Ognuno ha le sue dipendenze, la mia (o meglio una delle mie) si chiama Lost. Prima o poi, magari, mi soffermerò a scrivere di quanto la serie creata da J.J. Abrams (ma sceneggiata da un team di personaggi davvero notevoli) sia da insegnare a scuola per la capacità di reinventarsi a ogni stagione, di essere smaccatamente di genere per il desiderio di sorprendere sempre e comunque, e di essere altrettanto mainstream per le caratterizzazioni psicologiche dei personaggi. Prima o poi, tanto sono cose che sono già state dette e scritte prima di me e da gente più titolata.
Partirò però da Lost per un altro spunto interessante sbucato fuori nel corso della visione della not so brilliant (finora) quinta stagione. E lo spunto è: in Lost, emblema delle serie tv con più protagonisti, salta particolarmente agli occhi quanto i personaggi che possono comportarsi da eroi – far procedere gli eventi, superare gli ostacoli, ecc… il riferimento è all’archetipo naturalmente – appartengano a una ben precisa fascia di età, quando il campo non si restringe addirittura per sesso o origine geografica.
Scapperà qualche spoiler qua e là, almeno le prime tre stagioni le darò per scontate, siete avvisati.
Chi sono gli “eroi” di Lost?
Jack, il dottore, ok. Dedito al lavoro, responsabile, carismatico, lucido nelle decisioni (o quasi). Con il dottore gli sceneggiatori hanno giocato a vedere quanto si poteva ammantare di negativo un personaggio troppo responsabile, serio, motivato a fare il bene degli altri; voglio dire, quanto un personaggio programmaticamente positivo possa diventare anche negativo a causa dei suoi stessi pregi. Tralasciando, spoilerfree, il ruolo piuttosto sconfitto assunto da Jack in quinta stagione, puntiamo i riflettori sul fatto che Jack sia e resti per gran parte della serie l’eroe per eccellenza. Quanti anni ha? Tra i trenta e i quaranta, grossomodo. Com’è? Alto, ben piantato, attraente, americano.
Sawyer, l’eroe/antieroe che scopriamo via via più positivo di quanto sembrasse all’inizio, al punto di poter deridere – efficacemente – un certo suo machismo naturale, grazie all’amicizia con Hurley. Sawyer si preoccupa sempre di più per gli altri (è responsabile), carismatico lo è di suo, l’egoismo con cui ce lo hanno presentato è praticamente solo una posa – e riesce persino più o meno a conquistare la “bella” Kate a scapito del “responsabile” dottore. Quanti anni ha? Mi pare abbia detto trentotto in un episodio, comunque tra i trenta e i quaranta. Com’è? Alto, figaccione, americano.
Desmond entra in scena come uno sbandato, capelli lunghi, barba, aria da schizzato. Poi pian piano che lo conosciamo diventa un eroe del suo personale viaggio, che ha per obiettivo ritrovare l’amata Penny. Quanti anni ha? Tra i trenta e i quaranta. Com’è? Mediamente alto, belloccio, non americano ma almeno anglosassone (mi pare scozzese).
Cosa sto cercando di dire? Che paradossalmente Lost, originalissimo su altri fronti, è banalissimo (leggi: commerciale) sul fronte dei personaggi, al punto che solo quelli dotati di determinate caratteristiche possono assumere il ruolo di eroi, ovverosia motori della storia. A farci caso tra l’altro tutti i personaggi principali di Lost appartengono alla fascia di età che abbiamo citato, con l’eccezione di Locke, che è più vecchio e ne è un po’ in effetti la scheggia impazzita: motore degli eventi sì, eroe no.
Cosa rimane per gli altri? Hurley è in quanto obeso “inabile fisicamente” a fare l’eroe (anche se la sceneggiatura riesce ad attribuirgli comunque un ruolo determinante, quasi di filosofo dei sopravvissuti); Charlie era troppo giovane (eh già, la moda dei bamboccioni non è solo italica, un ventenne evidentemente non è “ancora pronto”); Sayid, per qualche motivo, rimane un comprimario di Jack; di tutti ad avvicinarsi maggiormente alla qualifica di eroe – unico di sesso femminile – è Kate: è bassa (ma chissene), è bella (no di più), è americana, è sulla trentina.
Ben può anche essere più vecchio del target, tanto è il villain, pur nella particolare declinazione di Lost, mentre nella quinta stagione assume un ruolo curiosamente centrale Faraday, seminatore di infodump parafantascientifici, un po’ schizzato, ma di media altezza, sulla trentina, abbastanza alto e abbastanza simpatico, nonché anglosassone (dovrebbe essere inglese). I giochi sono ancora da fare anche per la glaciale Juliet, divenuta centrale solo di recente e per la scomparsa di altri personaggi più che per meriti suoi.
Sono scelte di marketing imposte agli sceneggiatori? Non credo, quanto piuttosto un tacito accordo di credibilità e maggiore identificazione possibile tra chi scrive e chi assiste. In parole povere: possiamo filosofeggiare quanto vogliamo, ma tutti, dico tutti, vorremmo essere dei fighi come Sawyer.
Commenti recenti