui riporto, giusto per il gusto di spoilerare un po’ – non più in là del pilot, tranquilli:

l’intera umanità perde conoscenza simultaneamente in tutto il mondo per circa due minuti. In quell’intervallo, ciascuno ha una breve visione del suo futuro sei mesi dopo. Mentre vengono curati i feriti e si piangono le vittime (chi era a bordo di auto, aerei, ecc), un gruppo di agenti FBI comincia a indagare sull’accaduto. E tramite una telecamera di sorveglianza scopre che, quando ovunque tutti erano privi di conoscenza, almeno una persona si muoveva indisturbata…

Ammetto che il pitch della serie, raccontatomi, mi aveva entusiasmato più della serie stessa. Che è interessante, per carità: lo spunto è di quelli che suggeriscono da  soli una valanga di possibili sviluppi e problematiche personali, e puoi allungare il brodo in proporzione al numero di personaggi che aggiungi alle vicende. Ma nella messa in pratica il fatto che l’idea sia “acquistata” da un romanzo (o racconto?) di Robert J. Sawyer (canadese, uno dei più brillanti autori sf moderni) pesa parecchio. Mi spiego.

Il confronto con Lost è impietoso, il predecessore vince ancora su tutta linea perché l’idea dell’isola e di tutto il marasma che vi succede – per quando a tratti delirante, è parte del suo fascino – appartiene agli sceneggiatori, che l’hanno saputa rivoltare da tutti i lati. Non è così per Flashforward, almeno per il momento, che perde nel confronto anche tra i personaggi: Abrams, Lindelof e Cuse (gli ultimi due soprattutto) hanno forgiato una squadra di eroi giganteschi nel loro essere archetipici, e che vivono di vita propria anche grazie alle facce da schiaffi notevolissime che li interpretano. Il concept di Flashforward, a pensarci, è fantascienza pura e, in quanto tale, interessante di per sé, e può permettersi anche personaggi più sfocati.

Consola il fatto che, se le visioni sono tutte destinate a realizzarsi, gli sceneggiatori hanno una traccia coerente già pronta dello sviluppo degli eventi, e ci risparmieranno gli svarioni e gli aggiustamenti a posteriori (statue a quattro dita???) à la Lost. Sull’altro fronte, se la visione del futuro è veritiera, impone una sorta di Destino immutabile agli eventi, cosa che, soprattutto oggi, sarebbe meglio risparmiarci. Lo stesso Robert J. Sawyer scriveva anni fa che la fantascienza, esaurito il suo compito di mettere in guardia contro la scienza, ha oggi il dovere di instillare nei lettori-spettatori la fiducia in essa, contrapposta ai fondamentalismi e ai dogmi religiosi. Il futuro già scritto pende dal lato dei dogmi e dell’irrazionale, ed è un concetto che ci siamo dovuti sorbire già nei vari film fantasy reazionari degli ultimi anni. Non sarebbe ora di lasciarcelo alle spalle?

Viaggi dell’eroe #1: Jerry Maguire

"Secondo te ho imparato qualcosa da questo viaggio dell'eroe o mi atteggio solo?"

Complice un storia da scrivere, sono incappato nel giro di poco tempo in ben quattro film diversi che fanno un utilizzo scopertissimo del viaggio dell’eroe, al punto da essere sovrapponibili tra loro in più passaggi narrativi. Questo perché tutti raccontano l’ingresso del protagonista in un mondo professionale ben definito, la sua ascesa, caduta e riscatto finale: insomma, sono praticamente delle varianti del viaggio dell’eroe nella sua forma più semplice e strettamente mitologica.

Il primo, nonché uno dei più interessanti, è Jerry Maguire, scritto e diretto da Cameron Crowe, in seguito regista di Almost Famous e Vanilla Sky. Senza verificare in giro azzardo che questo film è così semplice perché in parte autobiografico: Crowe attinge ai suoi primi anni come regista per raccontare la svolta professionale del procuratore sportivo Jerry (Tom Cruise) che, licenziato dalla grande azienda per cui lavora, trova riscatto professionale credendo a fondo nel suo unico protetto, un giovane atleta testa calda (Cuba Gooding jr.) che alla fine della storia otterrà l’attenzione dei media e quindi il successo professionale – per entrambi. Lungo la strada, Jerry sarà aiutato dall’unica persona che crede in lui nel momento di crisi, la ragazza madre Dorothy (Renée Zellweger), e con lei scoprirà il vero amore. Forse.

Si può giocare a ritrovare nello script di Jerry Maguire ogni punto del viaggio dell’eroe descritto da Vogler: tornerà tutto.  Si tratta della storia di crescita e maturazione per eccellenza, talmente universale che era difficile persino trovarvi un titolo – per collegarmi a un’altra questione già trattata. E infatti Crowe lo intitola semplicemente con il nome del protagonista: che è poi, nella sua psicologia (e nel suo lavoro di procuratore sportivo) forse l’unica cosa che rende il film personale e degno di essere visto.

Jerry Maguire comincia come yuppie rampante, che tratta le persone come oggetti, e già nei primi minuti di film ha la crisi di coscienza che lo porta a venire licenziato. Se ne va con la mite Dorothy, infatuata di lui, la quale si licenzia a sua volta pur di seguirlo. Nel corso della storia finiranno per sposarsi senza che lui tenga davvero a lei, e solo raggiungere il culmine professionale farà sì che Jerry si accorga di quanto la gioia della vittoria meriti di essere condivisa con qualcuo, e perciò tornerà da Dorothy per il ricongiungimento finale. Ma Jerry Maguire, pare dirci lo script, sorprendentemente sincero, è davvero cambiato o cerca solo di trovare una conclusione degna alla storia che si sta scrivendo addosso?

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