Il gatto mi ha mangiato i libri

Parole, storie, immaginario e laicità intellettuale

Archivi Mensili: ottobre 2009

La partita più importante della stagione

Sono di partenza e piuttosto che scrivere un post raffazzonato e non abbastanza a fuoco preferisco puntare per una volta un piccolo riflettore su un mio lavoro, un cortometraggio prodotto da Sky e diretto da Graziano Molteni. La storia è mia, finale a sorpresa in particolare, di cui vado piuttosto fiero per la sua attualità… costante, almeno nel nostro paese. Lo sceneggiatore Vito Di Domenico ha fatto poi un ottimo lavoro di cesello, aggiungendo i dialoghi che non mi erano già “scappati” nel soggetto.

Sono graditi commenti al corto ma anche al blog nel suo complesso. Troppo serio, oppure troppo dispersivo? Esagero quando pretendo di analizzare l’industria del cinema americano – oppure possiamo tutti permetterci di giudicarla, visto che è la “macchina dei sogni” internazionale per eccellenza? Grazie, comunque, a tutti quelli che mi sono passati, mi passano e mi passeranno a leggere su queste pagine.

La novità di una storia dipende anche dal medium

Dato per assunto che con medium (singolare latino del più noto, e abusato, “media”) intendiamo uno dei linguaggi della narrazione moderna, dalla letteratura ai videogiochi, più difficile è chiarire il concetto di novità. Il vocabolario ci direbbe probabilmente che il nuovo è ciò che non si è ancora visto; ma dato che nel nostro caso ci riferiamo a storie solitamente di uso commerciale, destinate all’acquisto, le possibilità si restringono all’interno di certi canoni di narrazione e trasmissione di emozioni.

Il corto World Builder di Bruce Branit

Il corto World Builder di Bruce Branit

Tralasciando ciò che è “troppo avanti” per il suo tempo, la novità nella narrazione popolare è sostanzialmente un concetto positivo. Se una storia e/o il suo modo di raccontare sono, in qualche misura, inediti, probabilmente saranno di grande successo, e capostipiti di un nuovo filone o addirittura genere. C’era già la fantascienza prima di Star Wars; ma è difficile dubitare che la saga di George Lucas abbia cambiato faccia al genere imponendosi come qualcosa di interamente nuovo sul grande schermo.

E’ così unica e originale la vicenda di Luke Skywalker e compagni? Per il cinema, sì. Nessuno aveva mai osato ambientare storie in un universo di pura invenzione, reso credibile grazie ad effetti speciali – in alcuni casi inventati per l’occasione. E’ molto meno originale per gli altri media già esistenti nel 1977: nel fumetto c’erano già stati Flash Gordon e simili; la letteratura aveva visto il crollo dell’impero stellare di La fondazione di Isaac Asimov e la complessa civiltà dei Fremen di Dune di Frank Herbert.

Insomma le idee e le storie sono “nuove” in modo diverso a seconda del medium in cui sono raccontate. Un altro esempio è Matrix, vero botto per la sala cinematografica, nonostante i suoi creatori abbiano pescato a piene mani dagli scrittori William Gibson e Philip K. Dick.

Potremmo dire semplificando che il linguaggio più “povero” in assoluto, la letteratura, sia quello in cui le idee arrivano per prime; poi c’è il fumetto, e al lato opposto della scala della novità c’è il cinema, in cui non è raro vedere “un altro film di genere” che non brilla per inventiva, ma ha come attrattiva attori, ambienti o quant’altro – nonché il maggiore appeal di una storia realmente messa in scena rispetto a quello di una solo narrata con parole. Per l’originalità, ci sono le trasposizioni da romanzo/fumetto, contando sul fatto che il cinema è il linguaggio con il pubblico più ampio e trasversale di tutti.

Vedete un corto come World Builder per credere; una vecchia idea di fantascienza, noiosissima in un racconto, diventa grazie agli effetti speciali un piccolo gioiello del cinema, da cui è difficile non essere conquistati.

Steve Kaplan: la storia mente una volta sola

"Ma non potevi sposare semplicemente la tua governante?" "Sì, ma non ci sarebbe stato il film!"

Steve Kaplan, a giudicare dall’intestazione del suo sito web, è uno dei più importanti script guru per quanto riguarda il genere commedia/comico. Quello che mi ha colpito delle sue lezioni, a parte la quantità di battute a raffica che le rende molto divertenti, è la lucidità delle sue tesi, in alcuni casi degne di essere messe alla base di qualsiasi “insieme di regole” un aspirante narratore si proponga di rispettare.

Ne espongo qui una in particolare, che mi capiterà di riprendere. Secondo Kaplan, quando raccontiamo una storia – secondo gli schemi narrativi commerciali/di genere – partiamo sempre da una enorme bugia che lo spettatore deve prendere per vera. Dopo di essa, tutte le conseguenze, svolte, reazioni dei personaggi devono essere credibili (cioè “sincere”), o la storia non funzionerà. Insomma:

Nella tua storia, puoi permetterti una sola, grossa bugia. Dopodiché devi dire la verità.

Siamo dalle parti di un concetto non sempre chiarissimo chiamato a volte “patto narrativo”, a volte “contratto di veridizione”, che sta alla base di tutte le storie fantastiche. In questo caso, però, la questione della bugia e delle successive verità rende tutto molto più chiaro e permette di andare oltre. Esempi pratici:

Big: la grande bugia è che un bambino possa svegliarsi un bel giorno tramutato in adulto. Ma la prosecuzione della storia riguarda le perfettamente realistiche reazioni (con relativi effetti comici) che avrebbe un bambino nel corpo di un adulto;

Jurassic Park: mentiamo sul fatto che alcuni scienziati abbiano ricreato i dinosauri a partire dal loro dna ritrovato in una zanzara fossile. Ma tutte le conseguenze sono perfettamente logiche: ricerche del genere richiederebbero grandi capitali ed ecco quindi il miliardario John Hammond – parte stessa della nostra bugia;

Io vi dichiaro marito e… marito: la bugia sta nel fatto che il vedovo Larry, vigile del fuoco, per garantirsi una pensione ed essere certo che i suoi figli non rimangano da soli se lui morisse in servizio arrivi addirittura a chiedere al suo amico Chuck di fingersi omosessuale e sposarlo.

Ho incluso l’ultimo esempio per dimostrare che la regola vale anche al di fuori del fantastico, per esempio in commedie dagli spunti originali. E’ in questo caso che la “bugia” si configura più come una semplice “forzatura” della verosimiglianza. Nel mondo reale Larry troverebbe probabilmente un’altra soluzione, ma in questo modo perderemmo tutti gli equivoci divertenti che quasi “si scrivono da soli”; nel cinema invece è accettabile forzare un po’ la mano, proprio perché è lo spunto iniziale, la premessa da cui scaturisce l’intera vicenda. L’unica bugia che può permettersi.

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