Il gatto mi ha mangiato i libri

Parole, storie, immaginario e laicità intellettuale

Archivi Mensili: giugno 2009

Anche l’orecchio vuole la sua parte

Il cinema è un medium visivo ma anche sonoro, e a parte le roboanti colonne musicali di solito ci dimentichiamo quanto siano importanti gli effetti sonori e, in generale, i suoni in un film per completare la nostra esperienza di immersione. Se l’universo di Star Wars è così ricco, un grande merito va anche al sound designer Ben Burtt che tirò fuori dal cilindro tutta una serie di effetti prima inesistenti, dai motori delle astronavi ai linguaggi degli alieni. E che dire dell’inconfondibile ronzio della spada laser? Burtt ne racconta la genesi qui:

Dell’importanza di sonorità caratteristiche se ne sono ricordati anche Michael Bay e il suo producer Steven Spielberg al momento di creare l’universo di Transformers. Quel ronzio basso, graffiante, metallico che accompagna le esplosioni è diventato un marchio di fabbrica – al punto da essere già imitato più o meno in Terminator Salvation.

p.s. no, non parlerò male di Transformers 2 – la vendetta del caduto. Una visione veramente estenuante e mi viene mal di testa solo a pensare di scriverne.

Il trucco del finale annunciato

E’ una tendenza recente, improvvisamente diventata quasi moda. O forse una necessità per fronteggiare chiari limiti di una sceneggiatura? Non azzardo giudizi definitivi, ma una cosa è certa, il fenomeno della battuta “E’ finita” pronunciato da un personaggio per annunciare la chiusura di una storia (o meglio ancora, la risoluzione del suo conflitto centrale) è oramai talmente diffuso da meritare un commento.

I film che lo fanno e che mi vengono in mente al volo sono due. Serenity: lo dice Malcolm Reynolds quando ritorna dai suoi compagni, alla fine di un climax abbastanza efficace da farti temere che che tutti quanti i buoni della storia ci lascino la pelle. Nel primo Le cronache di Narnia lo pronuncia invece il leone Arslan, a fine della battaglia finale – e questo è l’esempio dell’uso negativo. Perché quando la battuta “di spiegazione” diventa necessaria per capire che la storia è finita… beh, direi che qualcosa, nell’impatto emotivo o nella struttura della storia stessa, non va.

I film in cui succede sono infiniti altri, soprattutto blockbuster e soprattutto dell’ultimo decennio. Al suo primo utilizzo doveva trattarsi di una battuta niente male, essenziale e secca, degna di uno Schwarzy o epigono (e probabilmente almeno una volta l’ha detta). Ma ricordo che alla visione in sala di Narnia mi colpì particolarmente perché il film vorrebbe essere un fantasy con battaglie, ma è anche un film della disney, per bambini, così cerca di limitare e nascondere la violenza il più possibile – taglia sequenze, lascia fuori campo, schiva passaggi logici. Al punto che la battuta di Arslan finisce per servire davvero a mettere la parola “fine” all’ultima battaglia.

In fondo, è poi solo un espediente per ottenere chiarezza, e può anche andarmi bene. Almeno finché non metteranno grandi frecce colorate a distinguere i buoni (in bianco) dai cattivi (in nero).

MiB e le storie a basso profilo

Mib – Men in Black è un film che mi aveva colpito molto da ragazzino e poi ho praticamente dimenticato. A rivederlo oggi è uno dei primi blockbuster di fantascienza con effettoni speciali, che mescola umorismo e parecchia inventiva, e rimane superiore a parecchie boiate con l’etichetta di “tratto da P.K. Dick” ma non riesce a raggiungere cult come, per dire, Ghostbusters.

Qual è il limite di Men in Black? Il basso profilo della storia – un elemento forse voluto. Persino il lievemente precedente Independence Day, che aveva sdoganato Will Smith come protagonista cinematografico (anche se di film di genere), ha un “peso specifico” maggiore, pur con i suoi parecchi difetti di pomposità e retorica.

Gli alieni sono tra noi, ma si nascondono, controllati da un’agenzia supersegreta: una valida premessa, grazie a cui pur avendo una quantità di creature stravaganti degne di Star Wars, la storia può svolgersi al presente, nel cuore di New York. La trama procede per incastri, non lascia tregua, fin da quando il futuro agente J/Will Smith insegue un alieno, al suo reclutamento nei Mib, e alla successiva risoluzione della “crisi della settimana”, ovvero la piattola spaziale.

E di crisi della settimana si tratta, esattamente come se fosse un episodio di una serie tv. Inventivo, brillante, ma un singolo episodio di qualcosa di più ampio, che esiste in funzione di quel qualcosa. E se, come nel nostro caso, la serie completa non esiste, ecco finire MiB nel dimenticatoio. Il sequel metterà ancora più in luce questa caratteristica: passa come acqua fresca, strappa risate, ma a fine visione ti chiedi: ma il film, dov’era?

Sono ragionevolmente convinto che il basso profilo sia voluto, sia per il primo che per il secondo film, ne è testimone la brevità di entrambi. Se infatti nel 1997, la qualifica di B-movie non aveva più molto senso (per via degli effetti speciali, resta una produzione abbastanza costosa), credo che il modello rimanga da quelle parti: divertimento, ritmo, ma senza ingombranti ambizioni di contenuto.

Il viaggio dell’eroe in 6 domande&risposte

Vi farò riferimento spesso, quindi tanto vale partire con un piccolo elenco di domande&risposte essenziali.

Che cos’è il viaggio dell’eroe? Un libro?

Sì, ma non solo. Il libro c’è ed è stato scritto dallo story editor Chris Vogler, ce n’è un’edizione italiana pubblicata da Dino Audino editore. Ma non date fiducia a chi dice che quel libro è la sua bibbia, dato che Vogler riesce a malapena a scalfire un argomento vastissimo. Il viaggio ell’eroe è la struttura narrativa a cui sono riconducibili quasi tutti i film americani.

In quali film lo si trova, in quali no?

Al Pacino e Gene Hackman in viaggio nel raro cult "Scarecrow"

Finché rimaniamo nell’ambito del cinema americano mainstream, che è la maggioranza di quello che giunge da noi, potremmo dire tutti. Sicuramente tutti i blockbuster vi pescano a piene mani. Oggi in molti casi anche il cinema europeo e parte di quello asiatico (il Giappone in testa, ma il Giappone ha sempre avuto un legame particolare con l’occidente) lo utilizzano. Al contrario, la scena indipendente americana, e in particolare i film drammatici e di personaggi, a volte lo evita o ne fa un uso molto più sottile.

Come mi accorgo della differenza?

Dalla percezione del film. Se ti aggancia dall’inizio, con un protagonista in cui tendi a identificarti, segui con lui/lei gli ostacoli affrontati, temi i pericoli e assisti alla risoluzione, fino al lieto fine in cui la tensione si scioglie e la storia si conclude… ecco il viaggio dell’eroe. Nelle forme più nude e crude lo troviamo in Star Wars e in tutti i film di azione, fantastici, di fantascienza, on the road e così via. A differenza di un film che non lo segua, uno in cui il viaggio dell’eroe è presente (sempre che funzioni bene e la storia sia credibile e coerente, ma questo è un altro paio di maniche!) ti lascia a fine visione una sensazione piacevole, di viaggio concluso.

Perché il viaggio dell’eroe è così importante?

Perché funziona! E con questo intendo anche a livello commerciale, perché il viaggio dell’eroe parla direttamente all’intimo di ciascuno di noi. Si tratta di una struttura radicata della mente umana, che imita il Percorso Umano per eccellenza – la crescita, dall’incontro con il mondo degli adulti e le sue insidie allo stabilirsi ufficiale come cittadino dell’universo della maturità.

Ma vale solo per i film?

Non esattamente. I film, per lunghezza, sono la forma narrativa ideale a farne uso – anche perché l’hanno adattato a propria immagine. Le altre forme narrative possono farvi riferimento alla lontana, o usarlo integralmente, soprattutto nei casi in cui hanno come riferimento il cinema stesso.

Se uso il viaggio dell’eroe la mia storia sarà automaticamente un capolavoro?

No. Una brutta storia con un viaggio dell’eroe perfetto resterà una brutta storia. Anche se mi vengono in mente parecchi esempi di questo tipo nel cinema Usa degli ultimi anni…

Serenity e un buon modo per evitare l’infodump

Ho rivisto Serenity di Joss Whedon, prosecuzione/versione cinematografica del non fortunatissimo telefilm di fantascienza Firefly, un tassello che tra l’altro manca alla mia cultura cinetelevisiva – un momento o l’altro probabilmente mi deciderò a recuperarlo. Non conoscere i personaggi mi ha dato però, alla prima visione, un interessante punto di vista “esterno” che mi ha fatto apprezzare il film per quello che è: un onesto film di fantascienza, con il ritmo e le sequenze di azione giuste, per atmosfere western e ironia più vicino a Star Wars che a Star Trek.

La seconda visione è di solito quella dell’analisi (che non è detto che sia volontaria, dovrei insegnare al mio cervello a chiedermi almeno il permesso quando mette in funzione gli strumenti critici…) così a rivedere l’incipit quello che in origine mi aveva colpito per la velocità, si è rivelato un efficiente meccanismo per trasmettere tutta una serie di informazioni allo spettatore, cercando di annoiarlo il meno possibile.

Diciamolo pure: Serenity potrebbe essere un infodump continuo – cioè una spiegazione su spiegazione, su spiegazione. Hai un universo intero da introdurre, nonché tutta una serie di personaggi e relazioni già messi in campo (suppongo) con più spazio nella serie televisiva, e che ora vanno accennati almeno per sommi capi. C’è una piccola lezione di sceneggiatura nella prima parte del film, perché il possibile spiegone viene abilmente frammentato in quattro parti:

1) La tipica voce fuori campo che racconta l’universo, secondo cui l’umanità ha colonizzato lo spazio e l’Alleanza è il tipico “impero buono” e gli altri mondi sono cattivi o retrogradi;

2) La scuola, in cui la voce fuori campo si rivela quella di un’insegnante, e un’allieva ribelle di nome River Tam dice che le cose non stanno affatto così. La maestra la ammonisce puntandole contro una matita che…

3) …diventa l’ago nella fronte di una ragazza adolescente, in un luogo da incubo e tra i macchinari. Uno scienziato spiega i poteri medianici della ragazza all’ispettore, lo scienziato manifesta qualche dubbio sull’identità dell’ispettore, l’ispettore aziona qualcosa che uccide le guardie, sfonda il vetro e libera River, dicendole di essere suo fratello. Fuggono…

4) …fermo immagine. Un uomo sta consultando le registrazioni olografiche della fuga di River Tam, salvata dal fratello. Lo scienziato di prima riceve le credenziali del nuovo venuto, che intuiamo una specie di “superagente” dell’Alleanza – i cattivi, insomma. Il superagente, cattivissimo quanto gelido, ammazza gli scienziati e parte alla ricerca di River.

Tra l’altro, da questa prima parte rimangono ancora fuori Malcolm Reynolds e l’equipaggio dell’astronave Serenity, i buoni della storia introdotti subito dopo, ma ehi, abbiamo una preda in fuga (che si rivelerà essere proprio sulla Serenity), un villain intrigante e un opprimente governo tirannico… ce n’è abbastanza per dirci “dentro la storia”.

Rispetto all’Impero di Star Wars, l’Alleanza di Serenity è una tirannide che pratica il controllo mediatico delle informazioni, qualcosa di impensabile nel ’77 ma di scottante attualità oggi. La risoluzione finale consiste infatti nella rivelazione di un terribile segreto tenuto nascosto dalla dittatura. Alla prima visione ricordo che la cosa mi aveva un po’ stonato nell’insieme – cercare di risolvere con uno schiocco di dita l’intero problema dittatoriale della galassia, ma ora mi accorgo che è un po’ la chiave della storia stessa, più vicina al presente. Peccato solo che tra battute simpatiche, sequenze d’azione e colpi di scena graditi, sebbene scontati, la storia non sappia staccarsi del tutto dai suoi modelli, rimanendo più nella dimensione del b movie di qualità (o meglio buon episodio di buon telefilm) che in quella del film vero e proprio.

Il Millennium senza Frank Black

Non ho particolari preclusioni nei confronti dei bestseller. Possono essere meravigliosi oppure orribili, ma in ogni caso la penso come il pragmaticissimo Alessandro Perissinotto: di solito, quando un’opera arriva a un pubblico così vasto, una ragione c’è. Può anche essere pessima, ma c’è.

Se non li leggo (o non li vedo, stesso discorso per i film), è perché sono d’abitudine sommerso da altri stimoli, a volte anche archeologici, che nulla hanno a che fare con la “next big thing”. Idem come sopra: qualcosa non è di mio interesse solo perché è appena uscito come non lo è perché trattasi di vecchiume scovato chissadove.

Con Uomini che odiano le donne, dello svedese Stieg Larsson, sto facendo un’eccezione. Mi è capitato sotto il naso in biblioteca in pieno periodo di promozione del film e mi sono detto: diamogli una chance. C’è voluta un po’ di pazienza, ma in corso di lettura il giudizio è un bel pollice alto – cioè, semplicemente: bene signor scrittore, hai la mia attenzione, vediamo cosa mi racconti.

Che l’autore sia svedese è già un punto a suo favore, la cultura è leggermente diversa da quella angloassone in cui sguazziamo di solito (nel bene e nel male). Tra l’altro provenendo da una lingua che non è l’inglese riesco almeno a non inciampare in corso di lettura negli errori di traduzione o presunti tali. La scrittura è vecchiotta, lenta, che blatera parecchio senza avere quell’incisività da dècoupage classico di un Evan Hunter. Però.

Però ti aggancia subito con un paio di protagonisti sopra le righe, il giornalista integerrimo e un po’ caciarone e quella punk sociopatica pazza e geniale di Lisbeth. Che sono ingombranti assai, ma ben tratteggiati, non da cartolina. Ci mette 100 pagine ad avviare il motore, ok, quello sì, ma quando lo fa, la prospettiva sembra essere quella di:

giornalista militante di mezza età indaga su una delle più influenti famiglie industriali svedesi, incaricato da uno dei componenti più anziani, sulle tracce di un mistero di decenni prima

Anche riassunto in stile logline si vede che non è la solita fuffa, c’è una bella profondità sul mondo della società e dell’economia. Vedrò ancora che uso fa di un personaggio come Lisbeth e mi riservo il giudizio a lettura ultimata. Intanto leggo con interesse, e già non è poco.

Spielberg contro Spielberg

Ci sono cinque anni tra Incontri ravvicinati del terzo tipo e E.T. l’extraterrestre. La tematica simile, gli extraterrestri, e una struttura tutto sommato analoga potrebbero fare accostare i due film quasi fossero l’uno il seguito dell’altro. Niente di più sbagliato.

Steven Spielberg è uno dei più grandi cantori di immaginario della nostra epoca. Ha una tecnica registica mostruosa, che sapeva mettere in gioco già da giovanissimo (vedi Duel); le sue storie appartengono a quell’inconscio collettivo che è emerso con la New Hollywood, che ha saputo imporre nuovi eroi – come psicologie, più umani, vedi il Robert Redford/Jeremiah Johnson di Corvo Rosso – e nuovi volti, come De Niro e Dustin Hoffman. Ma a differenza, per dire, del collega e amico Martin Scorsese, ha quel qualcosa in più che arriva dritto al cuore della gente, e che lo ha portato in cima all’olimpo dei registi da blockbuster (aggiungerei: nel senso positivo del termine).

Lo Spielberg di E.T. è in cima alla sua montagna personale di Grande Autore e parla alle masse intere. Potremmo dire che ha trovato le corde emotive giuste da far vibrare nella maggioranza degli spettatori, e fa buon uso di questa consapevolezza. Tutti amano, tutti si commuovono con E.T., anche quelli che rifuggono la fantascienza peggio che fosse kryptonite. E non c’è traccia di horror, in E.T., a malapena quel pizzico di spavento iniziale, né tantomeno della citata fantascienza – perché non tutti gli ingredienti raggiungono tutti i palati.

In Incontri ravvicinati, invece, il regista ribelle degli esordi pulsa ancora. Vi si trovano sprazzi di horror (che altro è l’assedio di madre e bambino in casa e quella terrificante soggettiva giù dal camino?), fascino del mistero, un protagonista adulto che in quanto tale offre una visione problematica e non univoca. E che non si censura per arrivare a tutti, bensì dice quello che pensa davvero. Certo, sono opinioni rivolte a chi sa ascoltare.

Il lieto fine, questo nemico

Il lieto fine è un campo di fiori?

Il lieto fine è un campo di fiori?

Mi è capitato in più casi di confrontarmi con giovani sceneggiatori, o aspiranti tali, che detestano anche il semplice concetto di “lieto fine” neanche fosse una bestemmia. Ah, che schifo, il lieto fine è commerciale, pacchiano, eccetera eccetera. Ma il lieto fine, nella profondità, è quello che tutti noi desideriamo quando leggiamo/assistiamo a una storia per essere intrattenuti; ancora di più se la storia ha messo in campo qualche meccanismo particolare per far sì che noi ci identifichiamo con il suo protagonista.

L’equazione lieto fine = Hollywood è comune, e se ci riflettiamo un attimo, ovvia. Hollywood è L’INDUSTRIA del cinema per eccellenza, quella che, in quanto industria cioè macchina-per-fare-soldi, ha come proposito andare incontro ai gusti del pubblico; e il pubblico vuole essere intrattenuto, distratto, identificarsi con una storia e viverla fino alla risoluzione positiva.

In questo, però, c’è un problema. Ha senso un lieto fine da solo? Ci frega qualcosa che il principe e la principessa vissero felici e contenti… se neppure sappiamo chi sono? Naturalmente no. Dobbiamo seguirne la vicenda, gli ostacoli, soffrire e sperare al fianco del principe e della principessa. Insomma, serve il conflitto. Più è ardua la sfida, più l’eroe si rivela abile, più le situazioni sono risolte in modo originale e allo stesso tempo coerente con le psicologie/gli ambienti/il contesto, più il lieto fine sarà percepito come soddisfacente dallo spettatore.

Nessuno si è mai lamentato che Ritorno al futuro finisca bene; c’è un conflitto con i controfiocchi, un obiettivo da raggiungere che viene messo in dubbio fino all’ultimissimo istante, con ritmo e inventiva eccellenti. E Ritorno al futuro, non a caso, è un cult e un campione di incassi.

La prossima volta che inorridite di fronte al concetto di lieto fine, sappiate che, in realtà, non state pensando che è banale che le vicende finiscano positivamente; è banale che ci arrivino in una maniera ovvia oppure troppo facile.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 748 follower