Il gatto mi ha mangiato i libri

Parole, storie, immaginario e laicità intellettuale

Archivi Mensili: novembre 2009

Strutture essenziali: le tre sepolture

Le tre sepolture, diretto e interpretato da Tommy Lee Jones, è un bell’esempio di un film indipendente americano che non ha bisogno di strutture complesse come il viaggio dell’eroe, ma si accontenta di meccanismi più essenziali per portare avanti la narrazione (e l’interesse dello spettatore). Qualche flashback e un protagonista, il Pete con il volto di T.L. Jones, che ha promesso a un amico che, se fosse morto, l’avrebbe riportato in Messico. In più, un paio di personaggi con mancanze palesi (il poliziotto troppo ottuso e la moglie troppo sola) che incuriosiscono per il loro sviluppo potenziale, su uno script piuttosto originale che sa condurti dove non ti aspetteresti – senza forzature.

Può essere utile riepilogare alcuni possibili espedienti strutturali elementari utili ad agganciare lo spettatore a una storia anche quando non vogliamo usare gabbie più articolate come il viaggio dell’eroe:

1) Una destinazione: i protagonisti si propongono di raggiungere un luogo, con o senza una motivazione per andarci;

2) Un personaggio con una forte mancanza: più tipico delle favole, comprendiamo che un personaggio vuole qualcosa e seguiamo i suoi sforzi (o le sue esitazioni) per ottenerlo;

3) Una scadenza: al termine di un certo periodo succederà qualcosa che noi aspettiamo;

4) Un mistero: vogliamo scoprire chi ha fatto qualcosa, non per forza un omicidio.

Certo neanche questi espedienti elementari sono indispensabili. Ma, in linea di massima, sono utili a dare una direzione comprensibile alla storia; inoltre, il finale diventerà “percepibile” per il solo fatto che la condizione iniziale è risolta: es. i nostri sono arrivati a destinazione.

Si può fare a meno anche di queste strutture minime. Come in alcuni film europei, la nostra storia può essere un flusso di eventi di cui scegliamo arbitrariamente inizio e fine, senza che questi “tagli” abbiano necessariamente significato. Il rischio, però, è quello di non agganciare lo spettatore distratto e creare una storia che sarà molto probabilmente percepita come noiosa e inconcludente.

Film che fanno quadrato (commerciale)

"Gulliver a chi???"

Giovedì pomeriggio ero in giro per Genova con una sceneggiatrice e produttrice di Hollywood, Heather Hale, ospite grazie al mio zampino della premiazione del concorso internazionale per sceneggiature Endas Screenwriting organizzato da buon Silvio Nacucchi, che per l’occasione ci faceva anche da guida per la città. Inutile dire che tra un bicchiere di novello e un commento positivo sugli scorci italici, sono usciti fuori discorsi interessanti, uno su tutti quello sul “film che fa quadrato”.

Trattasi di definizione legata alla vendibilità di un film, nel nostro caso Una notte al museo. Cos’ha di particolare? L’essere un investimento molto probabilmente redditizio per i produttori, perché in grado di catturare quasi tutte le fasce di pubblico: è divertente e movimentato per i giovani, ma può essere visto anche dai bambini (che hanno il personaggio del figlio del protagonista/Ben Stiller, in cui ritrovarsi); è “giusto” anche per i genitori, che in caso possono andare al cinema da soli o portarci tutta la famiglia.

Il vantaggio di Una notte al museo sta nell’idea, che è adatta a molti gusti in partenza e non ha bisogno di forzature particolari per diventare “un film quadrato”. Molto peggio è quando invece le caratteristiche vengono imposte dall’alto: ne nasce la tipica gag del produttore che chiede allo sceneggiatore di aggiungere alla storia un cucciolo, oppure una bambina malata. Ma sono forzature, prevedibili, di un’industria.

Il film, tra l’altro, è godibile. Nulla di trascendentale, ma neppure un’offesa al cervello di chi guarda. Oggi molti film americani spendono la metà del loro budget in promozione; ma è una consolazione pensare che, prima che tutti quei soldi comincino a scorrere, serve ancora un’idea azzeccata declinata nel modo giusto.

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