Mib – Men in Black è un film che mi aveva colpito molto da ragazzino e poi ho praticamente dimenticato. A rivederlo oggi è uno dei primi blockbuster di fantascienza con effettoni speciali, che mescola umorismo e parecchia inventiva, e rimane superiore a parecchie boiate con l’etichetta di “tratto da P.K. Dick” ma non riesce a raggiungere cult come, per dire, Ghostbusters.
Qual è il limite di Men in Black? Il basso profilo della storia – un elemento forse voluto. Persino il lievemente precedente Independence Day, che aveva sdoganato Will Smith come protagonista cinematografico (anche se di film di genere), ha un “peso specifico” maggiore, pur con i suoi parecchi difetti di pomposità e retorica.
Gli alieni sono tra noi, ma si nascondono, controllati da un’agenzia supersegreta: una valida premessa, grazie a cui pur avendo una quantità di creature stravaganti degne di Star Wars, la storia può svolgersi al presente, nel cuore di New York. La trama procede per incastri, non lascia tregua, fin da quando il futuro agente J/Will Smith insegue un alieno, al suo reclutamento nei Mib, e alla successiva risoluzione della “crisi della settimana”, ovvero la piattola spaziale.
E di crisi della settimana si tratta, esattamente come se fosse un episodio di una serie tv. Inventivo, brillante, ma un singolo episodio di qualcosa di più ampio, che esiste in funzione di quel qualcosa. E se, come nel nostro caso, la serie completa non esiste, ecco finire MiB nel dimenticatoio. Il sequel metterà ancora più in luce questa caratteristica: passa come acqua fresca, strappa risate, ma a fine visione ti chiedi: ma il film, dov’era?
Sono ragionevolmente convinto che il basso profilo sia voluto, sia per il primo che per il secondo film, ne è testimone la brevità di entrambi. Se infatti nel 1997, la qualifica di B-movie non aveva più molto senso (per via degli effetti speciali, resta una produzione abbastanza costosa), credo che il modello rimanga da quelle parti: divertimento, ritmo, ma senza ingombranti ambizioni di contenuto.
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