Il titolo come indice della qualità di una storia
Pubblicato da fulviothecat su Agosto 10, 2009

"Speriamo che non diano i nostri nomi al film" disse Buscemi a Stormare. "Piuttosto, che lo chiamino Fargo!"
Ci siamo capitati tutti, professionisti e aspiranti. Hai finito la tua storia e devi trovarle un titolo di qualche tipo. Difficilmente, se sei tu a deciderlo, ti accontenterai di un titolo buttato lì; vorrai il migliore possibile, il più intrigante, quello che invoglierà più gente possibile a leggere/vedere/ascoltare (e se necessario, comprare!) la tua opera. Come per un libro vuoi una bella copertina, chiaramente desideri un titolo eccellente per la tua storia.
A patto che non ti sia venuto in mente nel corso della stesura – probabile per lavori lunghi come un romanzo – le vie che puoi seguire per trovare un buon titolo sono molteplici. La strada più battuta è quella di andare a mettere in evidenza proprio l’oggetto, o la persona, o il luogo che sono nevralgici per la storia raccontata. Magari ne è solo uno sfondo, per quanto determinante (la cittadina Fargo e le sue nevi nell’omonimo film dei Coen); oppure una definizione astratta e ampia che include gli eventi al centro dell’attenzione: da L’Odissea fino a Guerre Stellari.
Nella scelta del titolo si sfoga la propensione all’high concept del cinema americano: un’idea che si possa raccontare in una sola frase – quella stessa idea diventa anche il titolo. Il lato a suo modo oscuro di questa tendenza è la scelta di etichette talmente generiche da pretendere di essere l’ultima e definitiva vicenda possibile su un determinato ‘argomento: vedi Alien, Ghostbusters, E.T. the Extra-Terrestrial, Titanic. Guardacaso, sono tutti film che hanno saputo lasciare il segno, quindi o è fortuna… oppure prima di spararla così grossa si assicurano di avere in regia almeno uno Spielberg o un Cameron. Notare come, pur perseverando gli efficacissimi titoli a “singola parola”, si siano fatti oggi molto più rari esempi analoghi a quelli citati, segno forse che Hollywood non sa più sfoggiare concept con questa forza d’impatto.
Una brutta storia può avere un buon titolo, se l’autore si inventa svolazzi notevoli tra citazioni e assonanze con nomi già noti. Ma certo una brutta storia rende più difficile che il titolo valido salti fuori, costringendo a spingersi più lontani e – di conseguenza – a diminuire il potere evocativo immediato. Per brutta storia intendo una vicenda non originale, non particolarmente efficace nella scelta e nella combinazione degli elementi; tornando all’high concept: qualcosa che non puoi riassumere in una frase.
Per la tua opera, confrontiamoci con questo esempio: decidi di scegliere un titolo che fa riferimento a quanto succede. Ma nella tua storia non succede nulla di straordinario. Ergo: un titolo già sentito, che abbina abbastanza genericamente nome e sostantivo, magari un La scelta di Laura (ok, mi è scappato, chiedo perdono, neanche so di che parla…), se non quelle cose che fanno tanto telefilm (o romanzo Harmony) tipo Vite parallele: fanno riferimento a eventi di piccola dimensione, che vanno benissimo nella narrazione seriale, ma sono “troppo poco” per una vicenda che pretende di funzionare per conto proprio. Il titolo insomma ci può dare una grossa lezione: se non riusciamo a trovarlo, forse la nostra storia non è così significativa come la credevamo.
Davide detto
Argomento interessante e complicato.
Il titolo ci permette di pilotare le aspettative del lettore, e di fornire informazioni supplementari.
Un buon titolo, e possiamo accorciare la nostra storia di cinque pagine, rispiarmarci un data-dump, magari creare un senso di complicità.
Un tipico esempio – i titoli a citazione, che richiamando un’opera altrui ci permettono di creare una aspettativa e magari generare un contrappunto ironico.
Un bell’esempio fatto da Mullen è il classico di Hardy – Far from the madding crowd, che di solito viene tradotto da noi come Via dalla pazza folla.
Bel titolo, ci prepara ad un certo tipo di storia.
Ma si tratta di una citazione – una citazione che noi non riconosciamo più, ma che era di una estrema familiarità per i contemporanei di Hardy.
E qui Hardy ha fatto un bel giochino – perché la sua citazione è tronca.
La frase esatta è Far from the madding crowd’s ignoble strife…
Lontano dall’ossessivo ignobile patire della folla
Chi leggeva Hardy riconoscendo la citazione – e il gioco di Hardy – aveva aspettative diverse, e leggeva di fatto una storia diversa da quella che leggiamo noi.
Scegliere il titolo non è cosa banale – tocca pensarci su, e far fruttare al massimo quelle poche (o tante, pensando ad Harlan Ellison) parole.
Mi sa che ci faccio un post…
Titoli « strategie evolutive detto
[...] un commento » Interessante post sul blog di Fulvio Gatti. Il blog di Fulvio si occupa di comunicazione e tecnica narrativa, e la sua breve disamina dei [...]
Massimo detto
Il titolo e la copertina sono ormai elementi importanti per attirare l’occhio del lettore sul libro. Pero’ e’ interessante notare come la percezione del fascino di un titolo vari anche a seconda dei paesi e dei background culturali e storici li’ presenti. Ad esempio, in Cina e Giappone l’uso dei caratteri permette di avere titoli dal significato molto articolato utilizzando un numero di ideogrammi ridotto.
Davide detto
Qui da noi si può giocare sul font, ma chiaramente non è la stessa cosa.
E poi la partte grafica è in realtà una ulteriore dimensione…
Uno dei libri che attendo con maggior interesse è il prossimo volume di Garr Reynolds, che da dieci anni si occupa di comunicazione visiva in estremo oriente e in Giappone in particolare. Promette davvero meraviglie.
E poi non abbiamoparlato dei titoli di lavorazione – quelli che si appiccicano al romanzo o al film in fase di sviluppo, e poi vengono spesso cestinati.Il Signore delle Mosche di Golding si intitolava, in fase di lavorazione, Estranei dall’interno.
Orribile, eh?
fulviothecat detto
Interessante la cosa dei titoli lunghi o decontestualizzati che cambiano senso. Temo che sia capitato anche il contrario, magari romanzi moderni avevano titoli di lavorazione eccezionale poi appiattiti dal mercato… no?
Massimo detto
Ci sono poi le variazioni dei titoli di film e romanzi in fase di traduzione. “Il ciclone” e’ stato cambiato, per ovvi motivi, nella versione giapponese in “Odore Toscana” (Balla Toscana). Nel loro immaginario un titolo collegato all’idea di tifone o tornado comportava una differente aspettativa del contenuto della pellicola…
Davide detto
Gli italiani per martoriare i titoli originali in traduzione sono specialisti.
Il massimo sono i titoli in inglese rimpiazzati da altri titoli in inglese…
enver detto
Ottimi titoli
“Mica Scema la Ragazza”
“I 400 Colpi”
“Polyester”
“Velluto Blu”
“Due o tre cose che so di lei”
“Il Servo”