Non ho particolari preclusioni nei confronti dei bestseller. Possono essere meravigliosi oppure orribili, ma in ogni caso la penso come il pragmaticissimo Alessandro Perissinotto: di solito, quando un’opera arriva a un pubblico così vasto, una ragione c’è. Può anche essere pessima,
ma c’è.
Se non li leggo (o non li vedo, stesso discorso per i film), è perché sono d’abitudine sommerso da altri stimoli, a volte anche archeologici, che nulla hanno a che fare con la “next big thing”. Idem come sopra: qualcosa non è di mio interesse solo perché è appena uscito come non lo è perché trattasi di vecchiume scovato chissadove.
Con Uomini che odiano le donne, dello svedese Stieg Larsson, sto facendo un’eccezione. Mi è capitato sotto il naso in biblioteca in pieno periodo di promozione del film e mi sono detto: diamogli una chance. C’è voluta un po’ di pazienza, ma in corso di lettura il giudizio è un bel pollice alto – cioè, semplicemente: bene signor scrittore, hai la mia attenzione, vediamo cosa mi racconti.
Che l’autore sia svedese è già un punto a suo favore, la cultura è leggermente diversa da quella angloassone in cui sguazziamo di solito (nel bene e nel male). Tra l’altro provenendo da una lingua che non è l’inglese riesco almeno a non inciampare in corso di lettura negli errori di traduzione o presunti tali. La scrittura è vecchiotta, lenta, che blatera parecchio senza avere quell’incisività da dècoupage classico di un Evan Hunter. Però.
Però ti aggancia subito con un paio di protagonisti sopra le righe, il giornalista integerrimo e un po’ caciarone e quella punk sociopatica pazza e geniale di Lisbeth. Che sono ingombranti assai, ma ben tratteggiati, non da cartolina. Ci mette 100 pagine ad avviare il motore, ok, quello sì, ma quando lo fa, la prospettiva sembra essere quella di:
giornalista militante di mezza età indaga su una delle più influenti famiglie industriali svedesi, incaricato da uno dei componenti più anziani, sulle tracce di un mistero di decenni prima
Anche riassunto in stile logline si vede che non è la solita fuffa, c’è una bella profondità sul mondo della società e dell’economia. Vedrò ancora che uso fa di un personaggio come Lisbeth e mi riservo il giudizio a lettura ultimata. Intanto leggo con interesse, e già non è poco.
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